mercoledì, Dicembre 8

Macelleria messicana alla scuola Diaz di Genova

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I giudici europei ribadiscono la necessità di istituire il reato di tortura in Italia nel rispetto dell’articolo 3 della Convenzione europea. “Si sta giocando una partita truffaldina. È una strategia per limitare i danni di future sentenze come quella Cestaro”, dice Lorenzo Guadagnucci, vittima delle violenze alla Diaz e già componente del comitato Verità e Giustizia per Genova. “Anche a me è stato proposto di chiudere la causa in sede civile con una cifra di 40 mila euro in cambio del ritiro del ricorso. Ho rifiutato. Per risanare il torto fatto a Genova, bisogna fare una legge contro la tortura che non è quella discussa in Parlamento, prendere provvedimenti rispetto ai condannati che sono in servizio, nessuno dei quali è sottoposto a procedimenti disciplinari o è stato licenziato. Non credo che questo sia il modo in cui un governo serio può uscire da questa vicenda. Dimostra solo l’imbarazzo di una democrazia rispetto a una polizia che non rispetta i suoi principi. In Italia esiste un’idea assurda: che le forze dell’ordine siano speciali e possano derogare ai principi della convivenza che una corte europea giudica necessari”.

Ancora, a proposito di violenze subite e patite. Già ci si è occupati del caso di Rachid Assarag, detenuto quarantenne di origine marocchina che più volte ha denunciato di essere stato vittima di violenze in carcere. Per la procura di Parma che i dieci agenti della polizia penitenziaria gli abbiano urlato a muso duro: «Qui non ci sono giudici o avvocati, qui comandiamo noi!» è un qualcosa di definibile come qualcosa di inquietante; ma tutto sommato, «paiono lezioni di vita carceraria». Una ‘lezione’, minacciare: ‘Finirai sottoterra’; per questo è stato tutto archiviato.
Si può chiudere con un progetto che ha preso corpo nel carcere milanese di Opera, dove sono reclusi molti detenuti ritenuti pericolosi, e condannati per delitti atroci, mafiosi, camorristi, affiliati alla ‘ndrangheta. Tre di loro, G., C., e C., sono entrati a far parte del progetto ‘Il senso del pane’.

In che cosa consista il progetto lo si comprende leggendo la lettera che i tre hanno inviato a papa Francesco: «Santo Padre, in passato ci siamo macchiati della più atroce violazione dei dieci comandamenti impartitici da nostro Signore, l’omicidio. Oggi produciamo con le nostre mani ostie che vengono consacrate in varie chiese, così possiamo far arrivare il frutto della nostra volontà di redenzione ai cuori delle persone, soprattutto di quelle la cui sofferenza è dovuta ai crimini da noi commessi…»; i tre hanno chiesto di poter incontrare il Pontefice per «consegnare nelle vostre mani benedette le nostre ostie, in occasione del Giubileo della Misericordia». La risposta non si è fatta attendere. I tre saranno ricevuti in udienza privata, assieme ai promotori dell’iniziativa. Le ostie poi saranno donate alle parrocchie di tutta Italia e del mondo che ne facciano richiesta in qualsiasi quantità (casaspiritoarti@gmail.com). In cambio viene chiesto umilmente che i sacerdoti comunichino il senso del progetto ai parrocchiani e che una volta all’anno le offerte della Messa siano devolute per il proseguimento dell’iniziativa. Magari ci sarà qualcuno che storcerà la bocca; a questa obiezione risponde il responsabile tecnico del progetto Alessandro Falciani: “Il vero senso dell’iniziativa è proprio che le ostie nascono da mani che hanno ucciso, le stesse mani che hanno tolto la vita, adesso la ridonano, rappresentando così il senso della passione e della resurrezione di Cristo”.

 

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