martedì, Settembre 28

M5S: addio alle armi Un'altra defezione nelle file del MoVimento cui potrebbero seguirne altre

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Il Premier Matteo Renzi ha riferito alla Camera e al Senato sull’intervento che terrà al Consiglio UE di giovedì 18, che sarà l’ultimo del semestre di presidenza europea dell’Italia e il primo dell’era di Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione UE. «Siamo in una fase di passaggio straordinariamente delicata e sensibile» ha detto Renzi «l’Europa è al bivio»: o si cambia direzione nella politica economica, oppure «abbiamo perduto l’Europa».
La UE, ha spiegato, «deve recuperare la politica estera come capacità di avere una propria identità e una politica di investimenti nuova, smettendola di essere più attenti a chi ha lo zero virgola, a chi ha fatto i compiti a casa, o più attenti all’austerity che alla salute dei propri figli». Tornando su un tasto più volte sollecitato negli ultimi 6 mesi, Renzi ha sottolineato come «tutti sono convinti che oggi l’UE ha fatto una scelta politica, forse non sufficiente e questo dipenderà da Juncker. La politica deve fare il suo mestiere e non lasciare l’Europa ai tecnocrati». Ma il Premier ha anche accennato ai suoi propositi per l’anno che verrà: dopo la scadenza del suo mandato, ha aggiunto, «continuerò nel PSE, che ha ancora una timidezza incomprensibile, e nel Consiglio UE a combattere perché gli investimenti per ridurre la bolletta energetica, quelli per la banda larga, per l’edilizia scolastica o per le periferie possano essere esclusi dal patto di stabilità».

Poi un passaggio dedicato alla candidatura italiana per ospitare le Olimpiadi del 2024: «C’è una reazione sorprendente. Tutti a dire che è impossibile fare le Olimpiadi in Italia perché c’è chi ruba». E, lanciandosi in uno dei suoi consueti voli retorici, Renzi ha chiosato dicendo che le Olimpiadi «sono un sogno che deve essere rigoroso, tenace, di alta qualità, ma dire di non farle perché qualcuno non è all’altezza frustra i desideri dei cittadini. (…) Laddove c’è da costruire innovazione l’Italia c’è»; anche perché il compito «del nostro paese è costruire grandi ponti, tornare a credere che si possano realizzare grandi cose e essere tifosi dell’Italia».

Nel discorso tenuto dal Premier alla Camera c’è stato anche una sorta di appello nei confronti del M5S: «Abbiamo bisogno anche di voi, ne ha bisogno questo Parlamento che non può vedere costantemente buttata via una forza politica importante che ha preso milioni di voti, in una discussione interna e sterile con cui continuerete a perdere deputati e senatori». Un appello i cui effetti hanno fatto passare in secondo piano le considerazioni sul sostanziale fallimento del semestre di presidenza italiana. Durante la sua dichiarazione di voto, come Come San Paolo sulla via di Damasco, Tommaso Currò ha annunciato il suo abbandono del M5S dicendo: «Voglio sentirmi sereno e orgoglioso di lavorare per un progetto politico nel quale riconoscermi e attraverso il quale operare. Oggi questa condizione in M5S non c’è più». Nel suo intervento, Currò ha attribuito al Governo il merito di aver segnato una grande discontinuità nel rapporto con l’Europa e di cercare una via d’uscita alla crisi, mentre ha imputato al MoVimento «atteggiamenti pregiudizievoli per la stabilità delle Istituzioni della Repubblica» e «alleanze con la destra populista di Farage, predicando una deleteria uscita dall’Euro». «Abbiamo utilizzato l’alibi del 51%» ha detto ancora «inteso come unica forma possibile di governo per giustificare una condotta del tutto omissiva verso le attese che ben 8 milioni e 700 mila italiani avevano riposto in noi».

La reazione degli altri 5Stelle in Parlamento è stata durissima, e le invettive nei confronti di Currò sono proseguite anche in Transatlantico. Un ulteriore strascico della vicenda c’è stato durante il discorso di Renzi in Senato, con forti contestazioni, continue interruzioni e brusii provenienti dai banchi del M5S. Sprezzante all’eccesso la replica del Premier: «Il fatto che stiate perdendo pezzi ogni giorno non vi autorizza a interrompere. Siamo solidali con voi e capiamo la vostra difficoltà: vi mandiamo un caro abbraccio ma il nostro compito è continuare a lavorare per il bene dell’Italia nonostante le vostre urla, le vostre grida, nonostante la frustrazione che comprendiamo. Ma credo ci sia una ragione se non vi votano più» gli elettori delle politiche 2013.

