mercoledì, Dicembre 1

Macedonia, crisi politica senza fine Il Paese è in pieno stallo politico dalle politiche del 2014. Sullo sfondo, la questione energetica

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La Grecia ha espresso il proprio ‘no’ per 4 volte consecutive dal 2008 per bloccare i negoziati di adesione. La ragione, ormai nota, è l’adozione del nome ‘Macedonia’,  che i greci non hanno mai accettato per ragioni storico-culturali. Si è tentato più volte di risolvere la questione a livello diplomatico, ma senza successo. Nel 1993 le Nazioni Unite ottennero l’approvazione greca all’ingresso macedone con l’adozione del nome temporaneo di Former Yugoslav Republic of Macedonia (Fyrom), ma da allora la questione sembra essersi arenata. Si sperava che la domanda di ingresso nell’Unione Europea (presentata nel marzo 2004) potesse fornire l’occasione per trovare un compromesso. Così non è stato e la Macedonia vive ancora oggi l’ambiguità della doppia denominazione. Col tempo molti Paesi, infatti, compresi i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu (ad eccezione della Francia) hanno accettato l’utilizzo di ‘Republic of Macedonia’ nelle relazioni bilaterali, ma anche in questo caso si è trattato di una soluzione tampone. Dal 2008, l’Ue considera la risoluzione della controversia relativa al nome una precondizione per riprendere i negoziati di adesione, con il risultato di rendere ‘ufficiale’ l’attuale stallo.

Quella che sembra una questione di lana caprina riveste invece molta importanza, non solo in Grecia. L’opinione pubblica macedone – e di riflesso tutti i partiti –  sono pressoché unanimi nel rifiutare ogni compromesso con Atene che cancelli la parola ‘Macedonia’ dalla denominazione ufficiale.

Al veto greco si è aggiunto, nel 2012, anche quello bulgaro. Stavolta la ragione è nel revisionismo storico e culturale intrapreso su alcuni aspetti da parte della Macedonia, corollario della propaganda filonazionalista del governo Gruevski, che gettando nel calderone politico simboli e personaggi storici contesi fra i due Paesi, ha di fatto inasprito i rapporti bilaterali.

A caccia dei (veri) colpevoli

Torniamo indietro. Come detto, la crisi politica esplosa da febbraio ha indotto i giornali nazionali, in accordo con quanto denunciato dal governo, a ricercare gli uomini o i movimenti che vogliono la destabilizzazione del Paese balcanico.

Molti hanno puntato il dito contro il finanziere ungherese naturalizzato statunitense George Soros, considerato un po’ ovunque un cavallo di Troia dell’Occidente e chiamato in causa ogniqualvolta una folla scenda in piazza in qualche parte del mondo. Soros ha certamente molti interessi nei Balcani – sua terra d’origine – ma attribuire ad un solo uomo, sia pur ricco e influente, la capacità di mettere in crisi i governi dell’Est, oltre a risultare un esercizio paranoico e complottista, fa passare in secondo piano la complessità del contesto internazionale in cui tali Paesi sono immersi.

La Macedonia, ad esempio, ha un ruolo di primo piano nella politica energetica di Europa e Russia. È qui che dovrebbe e potrebbe transitare Turkish Stream, la nuova conduttura con cui Mosca vuole convogliare gas in Europa aggirando l’Ucraina. Un progetto in fase embrionale ma che fa gola già a molti, e che accanto agli onori comporterebbe anche molti oneri. Il gas russo dovrebbe passare via Grecia e Macedonia in direzione Austria, dove verrebbe immesso nel circuito distributivo del resto d’Europa.

Il bello è che si tratta di un progetto ancora sulla carta, anzi nemmeno quello: al di là di qualche memorandum, non sono stati tracciati piani concreti sulla sua realizzazione. Senza contare che manca ancora un accordo di base tra Russia e Turchia (primo Paese di transito) e che l’affossamento dell’altro progetto coltivato dai russi negli ultimi dieci anni, South Stream, con la Ue che imposto alla Bulgaria di bloccare i lavori, non aiuta il decollo del suo ‘erede’ in salsa turca. Turkish Stream sarebbe una buona opportunità di sviluppo per un paese povero, molto povero come la Macedonia, ma dall’altra parte c’è il rischio di minare ulteriormente le proprie relazioni con Bruxelles.

Skopje si trova di fronte ad una scelta difficile, se accettare di partecipare o meno. E per questo c’è chi pensa che l’uscita di scena di Gruevski potrebbe contribuire a sciogliere questo nodo.

 

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