mercoledì, Dicembre 1

Macedonia, crisi politica senza fine Il Paese è in pieno stallo politico dalle politiche del 2014. Sullo sfondo, la questione energetica

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Il materiale sarebbe stato passato ai socialdemocratici dai servizi segreti nazionali. Anziché pubblicare i nastri tutti insieme, l’opposizione ha scelto di rilasciarne la divulgazione a cadenza settimanale, con l’effetto di tenere il governo costantemente sotto pressione e l’opinione pubblica sempre concentrata sulla vicenda. Per il governo si tratterebbe solo di nastri manipolati e forniti da non specificati agenti stranieri (nei regimi illiberali, puntare il dito contro presunti nemici ‘esteni’ è consuetudine) il cui fine ultimo sarebbe la destabilizzazione del Paese.

La pubblicazione dei singoli misfatti ha spinto migliaia di cittadini a scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Gruevski. La prima grande manifestazione si è svolta il 5 maggio, quando centinaia di persone si sono riunite davanti alla sede del governo per poi bersagliarlo con delle uova, prima di essere disperse a forza dalla polizia. Nei giorni seguenti le manifestazioni si sono ripetute e il numero dei partecipanti non ha fatto che crescere.

Tutto è avvenuto nel silenzio più totale da parte dei mezzi d’informazione, sia interni che esteri. Almeno fino al 9 maggio, quando l’attenzione pubblica è stata di colpo richiamata da un altro, tragico evento.

I fatti di Kumanovo

Con la crisi politica sullo sfondo, sabato 9 maggio un violento blitz della polizia protrattosi per due giorni nella cittadina di Kumanovo (vicino al confine con Serbia e Kosovo, a maggioranza slava ma con una forte minoranza albanese) contro un’organizzazione terroristica albanese ha causato la morte di 8 poliziotti e 14 membri del gruppo armato, il ferimento di 37 agenti e l’arresto di 30 membri dell’organizzazione. L’episodio ha riportato alla memoria il conflitto combattuto tra l’esercito regolare macedone all’Uck, l’Esercito di Liberazione Albanese che tra il 1999 e il 2001 ha condotto varie azioni di guerriglia contro le forze armate macedoni.

Gli scontri di Kumanovo hanno colto l’opinione pubblica nazionale completamente di sorpresa, ma a poche ore dai fatti le opposizioni, come diversi osservatori internazionali, avevano già un’idea ben precisa sul perché dell’accaduto. A detta di Zaev, si sarebbe trattato di un blitz orchestrato dal governo con l’intento di distogliere l’opinione pubblica dall’affare intercettazioni. A sostegno della sua tesi, il leader socialdemocratico ha dichiarato che il governo sarebbe stato a conoscenza del gruppo armato da quasi due anni e che la scelta tanto del luogo (una città densamente popolata come Kumanovo) quanto della tempistica (4 giorni dopo le manifestazioni davanti al parlamento) serviva a garantire la massima visibilità.

Indubbiamente, la controversa gestione mediatica della guerriglia ha contribuito a gettare più di un’ombra sulla versione ufficiale fornita dalle autorità. Le prime informazioni su quanto stava accadendo sono trapelate nella mattinata dello stesso 9 maggio, ma si parlava solo di un’operazione di polizia degenerata in guerriglia urbana. Con i giornalisti tenuti a distanza e gli abitanti del posto rapidamente evacuati, i primi dettagli si sono appresi solo in serata, nel corso di una conferenza stampa organizzata soltanto a dieci dall’inizio degli scontri, quando ormai il panico si era diffuso tra i residenti. Per il bilancio ufficiale dell’operazione è stato necessario aspettare quarantotto ore.

Una ‘strategia della tensione’, insomma? Potrebbe esserlo. Non sarebbe la prima volta che il governo ‘organizza’ degli scontri per rafforzare il consenso interno. Lo sottolinea Andreja Bogdanovski, ricercatore macedone del think tank ‘Analytica’, il quale nota come proprio negli ultimi mesi la frequenza degli episodi di violenza politica sia addirittura aumentata: il 13 aprile scorso qualcuno ha tirato delle granate contro il palazzo del governo; il 21 aprile una quarantina di uomini avevano assaltato la stazione di frontiera di Goshintse; il 3 maggio una bomba è esplosa senza fare danni davanti alla sede del partner albanese della coalizione di governo, il Bdi-Dui. Inolte, nei mesi che hanno preceduto la sparatoria di Kumanovo ci sono stati diversi gli incidenti che le autorità hanno ricondotto a gruppi irredentisti albanesi, tutti casi rimasti però irrisolti e i cui autori non sono mai stati identificati.

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