Risulta indubbiamente difficile credere che la decisione di Currò sia stata improvvisa. Inoltre, alla luce della radicale contrarietà espressa nei confronti delle prese di posizioni del Movimento su svariati temi, rimane da capire il perché il deputato abbia scelto proprio quest’occasione per consumare un passo tanto importante. Non sarà difficile ai complottisti battere sull’ipotesi dello stretto nesso tra l’appello di Renzi e la risposta dell’ormai ex 5Stelle. Comunque stiano le cose, non è da escludere che Currò si sia proposto come apripista per quei parlamentari dei quali da mesi si annuncia l’uscita imminente dal MoVimento. A lasciar pensare il verificarsi di tale possibilità è lo stesso discorso del deputato: un discorso che è sembrato più rivolto agli appartenenti al M5S che al resto dell’Aula.

Nelle prossime settimane la maggioranza dovrà fare i conti con l’ostruzionismo che si è scatenato al Senato sull’Italicum in Commissione Affari Costituzionali al Senato sull’Italicum: i 17mila emendamenti presentati mal si conciliano con il proposito del Governo di arrivare all’approvazione della legge elettorale entro l’anno da parte di Palazzo Madama. Il Ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, però, ostenta pacata sicurezza: «affronteremo tutto, c’e’ una soluzione per tutto». Commentando la situazione, il Presidente della Commissione, nonché relatrice alla riforma elettorale, Anna Finocchiaro, ha dichiarato: «La commissione lavorerà fino all’ultimo minuto utile. Ma la presenza di 17mila emendamenti denuncia una volontà ostruzionistica palese. Ciò nonostante continueremo a lavorare».

In merito alla riforma appena varata, ovvero il Jobs Act, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha convocato per venerdì 19 dicembre, a Palazzo Chigi, un vertice tra Governo, organizzazioni sindacali e associazioni dei datori di lavoro. Scopo della riunione è predisporre l’attuazione della legge delega sul lavoro. I primi decreti attuativi dovrebbero già essere pronti la prossima settimana: Renzi ha infatti assicurato «li facciamo il 24». Li porterà Babbo Natale?

Il responso negativo della Corte Suprema indiana sui due marò (Massimiliano Latorre non potrà prolungare la sua convalescenza in Italia per curarsi dall’ictus che lo ha colpito in settembre; e Salvatore Girone non potrà tornare a casa per il Natale) è stato accolto con amarezza dalla politica italiana. Nella nota diffusa dal Quirinale si legge: «Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fortemente contrariato dalle notizie giunte da Nuova Delhi circa gli ultimi negativi sviluppi della vicenda dei marò, resterà in stretto contatto con il Governo e seguirà con attenzione gli orientamenti che si determineranno in Parlamento». Ma la contrarietà di Napolitano è forse dovuta al senso di frustrazione per l’ennesimo de profundis relativo alla considerazione internazionale goduta dal nostro Paese.

Sulla scia aperta da Napolitano si sono inserite le dichiarazioni dei ministri deGli Esteri e della Difesa. «Di fronte a un atteggiamento così grave» ha detto Paolo Gentiloni «il Governo si riserva i passi necessari a partire dall’urgente richiamo per consultazioni dell’ambasciatore italiano a Nuova Delhi»; passi – ha precisato il Ministro degli Esteri – che vanno percorsi «senza improvvisazioni» e «con il necessario equilibrio». In audizione alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite in seduta comune, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha dichiarato: «Siamo delusi ed irritati per la decisone della Corte suprema indiana sui due marò. Le nostre istanze erano di carattere umanitario e ci aspettavamo un risultato diverso».

Ma sulla vicenda è intervenuto anche l’alto rappresentante per la politica Estera europea Federica Mogherini: la decisione della Corte indiana «delude le aspettative per una soluzione di comune accordo attesa da lungo tempo» e potrebbe avere significative ripercussioni «sulle relazioni UE-India e sulla lotta globale contro la pirateria in cui l’UE è fortemente impegnata». Un fronte compatto, quello dispiegato, che finora non si era ancora visto; speriamo che dia i frutti sperati.

