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Macao e la sfida del suffragio universale field_506ffb1d3dbe2

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Sulla scia di ‘Occupy Central‘, il movimento democratico di Hong Kong che si batte per il suffragio universale, anche Macao ha di recente vissuto un periodo di intenso attivismo politico. Le due città hanno molto in comune. Entrambe sono state colonizzate da potenze occidentali e sono tornate a far parte della Cina negli anni ’90. Entrambe sono Regioni Amministrative Speciali fondate sul principio di «un paese, due sistemi» ideato da Deng Xiaoping, l’ex leader del PCC (Partito Comunista Cinese), negli anni ’80 con lo scopo di far tornare nel «grembo» della madrepatria cinese le due colonie, mantendendone però intatto il sistema economico, sociale e giuridico.

Da molti punti di vista, Macau e Hong Kong sono più democratiche della Cina continentale. Esse, infatti, hanno uno Stato di diritto ereditato dal periodo coloniale e un sistema politico in cui vi è competizione fra partiti. Però, gli elementi democratici sono spesso limitati da meccanismi oligarchici che permettono a Pechino di influire sulla politica interna delle due regioni speciali. Ad esempio, il Capo dell’Esecutivo di Macao, un titolo equivalente a quello di Primo Ministro, viene eletto da un comitato di 400 membri provenienti da vari settori dell’economia e delle professioni. Il comitato elettorale viene considerato come una cerchia ristretta di persone vicine a Pechino, o comunque non apertamente critiche nei confronti del governo centrale. Fernando Chui, l’attuale Capo dell’Esecutivo, fu eletto per la prima volta nel 2009. Il suo mandato è stato riconfermato domenica 31 agosto con 380 voti su 396. Come era successo già cinque anni fa, anche questo volta egli era l’unico candidato.

Come può un comitato elettorale di 400 persone rappresentare 550,000 abitanti? E come può un Capo dell’Esecutivo legittimare il suo incarico quando non vi è nessun altro candidato a sfidarlo? Queste sono le questioni fondamentali che i movimenti democratici di Macao stanno cercando di portare all’attenzione dell’opinione pubblica.

Macao è stata per molto tempo considerata una città meno «problematica» per le autorità centrali rispetto a Hong Kong. Mentre quest’ultima ha fin dal 1997 manifestato una forte riluttanza ad accettare l’integrazione in una dittatura comunista, la popolazione di Macao si è distinta per il proprio  atteggiamento apolitico. Il successo economico della regione ha permesso ai cittadini dell’ex colonia di raggiungere un benessere senza precedenti. Macao è l’unica zona della Cina dove il gioco d’azzardo è legale, e questo settore è divenuto una vera e propria miniera d’oro per l’ex colonia portoghese. Negli ultimi anni, la città ha attirato un numero sempre maggiore di ricchi cinesi che si riversano nei casinò. Fra gennaio e luglio di quest’anno, ad esempio, essa ha ricevuto 18 milioni di visitatori, un incremento dell’8% rispetto allo stesso periodo del 2013. Più di 12 milioni di questi turisti proviene dalla Cina continentale, mentre 3,7 milioni e 558,700 vengono rispettivamente da Hong Kong e Taiwan. Il turismo rappresenta il 35% del PIL di Macao, e l’84% del turismo è legato al gioco d’azzardo. Dal ritorno alla Cina nel 1999, l’economia di Macao è cresciuta del 557%, e nel 2014 il PIL pro-capite di Macao ha superato quello della Svizzera. Questo boom è stato per molto tempo un motivo sufficiente affinché gli abitanti dell’isola mettessero da parte le questioni politiche. Ma di recente le cose stanno cambiando.

