sabato, Aprile 17

L’uso preponderante dell’italiano

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Se l’Accademia della Crusca si apre ai nuovi mezzi di diffusione della cultura con l’ottava edizione di ‘Piazza delle lingue’ che apre domani a Firenze a Palazzo Medici Ricciardi e che andrà avanti fino a sabato dedicata a ‘L’Italiano elettronico. Vocabolari, corpora, archivi testuali e sonori’, che rappresenta un’occasione per riflettere sul modo di far incontrare la tecnologia e il pubblico in campo linguistico proponendo il ritorno di tale istituzione, nata già nel 1583, all’antica vocazione lessicografica, di per sé più artigianale. Ad oggi tale accademia si propone anche di realizzare un vocabolario moderno, sulla enorme base di dati elettronici a disposizione, fonti antiche digitalizzate come il Dizionario Tommaseo post-unitario della casa editrice Zanichelli e il vocabolario in formato xml del Vocabolario della Crusca del 1602, per una consultazione gratuita, pubblica e migliore che in passato, anche con una vasta e nuova diffusione nel campo dell’editoria scolastica, con la maggiore collaborazione per questa realizzazione tra pubblico e privato.

In Italia negli ultimi diciotto anni, prendendo in considerazione il periodo dal 1995 al 2012, l’uso della lingua italiana, anche affiancato al dialetto, è profondamente cambiato da parte sia dei cittadini italiani che di quelli stranieri che risiedono nel nostro Paese stabilmente o per brevi periodi. Secondo le recenti indagini statistiche appare messa in crisi l’idea espressa da Pier Paolo Pasolini (che legava il ricordo dell’infanzia alla politica di allora, schierata contro il paradigma del dialetto come espressione meramente locale e di scarso valore nazionale), riassunta magistralmente nella frase «Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà», esposta nel testo critico ‘Dialetto e poesia popolare’ del 1951, incentrato sulla differenza esistente tra poesia dialettale e quella popolare, tema sul quale egli ritornerà più e più volte fino al 1958. L’attenzione dello scomparso scrittore friulano è rivolta alla letteratura dialettale e con una portata così vasta da giustificare l’uso di tale linguaggio nelle sue opere, prima di tutto dal punto di vista emotivo e successivamente nella sopravvivenza di ciò che appare ancora puro e incontaminato e che come tale va protetto. Nel 1943 Pasolini aprirà infatti una scuola per l’insegnamento del friulano accanto all’italiano.

Secondo una recente indagine ‘L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle altre lingue in Italia sulla partecipazione dei giovani e degli adulti alle attività lavorative e formative, condotta nel 2012 dall’ISTAT e resa nota soltanto il 27 ottobre scorso, sono stati rilevati molti comportamenti nel campo dell’istruzione e della formazione. I dati grazie ai quali è stata condotta tale indagine contengono anche dei quesiti riguardanti l’uso della lingua italiana, dei vari dialetti e la conoscenza di altre lingue da parte dei cittadini italiani, anche stranieri, e fanno riferimento alla condizione ‘auto-dichiarata’ dagli individui stessi, presi in considerazione nell’indagine del mercato del lavoro e linguistica.

In Italia 23 milioni 351 mila individui (53,1% della popolazione) tra i 18 e i 74 anni parla prevalentemente italiano in famiglia e tale quota aumenta del 56,4% nelle relazioni con gli amici e, in misura più consistente (del 84,8%) nei rapporti con gli estranei. L’uso congiunto della lingua italiana e del dialetto è meno frequente in tutti e tre gli ambiti di relazione: il 32,2% in famiglia, il 30,1% con gli amici, mentre soltanto il 10,7% con gli estranei, che rappresentano per lo più cittadini di nazionalità diversa da quella italiana.

3 milioni 976mila persone (9% della popolazione) tra i 18 e i 74 anni parlano prevalentemente il dialetto in famiglia e nelle occasioni di relazione con gli amici, mentre tale uso scende all’1,8% con gli estranei. Il 3,2% della popolazione ricorre all’uso prevalente di un’altra lingua per esprimersi in famiglia, mentre il 2,2% con gli amici e lo 0,9% con gli estranei.

