domenica, Maggio 16

L’uveite di Berlusconi Mistero sul ricovero del leader di Forza Italia. Semplice infiammazione? Guerra di successione nel centrodestra

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Silvio Berlusconi ricoverato in Day Hospital a Milano per curare la solita uveite. Ma nel centrodestra inizia la guerra di successione. Berlusconiani, fittiani, alfaniani e leghisti: tutti contro tutti. Scontro Pd-Ncd sugli emendamenti al Jobs act all’esame della Camera, voto finale il 26 novembre. Alluvioni e polemiche:  il sottosegretario Graziano Delrio promette una deroga al patto di stabilità per i comuni colpiti, ma i grillini non gli credono. Matteo Renzi rottama dall’Australia il governatore ligure Claudio Burlando. Sondaggi: crolla la fiducia nel premier. L’Italia in guerra contro l’Isis: il ministro della Difesa Roberta Pinotti autorizza l’invio di quattro Tornado in Iraq, ma «solo per ricognizione». I parlamentari M5S le chiedono di riferire in aula.

Da ieri pomeriggio alle 15.30 Silvio Berlusconi è nuovamente ricoverato nella clinica San Raffaele di Milano. Colpa dell’uveite, l’infiammazione agli occhi che già lo aveva colpito nel marzo 2013 durante il processo Ruby. A quei tempi si pensava ad una finta malattia messa in scena dall’ex Cavaliere per rinviare l’udienza sul bunga bunga di Arcore. Invece l’uveite esiste veramente (lo dimostrano gli occhiali da killer indossati in questi giorni) e costringerà il leader di Forza Italia ad almeno due giorni di Day hospital; la notte a casa e il giorno sotto osservazione per il rischio di complicazioni cardiovascolari legate all’assunzione di pesanti farmaci. Logico che in queste ore vada in scena una sorta di ‘ostensione del corpo’(ancora in vita) del ‘caro leader’, tipica dei regimi totalitari come la Cina maoista, la Russia staliniana o la corea della dinastia dei Kim. La paura (o la speranza, dipende dal caso) dei suoi accoliti è che il ‘caro Silvio’ non reggerà ancora molto (faccia gli opportuni scongiuri) e che, dietro al paravento dell’uveite, si vogliano nascondere disturbi di salute ben più gravi.

Per questo una guerra di successione per aggiudicarsi la guida del centrodestra post-berlusconiano è già partita da tempo, sottotraccia. Ad offrire il petto in difesa del vecchio leader ci ha pensato stamattina il senatore Maurizio Gasparri, convinto per necessità di sopravvivenza che la sua ora non scoccherà mai. L’ex missino e colonnello finiano, fulminato sulla via di Arcore, ha invitato gli «scissionisti» come Angelino Alfano a tornare uniti perché «chi ha coltivato l’illusione della deberlusconizzazione è fuori, per sempre (Fini), o ai minimi (Alfano)». La prospettiva di un centrodestra unito ancora sotto le insegne Mediaset fa inorridire, almeno a parole, la ‘Marine Le Pen della Garbatella’ Giorgia Meloni di Fd’I, ma anche il ‘Marine Le Pen lumbard’ Matteo Salvini che per il momento chiude la strada ad un’alleanza con gli alfaniani: «L’alternativa a Renzi non si fa con chi è al governo con Renzi». Gli risponde a stretto giro di posta l’ex craxiano di Ncd Maurizio Sacconi: «O noi, o Salvini». Ma le resistenze al berlusconismo arrivano anche dall’interno di FI, vedi la fronda capitanata da Raffaele Fitto. Il parlamentare ‘fittiano doc’ Maurizio Bianconi, rispondendo alla proposta di ‘Predellino2’ avanzata dalla ‘voce del Padrone’ Giovanni Toti, parla di «scelta auspicabile», ma denuncia il patto del Nazareno perché «viatico per riforme sciagurate» e invita Berlusconi a smetterla di «fare tete-a-tete con Renzi e pochi intimi». In pratica, una dichiarazione di guerra all’ex Cavaliere. Ma per ‘Il Mattinale’ di Renato Brunetta «il governo Renzi è al capolinea» e «solo uniti (sotto Berlusconi ndr) si vince».