La totale dipendenza di Macao dal gioco d’azzardo ha vari aspetti negativi. Per prima cosa, essa espone l’economia a fluttuazioni dovute sia alla congiuntura economica nella Cina continentale sia alle politiche di Pechino nei confronti del gioco d’azzardo. Ad esempio, di recente il regime comunista, nel tentativo di arginare fenomeni di corruzione e di fuga di capitali, ha limitato l’uso delle carte UnionPay nei casinò di Macao, utilizzate da ricchi cinesi per portare al di fuori della Cina continentale somme superiori a 3,200 dollari, il massimo consentito dalla legge del paese. Inoltre, le periodiche campagne anticorruzione lanciate da Pechino portano alla diminuzione delle entrate dei casinò. E se, in futuro, Pechino dovesse legalizzare il gioco d’azzardo in altre zone del paese, Macao perderebbe quello che, ad oggi, è di fatto un monopolio.

Un secondo problema sono le opportunità di lavoro per i giovani. Secondo Davis Fong Ka-chio, direttore dell’Istituto degli Studi del Gioco Commerciale di Macao, l’industria del gioco d’azzardo «distorce i valori» delle giovani generazioni. Dato che gli hotel e i casinò offrono posti di lavoro a persone che non hanno un alto livello d’istruzione, molti non investono tempo e denaro per migliorare le proprie qualificazioni e rimangono indietro rispetto ai coetanei della Cina continentale e di Hong Kong.

Infine, vi è la questione della qualità della vita. Quando Fernando Chui divenne Capo Esecutivo nel 2009, il prezzo medio di un appartamento era di 25,631 patacas al metro quadro; adesso è di 88,958 patacas al metro quadro. Poiché nella cultura cinese la casa di proprietà è vista come un prerequisito per il matrimonio, molti giovani si sposano tardi perché devono risparmiare abbastanza denaro per comprare un appartamento. Fernando Chui ha promesso che verranno costruite 28,000 nuove case popolari dopo la sua rielezione, ma molti si chiedono perché non abbia già avviato il progetto durante il suo primo mandato.

Sulu Sou Ka-hou, presidente della ‘Nuova Associazione di Macao’, un gruppo di attivisti filodemocratici, ha messo in evidenza come il Capo dell’Esecutivo dia precedenza agli interessi del mondo degli affari rispetto a quelli della maggioranza della popolazione, dato che la sua elezione dipende proprio dalle elites economiche della regione. Secondo Sou Ka-hou, negli ultimi anni il governo ha venduto vasti appezzamenti di terreno in località vantaggiose e a prezzi bassi ai grandi costruttori edili. La costruzione di case per le classi medio-basse, invece, non solo va a rilento, ma le zone in cui vengono realizzati i progetti sono lontane dal centro.

I cittadini di Macao non hanno alcuna possibilità di punire questo governo eleggendone un altro. Di fatto, la regione è dominata da un’oligarchia. L’unico modo per dare sfogo alla propria frustrazione è quello di organizzare attività di protesta. Questo è ciò che migliaia di persone hanno fatto lo scorso maggio, scendendo in piazza per manifestare contro un controverso disegno di legge sulle pensioni d’oro degli alti funzionari che il governo Chui ha poi ritirato.

Ma le strategie, più raffinate e rodate, degli attivisti della vicina Hong Kong hanno fatto scuola anche a Macao. Tre organizzazioni non governative, ‘Macao Conscience’, ‘Macao Youth Dynamics’, e ‘Open Macau Society’, hanno indetto un referendum non ufficiale sul modello di quello lanciato a Hong Kong dal movimento ‘Occupy Central’. Il referendum, che si è tenuto dal 24 al 31 agosto e a cui hanno partecipato 8,688 persone, conteneva due domande: «Il Capo dell’Esecutivo dovrebbe essere eletto per suffragio universale nel 2019?», e «Hai fiducia in Chui Sai On Fernando, il solo candidato alle elezioni del Capo dell’Esecutivo del 2014?»

Il governo di Macao ha reagito in modo ancora più duro di quello di Hong Kong alla sfida posta dai filodemocratici. Il 23 agosto, alla vigilia del referendum, le autorità hanno negato agli attivisti l’utilizzo di spazi pubblici per promuovere la loro campagna.