Quest’anno il tradizionale saluto per auguri natalizi alle alte cariche dello Stato da parte del Presidente della Repubblica è stato piuttosto movimentato. L’intervento di Napolitano, infatti, è stato abbastanza brusco nelle forme e irrituale nei contenuti. «Non possiamo» ha detto «essere ancora il Paese attraversato da discussioni che chiamerei ipotetiche: se, e quando e come si possa o si voglia puntare su elezioni anticipate, o se soffino venti di scissione in questa o quella formazione politica, magari nello stesso partito di maggioranza relativa». Il Governo, ha proseguito, «ha annunciato una non breve serie di azioni di cambiamento, un tasso di volontà riformatrice che ha riscosso riconoscimenti e aperture di credito sul piano internazionale. Si è messo in atto un processo di cambiamento. Non si attenti alla continuità del nuovo corso».

Anche in margine alla congiuntura economica dell’Italia Napolitano è stato netto: «Le prove che il sistema Italia e la democrazia italiana devono sostenere sono ancora pesanti sul fronte dell’andamento dell’economia, del PIL e delle oscillazioni della disoccupazione, segni di inversione della tendenza nel 2015-2016 ci potranno essere se non si affievolisce la linea concordata da Governo e Parlamento». Il Presidente si è soffermeto inevitabilmente anche sul malessere diffuso nel Paese: «Molta sofferenza autentica, tensione, volontà di agire, impulso alla protesta e rassegnazione, non dico rabbia. (…) Ci deve preoccupare un clima sociale troppo impregnato di negatività, troppo lontano da forme di dialogo e sforzi di avvicinamento parziale che hanno nel passato spesso contrassegnato le relazioni sociali e politico sociali». E rivolto ai sindacati ha detto: «auspico che siano costruttivamente uniti e chiedo il rispetto delle prerogative delle decisioni del Governo e del Parlamento e uno sforzo convergente di dialogo anche su questioni vitali di interesse generale».

Parole durissime non le ha risparmiate neppure in margine all’andamento delle riforme: «Chi dissente dalle riforme istituzionali non deve farlo con spregiudicate tattiche emendative». «Tornare indietro alla ormai sancita trasformazione del Senato» ha tuonato «significherebbe solo vulnerare fatalmente la riforma. Rispettare la coerenza delle riforme in gestazione, anche quella elettorale, è un dovere di onestà politica e di serietà». Con un chiaro riferimento alle dichiarazioni fatte la settimana scorsa da alcuni esponenti della minoranza PD, ha quindi rimproverato: «non si dica che c’è precipitazione, che si procede troppo in fretta, si è tornato indugiando per mesi su questioni di riforma in qualche caso individuate da decenni».

L’ultimo bersaglio degli strali del Capo dello Stato è stata la corruzione: «è essenziale colpire i soggetti politici» coinvolti negli scandali. «Bisogna colpire i bersagli giusti negli intrecci con la criminalità» ha proseguito «Solo le generalizzazioni improvvide verso politica vanno evitate perché fuorvianti. (…) C’è forte priorità per misure serene e scelte operative contro il mostro della corruzione e la piaga del malaffare. E l’impegno su altri fronti importanti per una azione sistemica di risanamento morale e risanamento dello Stato: un’opera di lunga lena sulla quale ci stiamo inoltrando». Nelle conclusioni ha tenuto a sottolineare come «Personalmente sono stato impegnato ancora per tutto lo speciale periodo del semestre italiano di presidenza UE». Parole nelle quali i commentatori hanno colto unanimemente l’ennesima conferma delle dimissioni di Napolitano a gennaio.

Un discorso brusco e irrituale, si scriveva prima. Il maggior carico di irritualità risiede principalmente nell’appoggio smaccato e incondizionato nei confronti delle politiche del Governo, ma anche nelle ripetute punture allusive alla minoranza PD (in questa prospettiva, non stupisce che il discorso presidenziale abbia ricevuto il plauso senza riserve di Renzi: «di grande livello e di alto profilo»). Elementi che, da una parte, sollevano più di qualche dubbio sul posizionamento super partes di Napolitano, dall’altra sembrerebbero legittimare la vox populi che vuole Re Giorgio nel ruolo di principale ( e indebito) artefice della politica italiana di questi anni.

 

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