sabato, novembre 17

Ma il Lussemburgo non è la Baviera Fra crisi dei partiti di Governo, crescita dei Verdi e non avanzata dei populismi, si sono chiuse le urne. Ma non bisogna considerarla una tendenza.

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Anche quello appena trascorso è stato un weekend elettorale. Oltre alle ben note elezioni nel Land della Baviera, anche nel piccolo Granducato del Lussemburgo si è votato per rinnovare il Parlamento. I 60 seggi della Camera dei Deputati (Chambres des Députés, in francese, D’Chamber, in lussemburghese) devono essere rinnovati ogni cinque anni e nel 2018 scadeva il mandato. Il risultato di queste nuove elezioni sembra avere numerosi punti in comune con quello uscito dalle urne del Land bavarese.

Nella tornata elettorale del 2013, il partito del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker aveva ottenuto la maggioranza relativa dei seggi della Camera dei Deputati: il Partito Popolare Cristiano Sociale (Chrëschtlech Sozial Vollekspartei, CSV) poteva contare su 23 seggi. Al Partito Socialista Operaio Lussemburghese (Lëtzebuerger Sozialistesch Arbechterpartei, LSAP) di Etienne Schneider e il Partito Democratico (Demokratesch Partei, DP) di Xavier Bettel sono andati 13 seggi ciascuno, mentre i restanti 11 sono stati spartiti fra i Verdi (Déi Gréng, 6 seggi),  il Partito Riformista di Alternativa Democratica (Alternativ Demokratesch Reformpartei, ADR, 3 seggi) e l’alleanza elettorale di sinistra (Déi Lénk, 2 seggi). Il CSV, conservatore, andò all’opposizione: il Governo fu affidato al ticket Bettel-Schneider, rispettivamente Primo Ministro e Ministro della Difesa del Granducato, sostenuti dalla coalizione formata da LSAP, DP e i Verdi – ribattezzata ‘Gambia’, perché i colori dei partiti ricordano quelli della bandiera dello Stato africano.

Cinque anni dopo, il quadro è sostanzialmente immutato, ma alcuni cambiamenti sono significativi dei tempi odierni. Il CSV di Juncker, oggi guidato da Claude Wiseler, ha perso cinque punti percentuali rispetto al 2013, attestandosi su 21 seggi, mentre LSAP di Schneider e DP di Bettel perdono rispettivamente 3 seggi e 1 seggio, indicativi della perdita di 4 punti percentuali complessivi all’interno della coalizione di Governo. Se i partiti istituzionali perdono colpi, quelli portatori di istanze più moderne e più inclini al cambiamento guadagnano punti: da questo punto di vista, un grande exploit è stato compiuto proprio dai Verdi che, nonostante 5 anni di Governo, hanno guadagnato seggi e voti: il partito ambientalista guidato da Françoise Folmer e Christian Kmiotek ha guadagnato 5 punti percentuali e 3 seggi, arrivando a 9. Un’eventuale nuova ‘Gambia’ avrebbe ancora la maggioranza assoluta, con 31 seggi in luogo dei precedenti 32. Una maggioranza certo risicata, ma decisamente più orientata verso le istanze dei Verdi. I partiti antisistema avanzano, ma a passi così piccoli da sembrare impercettibili: ADR passa da 3 a 4 seggi, mentre il nuovo Partito Pirata del Lussemburgo (Piratepartei Lëtzebuerg) ne guadagna 2. Fuori dai giochi l’alleanza di sinistra. I prossimi giorni saranno caratterizzati da intense trattative per formare il nuovo Governo del Granducato.

Certo, le situazioni sono diverse, ma le assonanze fra la tornata elettorale delle politiche lussemburghesi e quella delle amministrative bavaresi sembrano più di una. Per esempio, anche in Baviera c’è stato un crollo dei partiti storici: i conservatori del CSU, a capo del Governo monocolore del Land, hanno perso il 10% dei voti, pur mantenendo la maggioranza relativa. Per la seconda volta nella loro storia dovranno formare una coalizione di Governo. A sinistra, la SPD è sotto il 10% delle preferenze dei bavaresi e il partito socialdemocratico inizia a scricchiolare sinistramente: d’altro canto, su questo lato dell’arco parlamentare si registra un’ascesa notevole da parte dei Verdi, sotto la guida di Katarina Schulz, che ha fatto del partito ambientalista il secondo movimento in Baviera, con il 19% dei voti. I populisti dell’AfD, con il loro 10% non sfondano, anzi perdono rispetto alle politiche.

