lunedì, Settembre 20

M5S denuncia, Renzi carica e Letta desiste Politica: il punto

0

 

 

Renzi nuova

Lo schema sembra ormai collaudato: M5S denuncia, Matteo Renzi ci mette il carico e il premier Letta è costretto a battere in ritirata. È successo in passato con le vicende riguardanti gli affitti d’oro, le slot machine e le “marchette” introdotte nel decreto Roma Capitale. È risuccesso, fra ieri e oggi, con la vicenda dello scatto di anzianità agli insegnanti (prima tolto da Giulio Tremonti, poi restituito a settembre di quest’anno dal governo e tolto di nuovo dopo Natale).

Dopo la denuncia del deputato grillino Luigi Gallo che, esaminando il Dpr 122/2013, si è accorto che prevedeva la procedura di recupero degli scatti stipendiali del 2013, il ministro della Pubblica Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha chiesto al ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni di annullare quel provvedimento. Saccomanni, sempre ieri sera, si è rifiutato commettendo un duplice errore: non considerare la reazione di Matteo Renzi di fronte a questa ennesima figuracciail governo non è Scherzi a parte» ha dichiarato in TV a “Otto e mezzo”) e soprattutto sottovalutare la determinazione del ministro Carrozza (senza parlare delle minacce di sciopero generale dei sindacati).

Questa mattina, il premier Enrico Letta, vista l’enfasi data dai media alle dichiarazioni di Renzi («Se il ministro prima dai solidi agli insegnanti e poi chiede i soldi indietro, io mi arrabbio») e letto il coro unanime di critiche su tutti i giornali ha immediatamente disinnescato la mina annullando il provvedimento e comunicandolo con un tweet.  Dimostrazione ulteriore che il premier regge con sempre maggiore difficoltà la pressione di Renzi sul governo.

Anche perché il sindaco non perde occasione per elencare i punti deboli del governo e marcarne quanto più possibile la sua distanza. Alla stessa trasmissione ha dichiarato che sull’Imu (o comunque si chiami) «nemmeno gli addetti ai lavori capiscono come funzionerà», che finora «non è stato presentato un piano di riforme complessive», che la «web tax è una barzelletta», e che bisogna ridiscutere con l’UE il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil».

L’ultima carta rimasta a Letta per evitare la deflagrazione è “Impegno 2014”, il patto alla tedesca con gli alleati di governo che prevede, nelle intenzioni del premier, un cronoprogramma dettagliato con i provvedimenti da prendere «per rilanciare l’economia, modernizzare il mercato del lavoro e portare a casa le riforme istituzionali» come è riportato in una nota di Palazzo Chigi. In questo patto Letta vuole inserire, senza possibilmente togliere nemmeno una virgola, il “Job act” di Renzi, un piano per il lavoro che sarà ufficialmente presentato entro la fine settimana ma di cui lo stesso Renzi ha anticipato ieri le linee guidariduzione delle tasse sul lavoro aumentando quelle sulle rendite finanziarie», «riduzione del 10%  del costo dell’energia per le imprese», «introduzione del contratto unico a tutele progressive», «una spinta a creare occupazione in sei settori chiave della nostra economia come moda, manifatturiero, turismo, cultura, innovazione, green economy»). 

Innovazioni di cui il nostro sistema produttivo ha bisogno, ma la questione madre da cui dipende tutto il resto è l’accordo sulla legge elettorale. Una questione molto complicata dove ogni partito sta giocando almeno su due tavoli ma dove è comunque Renzi a distribuire le carte. Il sindaco tratta con tutti per far capire ad Angelino Alfano che non accetterà nessun ricatto («Ho messo in campo tre proposte ma nessuno può dettare diktat» ha dichiarato). Renzi vuole capire fin a che punto l’apertura di Alfano al modello del Sindaco d’Italia è sincera e non finalizzata a dilungare i tempi di approvazione  («Nessuno deve fare trucchettini» è il chiaro messaggio spedito al vice-premier). 

Paradossalmente la mossa a sorpresa per mettere alla prova la parola di Alfano potrebbe essere quella di rinviare nuovamente alla Commissione Affari Istituzionali del Senato la prima discussione del provvedimento. Ai primi tentennamenti o “distinguo” di Quagliariello si vira sul modello spagnolo e il governo è finito. E Alfano pure.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->