mercoledì, Luglio 28

Lusso e Spreco, la storia racconta In tempo di tagli e di infinite spending review, un itinerario attraverso abitudini e vizi troppo politici e assai poco umani

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 lusso

In una sua riflessione sulla nozione di lusso, Mario Stella Richter ne suddivideva la pratica in due differenti categorie: da un lato vi era il lusso individuale, ovvero la larghezza in quelle spese che eccedessero il necessario; dall’altro vi era il lusso pubblico, ovvero la larghezza in quelle spese superiori alla disponibilità della maggioranza. «L’amore per il lusso, chiosava il giurista,è determinato, non soltanto dalla naturale spinta verso piaceri sempre maggiori, ma anche dal raffinarsi dei gusti e dei costumi e dal desiderio di distinguersi e di appagare la vanità.»

Ora, appare ovvio che – sulla base dei recenti fatti di cronaca politica e sul conto dei miliardi sperperati – la pratica suntuaria che ci interessa è quella del secondo tipo. È infatti partendo dal punto di vista della “maggioranza”, che ogni rispettabile sistema democratico ha sempre teso a occultarne la propria stessa pratica. Che lo Stato possa o meno erigersi a giudice dei costumi privati, è questione che da sempre infervora il dibattito tra specialisti della dottrina. La storia dimostra invece che il popolo emette talvolta giudizi senz’appello nei confronti dei pubblici scialacquatori. Nonostante i machiavelliani ammonimenti, da Luigi XVI a Gheddafi la modernità presenta un’inquietante lista di despoti, il cui gratuito abuso di lussi e mollezze ha avuto per  loro, alla fine, costi altissimi.

Non di meno è ovvio che una radicale impresa moralizzatrice dello Stato contrasti con quell’ambizione di progresso nel campo dei costumi, delle arti e persino delle scienze, che ogni sistema politico tende a perseguire. In tal senso, sin troppo generica appare la comune interpretazione super-etica delle ‘Leges Sumptuariae’. Si può convenire sul fatto che, in epoca repubblicana, si intendesse irrigidire gli allentati costumi d’ispirazione greca e orientale… Ma che trecento anni dopo la preoccupazione del Legislatore fosse rimasta la medesima!

E allora, a commento del termine Geld e delle sue sfumature semantiche (dall’islandese ricompensa all’inglese: indennità, sacrificio; dal gotico imposta al tedesco denaro), Emile Benveniste rintraccia il suo più compiuto significato nel frisone jelde, «che si generalizzerà poi in germanico: ‘gilda dei mercanti‘, che implica anche ‘banchetto di corporazione‘.» Il Geld rappresentava dunque una sorta di tributo a un gruppo, a una confraternita, all’interno della quale venisse condivisa l’esperienza di una comunità indivisibile. E guerriera, aggiungerà Tacito nei Germania.

Su queste basi, non del tutto peregrina sembrerebbe, da parte degli imperatori romani, una motivazione di carattere antiseditorio. Considerata come vendetta postuma delle popolazione vinte, la pratica del banchetto portava in sé il rischio, non già di inflaccidire le abitudini dei commensali (ciò riguardava i potenti), ma di irrobustire gli intenti bellicosi della comunità attorno al desco.

 Col trascorrere dei secoli le leggi suntuarie caddero nell’oblìo. Ne furono ancora emanate in ogni parte d’Europa, certo, ma la loro cogenza venne meno: in Francia Enrico II mise al bando le scarpe di seta; nell’Inghilterra del Quattrocento fu avviata una severa regolamentazione in materia di abbigliamento riguardante ogni classe sociale; in Scozia, nel 1621, fu promulgata l’ultima legge suntuaria.

Sono anni di grande incertezza per tutto il Continente. Il Cardinale Richelieu, che ha in mano i destini della Francia, passa il suo tempo tra battaglie vinte e congiure sventate. Quanto mai irrequieta, la nobiltà affila le sue armi in vista di tempi più propizi, che non tardano a giungere. A Luigi XIII, morto nel 1643, succede un re che non è davvero in grado di mettere in riga nessuno, essendo appena cinquenne. Quel che segue, inevitabilmente, è un periodo di enormi tribolazioni per la monarchia. Nel 1648 il Parlamento francese rifiuta di ratificare un editto tributario di Mazzarino. Due anni dopo, la ‘fronda dei Principi’ guidata dal Principe di Condé costringe il Ministro e la Corte ad allontanarsi da Parigi. Un esilio che durerà sino al 21 ottobre del 1652, quando grazie al supporto militare del Generale Enrico di Turenne l’ordine verrà ristabilito.