Il quadro uscito dalle elezioni bavaresi, in particolare, suscita un forte dibattito attorno al futuro del Governo tedesco e, di conseguenza, dell’Europa. Qual è la lezione di questa tornata elettorale? Lo spiega Antonio Villafranca, Research Coordinator presso l’Istituto Studi Politici Internazionali.

Bisogna fare attenzione a prendere il caso bavarese ad esempio di quello che sta accadendo in altre zone d’Europa, spiega Villafranca: “Ci sono tendenze comuni, come quella della crisi dei partiti tradizionali, ma non si può prescindere dalle peculiarità delle singole realtà. Finora in Germania ha riguardato soprattutto i socialdemocratici e, adesso, sta investendo anche i cristiano-democratici, componente bavarese compresa. Il successo dei Verdi va letto nell’ottica di questo delineamento generale, ma ha anche caratteri legati alla particolarità del caso tedesco e bavarese”. In particolare, è interessante il caso dei Verdi: “Ha una leader, Katarina Schulz, molto carismatica, forte, che è riuscita a coniugare elementi tipici della sinistra a posizioni che riguardano la questione dell’immigrazione, in disaccordo con la deriva destrorsa impostata dalla CSU e da Seehofer. Ha così eroso voti sia ai socialdemocratici, sia alla CSU, con una leadership carismatica di una giovane espressione della sinistra progressista”.

Indicativa, per la Baviera ma, in senso più ampio, anche per la socialdemocrazia europea, il crollo della SPD. Spiega Villafranca: “La SPD sta cedendo il passo a un altro tipo di sinistra che non disdegna di affrontare problematica solitamente di destra. Gli elettori non riescono più a cogliere quale sia l’elemento di identità del Partito Socialdemocratico Tedesco rispetto al Partito Cristiano Democratico di Angela Merkel: sono percepiti come sostanzialmente simili, pur con delle sottili differenze. A questo punto, un elettore preferisce votare CDU; se invece si sente di sinistra, non si riconoscerà più nel SPD e voterà per i Verdi”.

Ma anche i cristiano-sociali e, in senso più ampio, il partito della Cancelliera, non può dormire sonni tranquilli. Infatti, dice sempre Villafranca: “È un campanello d’allarme per la CSU, che mantiene la maggioranza relativa, ma che perde il 10% dei voti. Stiamo parlando di un partito che ha quasi sempre governato in Baviera. Ora sarà costretta a governare con una nuova coalizione (come già accaduto nella legislatura precedente a quella appena conclusa). Al momento, la dirigenza della CSU ha escluso la possibilità di coalizzarsi con i Verdi: si apre quindi la possibilità di una coalizione a tre, con i Liberali e i Liberi Elettori, un partito locale molto diffuso nelle campagne, un centro conservatore. L’esclusione della possibilità di governare con i Verdi non è una cosa di poco conto: il CSU vuole evitare di avere qualcuno alla propria destra, che vuol dire evitare di far crescere l’AfD”.

E, a proposito di AfD: “Lo spostamento a destra della CSU ha impedito ad AfD di crescere ulteriormente. Bisogna però vedere il responso delle urne nelle elezioni regionali delle prossime settimane: un’ulteriore perdita di voti della CDU sarebbe un colpo duro per la leadership di Angela Merkel, in prossimità del congresso del proprio partito”. Bisogna fare attenzione quando si parla di populismo. Continua Villafranca: “Ne esistono di diversi tipi in giro per l’Europa, per orientamento. AfD è di estrema destra, nazionalista, che nasce e si radica specialmente nella Germania dell’Est, secondo partito, e non si esclude che in Sassonia possa diventarne il primo. La Germania ha sacche di povertà, soprattutto nella Germania Orientale”.

Ma, in ultima analisi, quale lezione può trarre Bruxelles dalle elezioni dello scorso fine settimana? Conclude Villafranca: “Bruxelles è attenta a ciò che accade ai Governi federali. Guarda quanto il risultato delle elezioni possa scalfire la tenuta della Grosse Koalition, con un SPD ridotto ai minimi termini e la Merkel in caduta libera”.

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