Dal 1995 al 2012, ossia gli ultimi 18 anni nei quali è stata svolta l’indagine, è aumentata costantemente la quota di chi usa l’italiano in tutti e tre i contesti e in maniera prevalente, o abbinato al dialetto. Maggiore risulta il divario tra i giovani tra i 18 e i 34 anni: a questa età poco più del 2% delle donne usa il dialetto soltanto o prevalentemente in famiglia e con gli amici, contro circa l’8% degli uomini. La scelta della lingua è influenzata ovviamente dal livello di istruzione: il dialetto in famiglia e con gli amici è usato anche a parità di età e di genere: dal 24,3% tra chi possiede la licenza elementare, ma anche da coloro che hanno un titolo di studio basso, mentre solo l’1,7% tra i laureati si esprime quasi esclusivamente in dialetto.

Prevale inversamente all’età l’italiano in tutti i contesti relazionali: usato in famiglia dal 60,7% dei giovani tra 18 e i 24 anni e dal 41,6% tra i 65 e i 74enni. Per l’uso esclusivo del dialetto si verifica l’opposto: da una quota del 5% (quindi molto bassa) per i giovani tra i 18 e i 34 anni di coloro che parlano soltanto dialetto in famiglia, al 17,6% tra i 65 e i 74enni. L’uso combinato in famiglia di italiano e dialetto cresce con l’aumentare dell’età, anche se con differenze poco accentuate tra le generazioni.

Gli studenti utilizzano prevalentemente l’italiano. Tra gli occupati, invece, l’uso esclusivo dell’italiano è diffuso soprattutto in famiglia per il 72,5% tra i dirigenti, imprenditori e liberi professionisti, per il 62% tra direttivi, quadri e impiegati, e il 36,3% tra il personale non qualificato. Nell’interazione con estranei le differenze si riducono però notevolmente.

Nel 2012 l’italiano si dimostra prevalente in tutte le ripartizioni geografiche con gli estranei: lo usa il 92,5% dei residenti del Nord-Ovest, il 79% degli abitanti del Nord-Est (intendendo Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Veneto e Emilia Romagna), il 92% di quelli del Centro e il 77,8% di coloro che vivono al Sud e nelle Isole (intendendo le seguenti regioni: Sicilia, Sardegna, Campania, Abruzzo, Calabria, Basilicata, Molise e Puglia). Rispetto al 2006 nel Mezzogiorno e nel Nord-Est sono più forti le diminuzioni nell’uso del dialetto e l’aumento dell’utilizzo esclusivo o prevalente dell’italiano, con una conseguente attenuazione delle differenze territoriali.

Nel 2012, rispetto alla conoscenza di altre lingue straniere, il 91,3% della popolazione tra i 18 e i 74 anni si dichiara di esclusiva madrelingua italiana; il 3% ha due madrelingue (una di queste è l’italiano stesso) e il 5,8% non è di madrelingua italiana. Tra la popolazione residente in Italia, la quota dell’8,8% (quota che sale all’11,5% nei comuni e nei centri di aree metropolitane e al 12,5% nel Nord-Est) è rappresentata da quanti sono di una madrelingua diversa dall’italiano per la presenza di immigrati e minoranze linguistiche; tra costoro, il 10% ha tra i 18 e 44 anni, mentre raggiunge il 12,7% fra i 25 e i 34enni. Nel 2012 25 milioni 486mila persone (il 58% della popolazione) tra i 18 e i 74 anni dichiara di conoscere almeno un’altra lingua, oltre quella madre, se pur a livelli diversi: maggiormente diffuso l’italiano tra l’85,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, mentre la quota del 77,6% di chi conosce una lingua diversa dalla lingua madre la troviamo tra i 25 e i 35enni e sale al 65,3% tra i 44enni. Con l’aumentare dell’età il 28,1% tra i 64 i 75enni conosce almeno un’altra lingua, diminuendo quindi con l’avanzare dell’età degli individui.

