domenica, Agosto 1

Ma la Russia non è l'Urss field_506ffb1d3dbe2

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Forse, la crisi ucraina si sta quanto meno sdrammatizzando, se non proprio avviando in qualche modo a soluzione. Il “forse” va naturalmente sottolineato due volte, ma sta di fatto che per la prima volta il costante inasprimento delle sue ripercussioni internazionali accenna ad arrestarsi grazie ad un apparente interesse comune di tutte le parti in causa a scongiurare il peggio. Tra i due protagonisti finora più reciprocamente ostili, la Russia e il nuovo governo di Kiev, si è aperto uno spiraglio di dialogo.

I massimi dirigenti di Mosca assicurano e ribadiscono di non avere alcuna intenzione di invadere militarmente, dopo la Crimea, anche il resto dell’Ucraina sud-orientale se non dell’intero Paese. Quelli di Washington, pur continuando a contestare la legittimità dell’annessione della Crimea e a protestare per l’ulteriore concentrazione di truppe russe presso la frontiera, si limitano ad esigere la cessazione di quest’ultima come condizione per riprendere il dialogo con il Cremlino. Dialogo che in effetti  è già ripreso, e stavolta per iniziativa russa, con la chiamata al telefono di Barack Obama da parte di Vladimir Putin, seguita a tamburo battente dall’ennesimo incontro tra i rispettivi ministri degli Esteri, John Kerry e Sergej Lavrov, stavolta a Parigi e con prospettive di successo presumibilmente migliori rispetto alle precedenti occasioni.

Alla base della schiarita sta secondo ogni apparenza la quanto meno tacita rassegnazione dell’Occidente al fatto compiuto in Crimea, in aggiunta alla quale il Cremlino ha persino incassato un’assicurazione altrettanto implicita ma trasparente, oltre che molto importante, da parte di Obama. Il presidente americano ha infatti dichiarato che l’Alleanza atlantica interverrebbe automaticamente in difesa dei Paesi dell’Europa orientale che ne fanno parte qualora fossero attaccati dalla Russia allo stesso modo e con le stesse giustificazioni  (quelli proclamate, almeno) usati con l’Ucraina.

Una dichiarazione pleonastica, se si vuole, ma evidentemente destinata non solo a rassicurare i suddetti Paesi bensì, anche e in modo meno scontato, ad escludere l’Ucraina da ogni protezione militare da parte della NATO Iolto importante,ettanto implicita ma trasparente da parte di Obama.a, con la chiamata al telefono di arente interesse comune d e soprattutto, probabilmente, la persistenza di un obiettivo già perseguito da precedenti Amministrazioni americane quale l’inserimento dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica, sconfessato del resto nei giorni scorsi anche dal governo provvisorio di Kiev.

Neppure Mosca, è da credere, avrà d’altronde interpretato la precisazione di Obama piuttosto come un via libera all’ingresso delle divisioni russe in Ucraina, che evidentemente scatenerebbe una serie di reazioni occidentali sul terreno politico-economico di ampiezza e incisività molto superiori alle sanzioni finora applicate o preannunciate e tali quindi, insieme ad altre considerazioni, da sconsigliare ulteriori atti di forza. Senza contare, poi, che gli Stati Uniti, in particolare, dispongono di strumenti diversi dagli interventi armati (che pure notoriamente non disdegnano, o non disdegnavano fino a ieri) per influenzare efficacemente situazioni e sviluppi all’interno di singoli paesi, come sembra sia avvenuto di recente proprio in Ucraina, sia pure in forme e dimensioni mai abbastanza chiarite. I media russi hanno denunciato a gran voce un’ingerenza americana addirittura determinante per la “rivoluzione” di Maidan, fornendo cifre di finanziamenti e altri dettagli però di fonte ignota e di impossibile riscontro.

Ben presto si potrà verificare la reale consistenza della svolta in senso distensivo della crisi, che rimarrà comunque esposta chissà quanto a lungo alle incognite e agli imprevisti del caso. Ma resterà altresì da vedere se e quanto cambieranno eventualmente di segno anche le visioni più ampie di quanto è finora accaduto e le deduzioni che ne sono state tratte riguardo ai futuri scenari mondiali. E che potrebbero, le une e le altre, rivelarsi effimere, anche perché spesso strumentali ossia miranti ad influire sulle scelte politiche piuttosto che riflettere analisi oggettive delle varie realtà.