Il Jobs act continua a tenere impegnato il governo, anzi, il Partito Democratico. Il testo della legge delega sul lavoro si trova sul tavolo della commissione Lavoro di Montecitorio presieduta da Cesare Damiano per l’esame dei 480 emendamenti (voto finale alla Camera entro il 26 novembre). Damiano è un bersaniano che, come ha dichiarato il suo capo corrente Pierluigi Bersani ieri, pensa che «la fiducia (al governo Renzi ndr) si vota, non possiamo pensare che questo Paese possa andare in una fase di instabilità». Una resa senza condizioni al segretario-premier Matteo Renzi in cambio di un piccolo ritocco sul reintegro per i licenziamenti disciplinari che il governo vorrebbe invece eliminare insieme all’articolo 18. Eppure, a dare una mano alla moribonda sinistra-Pd ci aveva pensato Alexis Tsipras, il leader della greca Syriza. «Radicalizzazione a sinistra vuol dire far proprio un programma politico di resistenze contro la barbarie neoliberista», ha detto ieri Tsipras, a Firenze per un convegno. Ma, per il momento, l’unico ad aver raccolto l’invito del ‘Che Guevara greco’ è il ‘rivoluzionario da wine bar’ Pippo Civati. Sul fronte opposto di governo, invece, l’alfaniano Maurizio Sacconi dichiara furioso che «l’annuncio della sottosegretario Teresa Bellanova con riferimento all’emendamento del governo sull’articolo 18 non corrisponde a quanto concordato» e minaccia di abbandonare la commissione «se vedessimo un testo diverso da quello che conosciamo». L’esatto contrario di quanto dichiarato dai ‘Bersani boys’. Per questo il ‘mago di Rignano’ sta pensando di chiudere i giochi con l’ennesimo voto di fiducia, anche se stamane il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi si era affrettata a dire che parlare di fiducia «è ancora prematuro».

Matteo Renzi che, a forza di abbracciare koala in Australia durante il G20 mentre l’Italia affonda letteralmente tra alluvioni e crisi economica, sta calando decisamente nei sondaggi. Secondo l’istituto demoscopico Demos la fiducia nel premier è crollata di dieci punti in un solo mese, passando dal 62% di ottobre al 52% di novembre. Per Ipsos, invece, il Pd perde due punti e mezzo rispetto alle elezioni Europee attestandosi al 38,3%. Tutti punti regalati al leghista Matteo Salvini la cui ascesa sembra inarrestabile (Lega all’8,2%). E Beppe Grillo non si fa pregare per mettere il coltello nella piaga dell’incompetenza del governo. «L’Italia sta sprofondando nel fango mentre questi fanno le “riforme” perché “ce lo chiede l’Europa”», posta sul suo blog il guru del M5S, «tra un pò Genova scivolerà in mare e nessuno avrà alcuna responsabilità. La colpa sarà della pioggia. La manutenzione ordinaria non genera maxi tangenti al contrario delle Grandi Opere come il Mose o la Tav. Non conviene ai partiti».

Nel capoluogo ligure, intanto, sono arrivati per un vertice straordinario, con la città ancora in emergenza, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio e il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli. Delrio ha promesso una deroga al patto di stabilità «per chi ha subito eventi catastrofici» come le alluvioni, «senza limiti di spesa». Ma da facebook ci pensa il grillino Luigi Di Maio ad etichettare come una «farsa» e una «ignobile sfilata» la passerella genovese di Delrio perché l’Esecutivo «se ne frega altamente di portare in Aula subito un decreto legge sulle zone alluvionate». Canta invece vittoria per i denari promessi il governatore ligure Claudio Burlando convinto che «i lavori partono anche se i soldi arriveranno nel 2015, quando dovremo pagare le opere». Lo stesso Burlando che appena ieri era stato scaricato in diretta via satellite dall’Australia dal premier che lo ha individuato come perfetto capro espiatorio dei ripetuti disastri. Renzi vorrebbe rottamare vent’anni di politica del territorio «anche in alcune Regioni del centrosinistra». Sottile metafora per dire: «È tutta colpa di Burlando il cementificatore». Non certo sua.

 

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