Tra i 18 e i 74 anni conosce l’inglese il 43,7% della popolazione, il francese il 21,7%, mentre il tedesco  soltanto il 4,8%, lo spagnolo il 4,5%, oltre al 2,1% di persone con altre eventuali lingue, cioè una quota residuale di persone.

La lingua italiana è conosciuta tra i 18 e i 74enni stranieri residenti oggi in Italia come altra lingua (e non come madrelingua), divenendo la terza lingua conosciuta dopo l’inglese e il francese per il 5,1%. Tra i 18 e i 24 anni il 10,6% delle persone parlano lo spagnolo, mentre il 5,6% il tedesco, spesso appresi a scuola. Tra le nuove generazioni la conoscenza dell’inglese è molto diffusa e supera addirittura quella del francese tra gli individui fino ai 59 anni: quattro giovani ogni cinque tra i 18 e i 24 anni conoscono l’inglese, contro i circa uno su cinque del francese, con un picco tra questi del 24,2% per gli individui tra i 55 e 59 anni, ed è ancora più diffuso tra gli ‘over 60’. L’altra lingua conosciuta dagli immigrati è l’italiano, in particolare nelle fasce di età lavorative: rispettivamente indicata come tale dal 9,1% tra i 25 e 34enni, o dal 7,4% tra i 35e i 44enni.

Anche in questo caso il titolo di studio influenza fondamentalmente la conoscenza di lingue diverse dalla madrelingua, annullando in parte le differenze generazionali: il 95,3% tra le persone tra i 25 e i 44 anni in possesso di una laurea dichiara di conoscere almeno un’altra lingua, rispetto all’83,2% dei diplomati e al 46,6% delle persone con la licenza media, mentre l’89% di coloro che conoscono almeno un’altra lingua è ancora maggiore tra le persone laureate di 65 anni e oltre, mentre il 32,2% delle persone tra i 25 e i 44 anni con la licenza elementare rispetto al 6,8% delle persone di 65 anni e più con lo stesso livello di istruzione. Considerando infine il giudizio complessivo espresso dagli intervistati, in Italia il livello di conoscenza di altre lingue è piuttosto elementare: il 30,6% delle persone che conosce almeno un’altra lingua comprende e usa poche parole o frasi, il 28,6% comprende espressioni comuni e sa usare la lingua conosciuta in situazioni familiari, il 25,8% comprendere le linee generali di un discorso, sa produrre un semplice testo e sa comunicare abbastanza fluentemente, mentre il 15% soltanto, soprattutto giovani e laureati, ha un livello di conoscenza più elevato e sa comprendere un’ampia gamma di testi, anche impegnativi, utilizzando la lingua conosciuta in modo flessibile e con piena padronanza.

Abbiamo intervistato Giuseppe Patota, linguista italiano con circa cento pubblicazioni al suo attivo e professore ordinario di Storia della lingua italiana presso l’Università degli Studi di Siena, sede di Arezzo, nonché allievo di Luca Serianni, professore ordinario a La Sapienza di Roma. Si è occupato di lingua letteraria italiana settecentesca e ottocentesca, di sintassi storica dell’italiano, di critica linguistica e letteraria,  della ‘Grammatichetta’ di Leon Battista Alberti, dei rapporti tra latino e volgare nell’età umanistica e di didattica dell’italiano antico e moderno, rivolta sia agli italiani sia agli stranieri. È autore, insieme a Valeria della Valle, di alcuni testi divulgativi dedicati alla lingua italiana di grande successo, come per esempio ‘L’italiano. Biografia di una lingua’ (2006), tradotto e pubblicato anche in Giappone (Hakusuisha, Tokio 2008) e dei best-seller ‘Viva il congiuntivo!’ (2009) e L’italiano in gioco (2014). Ha inoltre realizzato, insieme a Norma Romanelli, il corso multimediale di italiano ‘Percorso Italia’ dedicato agli stranieri. Patota è Accademico corrispondente della Crusca, socio corrispondente dell’Accademia dell’Arcadia, socio dell’ASLI (Associazione per la Storia della Lingua Italiana), socio della SILBA (Société Internationale Leon Battista Alberti) e membro della giuria del Premio Strega. E’ direttore scientifico del Dizionario Italiano Garzanti.