Non si è tardato, dovunque in Occidente, ad agitare lo spauracchio di una Russia di nuovo espansionista e imperialista come già l’Unione Sovietica e a paventare l’incubo di una nuova guerra fredda, se non addirittura calda, tra Est e Ovest. Su questo secondo punto lo stesso Obama, con tutta la sua indignazione per le malefatte di Putin, è stato seccamente negativo, e d’altronde se si fosse espresso diversamente sarebbe stata una confessione del pieno fallimento del suo impegno per riaggiustare, all’insegna del cosiddetto reset, i rapporti tra Washington e Mosca deterioratisi sotto il suo predecessore.

Quanto alla reviviscenza dell’URSS, la sua improponibilità dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti malgrado le dichiarate e peraltro solo parziali nostalgie di Putin. La principale erede dell’”impero del male”, così bollato da Ronald Reagan, sarà anche qualcosa di più di una potenza puramente regionale come l’ha minimizzata l’attuale inquilino della Casa bianca, ma i suoi punti di forza sono quanto meno pareggiati dai numerosi punti di debolezza.

E’ vero che anche l’URSS si rivelò alla fine molto più fragile sotto ogni aspetto di quanto si credesse, ma per lunghi decenni il suo multiforme potenziale fece paura, ai suoi nemici e detrattori, nel mondo intero. Ed è comunque vero che il suo crollo nel 1991 fu una grossa sorpresa per quasi tutti, e tuttora molti ritengono che il suo regime e lo stesso suo impero avrebbero potuto durare ancora a lungo, magari tra crescenti difficoltà, se Michail Gorbaciov non avesse tentato di riformare profondamente entrambi con il risultato di emulare l’apprendista stregone.

Se la potenza economica sovietica era quanto meno discutibile, non lo era certo quella militare, che a tratti, anzi, parve superiore a quella degli Stati Uniti. Oggi la Russia post-comunista è complessivamente ancora parecchio inferiore agli USA  per capacità bellica, ma a quanto risulta il suo arsenale di armi nucleari è il maggiore del mondo. Per contro, a differenza dell’URSS, alla Russia di Putin manca l’arma ideologica il cui possesso stava all’origine dello scontro epocale tra il “primo Stato socialista del mondo” e il “mondo libero” più o meno liberalcapitalista.

Un’arma che alla fine si rivelò alquanto spuntata, come sottolineò Enrico Berlinguer proclamando esaurita la carica propulsiva della Rivoluzione d’ottobre. Sempre per non pochi decenni, tuttavia, il suo uso aveva sostenuto l’espansionismo sovietico conferendogli slancio e persino qualche legittimazione. La sfida comunista a livello planetario aveva inoltre contribuito (sia pure con effetti controproducenti, se si vuole) a spingere il sistema antagonista verso importanti riforme economico-sociali, mentre il modello sovietico nel suo insieme si era rivelato attraente almeno per numerosi Paesi già coloniali e comunque sottosviluppati.

Oggi, mentre la potenza economica della Russia è viziata da una fondamentale vulnerabilità, non rimediabile in tempi brevi, il suo modello-Paese non solo è agli antipodi di quello sovietico, salvo che per un sistema formalmente democratico condito con forti dosi di autoritarismo, ma si presenta privo, anche per questo motivo, di qualsiasi attrattività. E sembra poco probabile che a ciò possa supplire la missione di campione di una moralità tradizionale contro la generale deriva dei costumi che l’attuale numero uno del regime ha recentemente accennato ad intraprendere.

La ricchezza nazionale è aumentata di molto negli ultimi anni ma è sempre più concentrata, in misura con pochi uguali al mondo, nelle mani di un’esigua minoranza di privilegiati e innanzitutto di quella ristretta cerchia di “oligarchi” ai quali Putin ha concesso finora piena libertà di movimento in cambio della fedeltà politica. Oltre alla democrazia è assai carente anche lo Stato di diritto, mentre la corruzione permane dilagante a tutti i livelli e un patriottismo ancora solido e largamente diffuso non impedisce che una massa di capitali necessari per lo sviluppo interno vengano invece investiti oltre confine e che per un complesso di motivi i giovani, soprattutto, preferiscano trasferirsi anch’essi all’estero aggravando così le conseguenze del persistente declino demografico.

