domenica, Maggio 16

L’uso politico della paura

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Non è inutile, cercare di spendere qualche ulteriore riflessione sui fatti accaduti a Gugnano di Casaletto Lodigiano, dove un ristoratore ha ucciso con un colpo di fucile un uomo che lo voleva rapinare; e cercare di farlo a mente fredda, senza speculare sull’accaduto, come fa qualche politico, che per raccattare qualche voto, dà sfogo a quanto di più belluino può esserci nell’umana natura.

Per una volta dice cose ragionevoli Silvio Berlusconi, che evidentemente non vuole essere confuso con il berciare che viene da destra. «Tragedie come questa», dice Berlusconi, «sono una sconfitta per tutti». E’ così; si tratta di una sconfitta. Per tutti. Dite che è banale, scontato? Sicuro. E’ banale. E’ scontato. Ma in ore, in giorni, in cui c’è gara a chi è più lesto a indossare i panni del ‘giustiziere’, ben vengano le banalità: a mitigare il dire di chi approfitta di queste tragedie per insopportabili, oscene grancasse; che finiscono col diventare concreta applicazione di quello che il professor Jonathan Simon ben descrive e spiega nel suo ‘Governing Through Crime’.

Pubblicato una decina d’anni fa, lo studio di Simon indaga sul ‘come’ e sul ‘quando’ è avvenuto che la nostra quotidianità è diventata preda della paura; l’invito esplicito è cercare di misurare l’impatto esercitato sulla democrazia liberale dallo slittamento della politica statunitense verso un esercizio sempre più totalizzante del potere esecutivo. Il ‘come’, il ‘quando’, e anche il ‘perché’ la ‘guerra alla criminalità’ finisce col rappresentare una facile soluzione al problema del crollo di fiducia nelle politiche governative: una crisi che ha spinto i leader politici a cercare nuove forme di governance.

Così eccola, la facile soluzione che permette di ridefinire i programmi politici nei termini di una prospettiva sicuritaria; è in questo contesto che la vittima di azioni criminali viene identificato con il cittadino ‘comune’, per sua stessa natura inerme e vulnerabile. L’ossessione per la criminalità consente l’innesco e l’applicazione di politiche di controllo penale che spesso sono l’antitesi delle fondamenta stesse della convivenza democratica.

Dite che si esagera, che la si prende troppo alla lontana? Eppure questo è quello che negli Stati Uniti è accaduto, a partire dalla fine degli anni Settanta; e anni dopo da noi. Uno studioso serio e rigoroso e per nulla indulgente come il sociologo bolognese Marzio Barbagli da anni invita alla cautela: “Contrariamente a quanto si pensa, il tasso di furti, di rapine e di omicidi è oggi più basso che nel 1991. Dal 1991 al 1998 il tasso degli omicidi è continuamente e sensibilmente diminuito. Quello dei furti e delle rapine ha subito una rilevante flessione dal 1991 al 1995, ed è risalito nei tre anni successivi, ma resta inferiore a quello del 1991…”.

Ecco: se le ragioni del cuore hanno una loro validità e importanza, non meno valide e importanti sono le ragioni della ragione; e in particolare lo dovrebbero essere per politici e giornalisti. Hanno dei compiti ben precisi, dei doveri. I politici hanno il compito (e il mandato) di assicurare una legislazione che corrisponda alle esigenze del popolo che rappresentano. I giornalisti hanno il compito, l’obbligo, di fornire informazione completa, onesta; depurarla da facili schematismi, da concessioni demagogiche. Non è vero che per vendere una copia in più, o per conquistare uno O,1 di share si può scrivere e dire di tutto.

Sarebbe auspicabile che non ci fossero politici saltimbanchi incapaci (e comunque disinteressati) al governo delle cose, interessati solo a raccattare un consenso fondato sulla paura, l’inquietudine. Sarebbe altresì auspicabile un giornalismo sobrio, lucido, che si basa sui fatti; che cerca di spiegare cos’è accaduto, e non insegua l’emozione, la facile suggestione.

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