Nell’attuale lingua italiana quanti nuovi lemmi sono state introdotti e quanto questa è cambiata dal 1995 ad oggi?

Visto che i dizionari cosiddetti ‘millenimati’, ossia quelli di cui ogni anno viene pubblicata una nuova edizione, la integrano con circa 500 o 600 neologismi, non è difficile fare il relativo calcolo. Sono numeri che dobbiamo però considerare con prudenza: non è detto, infatti, che tutte le cosiddette parole nuove registrate dal dizionario entrino effettivamente in circolazione nella lingua. Spesso e volentieri si tratta di invenzioni più o meno brillanti di questo o di quel giornalista che non entrano nell’uso dell’italiano, ma si rivelano parole ‘usa e getta’.

Cosa può essere definito dialetto? In alcune zone di Italia quanto queste forme sono ancora usate anche affiancate all’italiano, in quale fascia di persone e di quale istruzione si concentrano?

I fattori che definiscono e distinguono i vari dialetti dall’ italiano sono di ordine storico e culturale: una lingua nazionale, è stato detto, è un dialetto con un esercito e una marina. Quella che passa tra lingua e dialetto non è una differenza tipologica, intrinseca e di valore, ma estrinseca e storico-culturale. La storia ha fatto sì che il fiorentino letterario del Trecento diventasse pian piano, anche se con una grande accelerazione nella seconda metà del Novecento, la lingua nazionale, parlata da tutti gli italiani. I dialetti continuano ad essere vivi e vitali; convivono con la lingua nazionale soprattutto – ma non soltanto – presso le generazioni più anziane. Soprattutto, ma non soltanto perché anche i ragazzi adoperano il dialetto: il linguaggio giovanile, anzi: i linguaggi giovanili risultano localmente differenziati anche per l’interferenza del dialetto locale.

Esiste ad oggi ancora un analfabetismo, anche di ritorno, nel nostro Paese o ormai tale fenomeno è superato?

Non è affatto superato, anzi: è un problema con cui dobbiamo fare i conti. Le persone che hanno avuto un contatto con la lingua scritta soltanto  a scuola, una volta perso questo aggancio regrediscono nella conoscenza e nell’uso corretto dell’italiano scritto.

Quanto il dialetto era ed è usato e con che funzione d’uso dai letterati, attori e altri artisti in passato e oggi?

Molti grandi artisti e molti grandi scrittori hanno sentito il dialetto più vicino ai modi e alle forme della comunicazione viva, reale e quotidiana: penso, per esempio, a Carlo Porta per l’uso letterario del milanese e a Giuseppe Gioachino Belli per l’uso letterario del romanesco. Oggi, nel cinema in particolare, il dialetto è usato con un’evidente funzione espressiva; in passato è stato presente nella tradizione teatrale, da Carlo Goldoni a Eduardo De Filippo, del quale proprio in questi giorni si ricorda il trentennale della morte. È interessante notare che sia nel caso di Goldoni sia in quello di Eduardo la battuta in dialetto viene spesso spiegata nella lingua nazionale.

Esiste ancora oggi una letteratura dialettale e che successo ha nel pubblico?

Una letteratura dialettale esiste sicuramente: è un elemento di straordinaria importanza e in quanto tale da preservare. Il successo della letteratura dialettale continua ad essere notevole, anche se non sempre si tratta di una produzione di alto livello. Bisogna essere prudenti sui modi di preservare e presentare il dialetto e la letteratura in dialetto: la proposta lanciata da alcuni esponenti della Lega – far insegnare il dialetto a scuola –  era, in questo senso, inaccettabile. Chi avrebbe dovuto insegnare i dialetti locali? Non basta conoscere il dialetto per poterlo insegnare, esattamente come non basta sapere la lingua, nella fattispecie quella italiana, per poterla insegnare: altrimenti,  anche chi non fa l’insegnante e non è laureato potrebbe insegnare l’italiano. Spesso, l’esperienza del dialetto è custodita dalle ‘autorità’ del posto (dal parroco al farmacista): persone rispettabilissime, ma prive di una specifica competenza dialettologica.