«Il governo ha reagito così perché ha paura del nostro referendum non ufficiale,» ha dichiarato Jason Chao Teng-hei, presidente di ‘Open Macau Society’. «Ci è giunta voce che il governo sia determinato a sopprimere la nostra campagna.» Jason Chao ha ricevuto una lettera dall’Ufficio per gli Affari Civili e Municipali di Macao, in cui le autorità specificavano che «ogni cosiddetto referendum rappresenta una sfida alla costituzione del paese e alla Legge Fondamentale.»

Poche ore dopo l’apertura dei seggi elettorali, avvenuta alle 11:00 del 24 agosto, la polizia li ha perquisiti uno per uno, costringendo gli organizzatori a chiuderli. 2 promotori del referendum, fra cui Jason Chao, e 3 attivisti sono stati arrestati con l’accusa di aver violato la legge sulla privacy. «Raccogliere dati personali per il cosiddettto referendum civile è un atto illegittimo,» ha fatto sapere il sostituto coordinatore dell’Ufficio per la Protezione dei Dati Personali.

Bill Chou Kwok-ping, vicepresidente della ‘New Macau Association’, ha dichiarato che i dati sono stati raccolti con il consenso dei votanti e che le autorità centrali «temono un risveglio dell’opinione pubblica di Macao.» Sten Verhoeven, professore di legge all’Università di Macao intervistato dal ‘South China Morning Post‘, conferma che non vi è stata alcuna violazione della privacy, poiché i votanti hanno fornito i loro dati personali volontariamente.

Sia Fernando Chui che le autorità cinesi hanno denunciato il referendum, sostenendo che tale meccanismo di voto popolare sia una violazione della Legge Fondamentale. Alexis Tam, portavoce del governo, ha definito il referendum «illegale». «Il governo della Regione Amministrativa Speciale di Macao è fermamente opposto al modo in cui alcuni piccoli gruppi stanno cercando di sfidare la legalità», si legge in una nota ufficiale.

Jason Chao ha risposto che il referendum non è illegale, ma semplicemente non ha valore ufficiale. Intanto, l’attivista è stato messo sotto accusa per non avere obbedito ad un ordine della polizia di fermare il referendum, un ordine che egli, però, definisce illegale.

Come a Hong Kong, anche a Macao la strategia del governo di Pechino e di quello locale sembra essere duplice. Da un lato, le autorità cercano di evitare uno scontro diretto con la società civile, e soprattutto lo spargimento di sangue. Dall’altro, i media di stato, le forze dell’ordine e gli organi ufficiali utilizzano vari metodi per intimidire gli attivisti ed avvertirli che le loro azioni potrebbero avere conseguenze legali ed economiche.

Bill Chow Kwok-ping, ad esempio, ha sperimentato sulla propria pelle che cosa vuol dire sfidare apertamente l’establishment. Il suo contratto da professore all’Università di Macao non è stato rinnovato perché, secondo quanto spiegato dall’istituzione, egli imponeva le proprie vedute agli studenti. Il docente, però, è convinto che il vero motivo sia il suo attivismo politico. Questo non è il primo caso di un professore di Macao che è stato rimosso dal suo incarico per ragioni politiche; a luglio, infatti, Eric Sautede, lettore all’Università Saint Joseph, era stato licenziato a causa dei suoi interventi nei dibattiti politici dell’isola.

Nonostante Macao, come Hong Kong, abbia in teoria un governo autonomo, e i suoi cittadini godano di diritti umani fondamentali negati ai cinesi sotto il controllo diretto del PCC, la sfida dei movimenti democratici dimostra che il concetto di legalità nella Regione Amministrativa Speciale è in realtà molto fragile. Può una dittatura comunista tollerare che alcune parti del suo territorio diventino veramente democratiche?

 

 

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