Tutto ciò fa sì che ben difficilmente la Russia odierna possa competere come l’URSS per il dominio mondiale o anche solo puntare ad espandere la propria sfera di influenza in ogni direzione senza guardare in faccia a nessuno né badare ai relativi rischi e costi. Tanto più che, a differenza dell’URSS con il suo “campo socialista”, essa non è affatto quasi autosufficiente bensì largamente legata al mondo esterno economicamente e finanziariamente, come viene ricordato in questi giorni non solo da chi sostiene la funzionalità delle sanzioni decretate o minacciate contro Mosca dall’Occidente.

E’ invece plausibile la rivendicazione russa della parità con le altre maggiori potenze, del “rispetto” dei propri diritti e interessi tra i quali può del resto figurare anche la ricostituzione di una comunità più o meno integrata di Stati oggi indipendenti nell’area ex sovietica, quando entità analoghe esistono o processi analoghi si svolgono anche in altre parti del mondo a cominciare dall’Europa. Tutto dipende, naturalmente, dal modo in cui una simile finalità viene perseguita, cioè se nel rispetto anche dei diritti, interessi e programmi altrui oppure forzando la mano ai soggetti renitenti.

C’è chi ha riscontrato nella crisi ucraina, come già in quella georgiana del 2008, una flagrante mancanza di tale rispetto, anzi un’intollerabile manifestazione di prepotenza russa e persino una precisa intenzione di sovvertire le norme sia pure non sempre scritte che regolerebbero le relazioni internazionali, non si capisce in realtà da quando, in pratica, e se valide proprio per tutti. Una tesi del genere, esposta ad esempio nell’Economistdel 22 marzo scorso (The new world order) era già confutata in partenza da fonti tanto autorevoli quanto non sospette di compiacenza nei confronti della Russia in generale e di quella putiniana in particolare.

A voci di vecchie glorie come Henry Kissinger, ideatore e realizzatore della distensione tra gli USA e la Cina di Mao Zedong che negli anni ’70 indebolì sensibilmente l’URSS, o Zbigniew Brzezinski, l’oriundo polacco che in veste di consigliere del presidente Jimmy Carter promosse contro Mosca una tenace campagna in difesa dei diritti umani, se ne sono aggiunte altre non meno eloquenti nell’invitare a riconoscere le ragioni russe in una crisi che ha visto il Cremlino muoversi, sia pure con durezza, da posizioni di difesa piuttosto che offensive.

Helmut Schmidt, l’ex cancelliere tedesco che sempre negli anni ’70 venne ai ferri corti con l’URSS di Leonid Brezhnev sulla contrapposizione tra gli euromissili atlantici e quelli sovietici, oggi si rifiuta di qualificare Putin come un nuovo zar privo di scrupoli e di ritegno, esprime comprensione per il suo operato e si spinge fino a negare che il referendum per l’annessione della Crimea sia stato stato senz’altro illegittimo. La Germania, come si sa, è particolarmente conciliante verso Mosca, ma non tutti i tedeschi lo sono in eguale misura. Ad esempio Josef Joffe, editore e columnist del settimanale “Die Zeit che ha ospitato la citata intervista di Schmidt, nello stesso numero ha criticato severamente Putin ma anche concluso con la “buona notizia” che il presidente russo “non è un imperialista ma piuttosto un opportunista” da trattare nel modo giusto per convincerlo a fermarsi dopo l’acquisizione della Crimea.

Tornando alle visuali americane, non va certo dimenticato che Obama deve fare i conti con un’opposizione repubblicana i cui massimi esponenti attuali non desistono dal vedere nella Russia l’“avversario strategico numero uno” e reclamano che venga trattata come se nulla fosse cambiato dai tempi di Brezhnev o addirittura di Stalin. Ma esponenti più anziani ed esperti anche di questa parte politica mostrano di pensarla in modo meno reciso. L’ex segretario di Stato George Shultz, uno dei protagonisti della fase conclusiva della guerra fredda, e Sam Nunn, già a lungo presidente della Commissione Forze armate del Senato USA, in un recente articolo firmato da entrambi hanno raccomandato reazioni ferme alle mosse russe che tengano però conto dei numerosi punti deboli di Mosca e dell’opportunità di continuare negli sforzi per coinvolgerla in programmi e iniziative di reciproca cooperazione anziché favorire il suo isolamento. Sottolineando, inoltre, la convenienza per tutti che la Russia sia indotta a comportarsi come attore rispettato e importante sulla scena internazionale. 

 

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