L’uso crescente nella nostra lingua da parte degli stranieri e come questi individui usano la nostra lingua, quanto capiscono le regole dell’italiano usandole correttamente, senza essere influenzati dalle inflessioni dialettali, che derivano anche da vivere in una determinata regione del nostro Paese e quanto i loro figli usano l’italiano come lingua madre rispetto all’uso della lingua del loro Paese d’origine o di quello dei loro genitori?

I presunti ‘non italiani’ di seconda o terza generazione, se hanno studiato e vissuto in Italia, parlano lo stesso italiano dei loro coetanei anagraficamente e giuridicamente italiani. Da questo punto di vista sono assolutamente favorevole al fatto che i ragazzi nati, cresciuti e scolarizzati in Italia siano considerati a tutti gli effetti cittadini italiani, perché penso che la lingua sia un elemento distintivo di una comunità e perciò una conferma del loro essere italiani.

Tale indagine ISTAT del 2012 ha messo in evidenza il cambiamento dell’uso dell’italiano in Italia nei tre contesti (famiglia, amici e stranieri) a seconda del genere delle persone (maschile e femminile), del livello d’istruzione ricevuto e del luogo geografico di appartenenza. Lei pensa che questi fattori siano determinanti in questo uso o ce ne sono altri che concorrono maggiormente a determinare tale cambiamento rispetto agli anni precedenti a partire dal 1995?

In tale contesto è chiaro certamente che sono questi i fattori determinanti.

In alcune zone maggiormente industrializzate del nostro Paese quanto gioca nell’uso crescente della lingua italiana in Italia la maggiore disponibilità economica delle famiglie che possono far frequentare ai figli le scuole di ogni istruzione e grado, anche quelle private?

Sicuramente il fattore economico gioca una parte importante, ma non so quanto abbia portato ad un reale miglioramento nella competenza parlata e scritta dell’italiano. I dati a nostra disposizione mostrano poi che questa competenza non si rivela elevatissima. Questa domanda perciò contiene elementi di contraddittorietà rispetto a quello di cui abbiamo parlato e discusso finora. Le persone che possono permettersi di mandare i figli in una scuola privata (ammesso che questa sia migliore di una pubblica, cosa su cui nutro fortissimi dubbi) sono un’esigua minoranza.

L’uso dell’italiano come lingua madre è davvero una realtà nel nostro Paese ma ci sono ancora persone che usano impropriamente alcune regole, espressioni e frasi italiane sbagliate in base al loro contesto?

L’italiano ormai è utilizzato da tutti gli abitanti del nostro Paese, ma questo non significa che tutti lo adoperino in maniera perfetta.

L’inglese, il francese e lo spagnolo quanto si sono inseriti nella nostra lingua portando nuovi neologismi derivati da esse? Quanto tale uso è corretto dal punto di vista di una ‘purezza’ lessicale della nostra lingua e attualmente si può parlare ancora di tale concetto?

L’italiano è stato sempre arricchito da queste lingue. I primi gallicismi, cioè le parole provenienti dalla Francia, fossero esse francesi o in provenzali, sono entrati in italiano nel XIII secolo. A partire dal Cinquecento lo spagnolo ha arricchito moltissimo l’italiano, invece il francese lo ha accresciuto nel Seicento e Settecento, il secolo dei Lumi. Adesso questa funzione di arricchimento è svolta dall’inglese. Non sono però questi gli elementi che mettono in discussione la purezza della lingua italiana: non saranno questi prestiti e forestierismi a minare l’integrità dell’italiano.

 

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