mercoledì, Dicembre 1

Macedonia, crisi politica senza fine Il Paese è in pieno stallo politico dalle politiche del 2014. Sullo sfondo, la questione energetica

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L’irrisolta questione albanese

Per chi manifestava il 5 maggio, dunque, non ci sono dubbi: è stato il governo a dirigere la regia della guerriglia a Kumanovo, giocando d’azzardo la carta etnica, con la patria messa in pericolo dalle rigenerate fiammate del nazionalismo albanese. Che tuttavia esiste e sta tornando ad essere un problema reale.

Nel 2001 il breve conflitto con l’Uck si è concluso con l’Accordo di Ocrida (13 agosto 2001), in base al quale il governo si impegnava a garantire maggiore autonomia e diritti alla minoranza albanese in cambio della rinuncia alla lotta armata e della conversione dell’Uck da formazione paramilitare a foza politica (per l’appunto, l’attuale Unione democratica per l’integrazione, Dui).

Malgrado ciò, negli ultimi anni le tensioni interetniche si sono riacutizzate a causa del nazionalismo del premier Gruevski, a cui la comunità albanese ha opposto una sempre maggiore intransigenza. In particolare, quest’ultima ha percepito molte scelte del governo Gruevski come mere strumentalizzazioni politiche volte ad assecondare le aspettative della maggioranza slava, tenendo però alta la tensione interetnica. Si spiegano così le tre grandi ondate di protesta albanese che hanno attraversato il Paese negli ultimi quattro anni.

Peraltro, la minoranza albanese invoca a gran voce un auspicato ingresso in Europa, che non è ancora avvenuto nonostante il Paese sia candidato all’ingresso nell’Ue da ben dieci anni, contribuendo così al crescente senso di alienazione rispetto ad un governo da cui gli albanesi non si sentono rappresentati.

L’Europa, sogno mancato

In effetti, la mancata adesione di Skopje è un po’ l’emblema delle politiche sbagliate perseguite dal governo nell’ultimo decennio. Dopo aver trascorso un lungo periodo di transizione dalla Federazione jugoslava all’odierna repubblica democratica, dal 1998 al 2006 la Macedonia ha fatto passi da giganti nella marcia di avvicinamento a Bruxelles, diventando il primo Paese di tutta l’area balcanica a firmare nel 2001 l’Accordo di stabilizzazione e associazione con Bruxelles (prima della Croazia, entrata nell’Unione nel 2013) e il secondo a ottenere lo status di “Paese candidato” nel 2005 (prima di Albania, Serbia e Montenegro). L’impulso era nato sotto la spinta dei governi socialdemocratici, desiderosi di condurre Skopje in Europa per lasciarsi definitivamente alle spalle la povertà dell’era socialista e le tensioni iteretniche a cavallo tra vecchio e nuovo millennio.

Con l’avvento di Gruevski, il cammino europeo della Macedonia si è fermato. Certo, pesano il veto della Grecia e il rifiuto comunitario di accettare nuovi membri, ma la responsabilità principale è della stessa Macedonia, cioè di chi l’ha governata e tuttora la governa.

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