Luigi XIV non poteva sperare in un apprendistato più formativo. Nemmeno ventenne, egli è già in grado di discernere gli amici dai nemici del regno, e quando Mazzarino muore, nel 1661, il suo progetto è chiarissimo: quello di una via architettonica al potere assoluto.

Da quella data in poi, non vi è giorno che Luigi XIV trascorra senza parlare con architetti e giardinieri di acclarata reputazione. Con Louis Le Vau, con Andre Le Nôtre, con Jules Ardouin Mansart, egli discetta con imprevista competenza del suo ambizioso progetto di trasformare una piccola tenuta di caccia nella reggia di Versailles, ovvero nella più fantasmagorica residenza che sarà mai concepita nel corso di tutta la storia universale.

La costruzione di Versailles darà adito a molte curiosità e ad altrettante domande: perché tanti giardini da non poterli percorrere in una sola vita? Non erano troppi, anche per chi ha fama di essere ospitale, venticinquemila letti? Furono davvero costi incalcolabili per allora, o ha più senso compararli con una misera portaerei dei giorni nostri? Merita generale riprovazione il fatto che, in un ventennio di cantieri aperti, 227 operai  avrebbero perso la vita? E soprattutto, a cosa si dovette tanta ambizione di magnificenza?

Quest’ultimo interrogativo è naturalmente il più interessante. Esso è stato soddisfatto attraverso tre risposte possibili. La prima, più ingenua e immediata, giustifica Versailles con il suo effetto di rappresentazione. La reggia simboleggiava l’apoteosi della monarchia assoluta. Da essa emanava un potere a tal punto sfarzoso e abbagliante da non permetterne neanche la contemplazione. Si sa: il Sole non lo si può fissar lungamente! Beninteso, queste ovvietà non sminuiscono l’importanza allegorica di tale architettura. Sebbene tale ipotesi di auto-rappresentazione senza riferimenti appaia limitata proprio sul piano estetico della politica, non vanno sottovalutati tutti quei significati estetico-simbolici che ristavano dietro il progetto: la fusione prospettica tra i giardini e il cielo aveva il senso di sfumare ogni differenza tra realtà e illusione; le dorate statue mitologiche ricreavano le parvenze del mondo antico: «All’interno e all’esterno del castello, scriverà Peter Campbell, gli specchi trasformarono i cortigiani in attori di un mondo abitato da divinità governate da Apollo.» Dacché non traspariva soltanto il gusto barocco del re ma anche la sua personale regia di una messinscena curata in ogni particolare, di una «parata che creava una meravigliosa aura di potere.» E tutto questo per mera vanità? Sarebbe ridicolo!

L’auto-rappresentazione del potere, il suo affermarsi estetico, assumono valore politico nel determinarsi di un luogo e di un’azione nell’ambito dei quali rappresentanti e rappresentati si ritrovino a condividere la stessa scena, la stessa liturgia. Quale altro senso avrebbe Versailles, se non quello di uno stupefacente teatro politico nel quale i due soggetti determinanti del sistema (il Monarca, la Nobiltà), insieme, recitano a rassomigliarsi? In termini generali, la più avanzata e discussa teoria politica si è soffermata sul problema della somiglianza tra rappresentanti e rappresentati piuttosto che del loro controllo reciproco. Pierre Rosanvallon invitava ad analizzare la questione, non tanto in termini di procedure di controllo, «quanto di similitudine ideologica e sociologica tra rappresentanti e rappresentati. Ciò cui si mira è che la rappresentanza rispecchi maggiormente la composizione del corpo sociale.»

Siamo nella Francia del XVII secolo, epoca in cui, naturalmente, il popolo non esiste. E però, la semplice presenza di questo fantasma sociale indurrà l’abate Sieyès a porsi le famose tre semplicissime domande preliminari:

«Che cos’è il terzo stato? Tutto.                                                                                                                                                                                                                      Che cos’è stato finora nell’ordinamento politico?                                                                                                                                                                            Nulla.Che cosa chiede? Divenirvi qualche cosa.»

Il terzo stato, una nazione intera, non fungeva certo da specchio alla supposta vanità regale. La nobiltà, quella sì, per ambizione era arrivata a compiacersi di un’illimitata agiatezza, se possibile superiore a quella del re stesso. Non a caso lo stemma che lo spregiudicato Nicolas Fouquet aveva scelto per effigiare il suo sontuoso castello di Vaux null’altro era che il ritratto di uno scoiattolo. E il motto «Quod non ascendat», valeva più di ogni altra minaccia di intrigo.

La magnificenza di Versailles ebbe anche, come risultato, quello di far scendere tutti gli scoiattoli dai loro più alti rami.

 

(continua)

    

 

 

 

 

 

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