domenica, Dicembre 5

Ma siamo tutti d’accordo sulle privatizzazioni? image

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L’Italia è da tempo sotto lo schiaffo dei parametri del Patto di stabilità e crescita, anche per colpa del suo debito. Infatti, l’elevato debito pubblico e la conseguente spesa per interessi non solo fanno del nostro Paese uno degli elementi di criticità per l’Eurozona, ma portano anche a una pressione fiscale molto alta, a una estrema rigidità del bilancio pubblico e a una maggiore difficoltà nell’accesso ai capitali. Insomma una situazione critica che viene pagata in maggior parte da: giovani, piccoli imprenditori e pensionati.

Anche Olli Rehn Commisario UE all’Economia è tornato a mettere i paletti dichiarando ai giornali italiani che la Finanziaria messa a punto da Letta e Saccomanni non consente margini di manovra e che per di più debba essere corretta sul fronte del debito. Rehn si dice anche pronto a ricredersi se, entro il termine del mese di Febbraio, il governo fosse in grado di presentare dati concreti sui tagli effettivi di spesa e introiti delle privatizzazioni. Saccomanni invece a Wall Street mette in vetrina l’Italia e dichiara: il debito sale per le misure vistate dalla UE.

Come se non bastasse il pressing dell’Europa,in questi giorni S&P ha messo nel mirino anche Assicurazioni Generali. Ha ragione Massimo Giannini su  La Repubblica a scrivere il 1.12.2013 che: «Ora tocca al più grande gruppo assicurativo tricolore, tra i primi tre d’Europa, che può scivolare a BBB perché ha in pancia un «bolo» considerato indigeribile: 60 miliardi di euro in Bot e Btp. Nell’offensiva di S&P è folle la ‘destinazione’: Generali fa 1,6 miliardi di utili in 9 mesi, ha il 75% delle attività all’estero, ha già ridotto a 55 miliardi i suoi investimenti in Bot e Btp. Ma è ancora più folle la spiegazione: Generali è in creditwatch negativo perché è troppo esposta in titoli italiani, e l’Italia è a sua volta esposta al rischio». 

Viste queste preoccupazioni di rischio Paese, viene allora da dire, che se davvero saltasse il nostro debito sovrano, il downgrading delle Generali sarebbe davvero l’ultimo dei problemi, visto che (insieme a tutte le aziende italiane), salterebbero l’intero Sistema Paese e l’intera Eurozona. Uno scenario catastofico dal punto di vista economico che nessuno penso si possa augurare.

Si potrebbe trattare,invece, di un vero e proprio attacco all’Italia, ma anche un’offensiva contro la moneta unica, che usa l’Italia come l’anello debole. Il Senatore del PD Massimo Mucchetti, ha parlato di «una manovra gravissima contro la Repubblica». Una manovra che parte, ancora una volta, da una delle «tre sorelle» (oltre a S&P, Moody’s e Fitch) che in un regime di «oligopolio perfetto» tengono da almeno cinque anni in ostaggio i mercati e gli Stati. Di fronte a questo strisciante «complotto contro l’Italia», viene anche da chiedersi che iniziative metteranno in campo Letta e Saccomani. Vedremo….

Ad ogni modo visto che nessuno può negare che il debito pubblico deve scendere, si capisce anche la rinnovata spinta – per ora solo a parole – verso le privatizzazioni.  A dispetto dell’apparente consenso, confermato dall’esplicita menzione nella lettera della Bce al Governo italiano del 5 agosto 2011, il tema è più controverso di quanto possa apparire.  Infatti, mentre quasi tutti concordano, in teoria, sull’opportunità di cedere le società pubbliche attive nei servizi pubblici locali e gli immobili pubblici, ben pochi si spingono al punto di invocare la vendita delle grandi e redditizie partecipate dal Tesoro e dalla Cdp: Eni, Enel, Terna, e poi Poste, Trenitalia tanto per fare i nomi più appetitosi.

L’operazione di cessione è tanto più facilmente realizzabile quanto più gli “oggetti” in vendita sono valorizzabili senza bisogno di procedere a pesanti riorganizzazioni o addirittura riforme della disciplina dei settori di riferimento. In altre parole, gli asset più semplici da alienare sono le partecipazioni a società quotate attive in settori liberalizzati. Vengono subito in mente i nomi di Eni ed Enel.

In tutti gli altri casi, prima di procedere alla privatizzazione sarebbe necessario operare complicate forme di riorganizzazione societaria (per esempio l’unbundling della rete ferroviaria da Ferrovie dello Stato o la separazione di Bancoposta da Poste), liberalizzazioni che garantiscano condizioni concorrenziali eque per tutti e, in alcuni casi, addirittura censimenti e complesse operazioni finanziarie di riallocazione della proprietà (per gli immobili). Insomma, niente di tanto facile e soprattutto di realizzabile in tempi brevi.

C’è però anche un’altra un insidia. L’obiettivo delle privatizzazioni-come affermano gli economisti de La Voce info: «è senza dubbio anche contabile – e specialmente lo è in una congiuntura come quella attuale – ma non è solo contabile; e probabilmente quello contabile è il minore dei benefici attesi da una privatizzazione ben fatta»Come sottolinea l’Ocse nella più recente edizione delle guidelines per privatizzare efficacemente, le considerazioni relative agli aspetti competitivi devono avere un ruolo preminente.

Dal punto di vista del saldo contabile, questo implica la consapevole rinuncia a massimizzare il gettito. Infatti, se si vuole ottenere il massimo gettito possibile, la soluzione razionale è quella di cedere asset a condizioni monopolistiche, in modo tale – per così dire – da “cartolarizzare una rendita”. Purtroppo, quando si dice che nel passato le privatizzazioni italiane hanno fallito, si esprime molto probabilmente un giudizio eccessivamente negativo, ma si fa riferimento proprio a questo tipo di rischio.

Invece, il senso virtuoso di una privatizzazione ben architettata, è quello di rendere contendibili asset e quote di mercato, allo scopo non solo di ricavare gettito da destinare all’abbattimento del debito pubblico, ma anche di innescare dinamiche competitive che, in prospettiva, contribuiranno a una maggiore crescita del Paese. In Italia se ne parla da anni in tutte le sedi. Un sogno solo in parte realizzato, ma non ancora pienamente attuato. Sebbene l’elemento determinante nell’attirare investimenti sia la liberalizzazione, anche la privatizzazione risulta fondamentale, specie nel lungo termine, in quanto in assenza della proprietà privata , la mobilità degli asset non sarà mai pienamente garantita.

Le privatizzazioni – al di là delle probabili conseguenze sull’efficienza delle aziende privatizzate – consentono poi di rompere il conflitto di interessi tipico dello Stato azionista e regolatore, con ciò avendo un effetto indiretto pure sulla qualità della regolamentazione. Ci sono molte teorie su questi temi. Alla fine io credo che il metodo corretto sia nel giusto equilibrio tra pubblico e privato. In questo equilibrio il pubblico dovrebbe avere una funzione di intelligente regolazione per la tutela dell’interesse generale dello Stato e dei suoi cittadini. Per ora con un focus sull’Italia e in un domani speriamo prossimo nell’interesse dell’Europa. Un Europa che cresca però in modo armonico tra le sue parti: senza zona d’influenza da una parte e zone di scarso sviluppo dall’altra.

 

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