lunedì, Ottobre 25

L’università dismessa e abbandonata field_506ffb1d3dbe2

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«Noto che c’è una grandissima frattura tra ciò che avviene fuori e quanto si dice in questa aula magna». Lo dice una studentessa sul palco della Conferenza per la green economy alla Sapienza. «Per esempio questa università è dismessa e abbandonata», dice la studentessa, «La ricerca è definanziata e non c’è più». Parla di «emergenza sociale e precarietà», che «il Governo non vuole vedere». Questo «luogo non ha più senso di esistere». Queste sono le parole pronunciate dalla studentessa contestatrice. Ma la sua è solo una sensazione o una realtà?

Purtroppo i dati parlano chiaro e le danno ragione: 58mila studenti in meno ogni anno negli ultimi dieci anni testimoniamo la disaffezione dei giovani verso gli studi universitari, che ormai sono diventati un parcheggio sempre più ‘lungorario’  prima di una precaria vita professionale, con il famoso 3 più 2 degli anni universitari, ciascun ciclo con in suoi riti: iscrizione, piani annuali degli esami, tesi di primo livello, reiscrizione alla laurea specialistica, altri piani annuali, altri esami, tesi di secondo livello e poi… il salto nel buio verso un mondo del lavoro sempre meno appetibile.

Il tutto, per di più, dentro strutture (oggi le chiamano infrastrutture) sempre più fatiscenti per il semplice fatto che non si costruisce più e la manutenzione  è fatta con cerotti autogestiti dagli stessi studenti, essendo stati tagliati i fondi (qui  la spending review ha già operato da un pezzo). Per conoscere la dignità di un ambiente basta frequentare i suoi bagni. E questo test, per molte università e scuole, si presenta scandaloso, sia per chi dovrebbe accudirvi, sia per il comportamento di chi li frequenta.

E’ questa purtroppo l’immagine e la realtà di un’universitàdismessa e abbandonata’, com’è stata definita dalla studentessa.

A questo punto nasce la domanda globale: quali giovani staproducendola generazione adulta. Sono solo più poveri o subiscono qualche danno maggiore? Perché anche i nostri vecchi usciti dalla guerra erano poveri, ma erano anche belli, nel senso che avevano la bellezza della speranza. Non c’era solo la commedia all’italiana di Marisa Allasio, Renato Salvatori e Maurizio Arena, ‘Poveri ma belli’ che facevano spensieratamente scherzi infantili sui barconi del Tevere, ma sentivamo tutti di avere un futuro davanti.

Sul ‘Corriere della Sera di ieri Roger Abravanel commenta la mediocre posizione dell’Italia nel test internazionale P.I.S.A., programma internazionale di valutazione degli studenti promosso dall’Ocse, in cui ci posizioniamo al trentesimo posto nel campo delle conoscenze matematiche e di testi letterari e scientifici. In questo eccellono le cosiddette ‘tigri asiatiche’ (Corea del Sud, Shangai, Hong Kong, Singapore e Vietnam), Paesi in forte crescita ma che hanno tuttora un livello di vita ben inferiore rispetto al mondo occidentale.

Ma se non è dunque sulla ricchezza, sul benessere che poggiano questi eccellenti risultati dei loro giovani, qual è la molla che li fa andare così avanti? L’articolista, che è anche un guru nel campo della consulenza aziendale, dà una risposta persuasiva: là c’è la «convinzione diffusa da parte di alunni, famiglie e insegnanti che l’impegno, l’etica dello studio e del lavoro fin dai banchi di scuola sia il passaporto per una vita migliore».

Il pensiero purtroppo non può che andare, per contrasto, qui in Italia, che al caso della madre della baby-squillo che chiede alla figlia quindicenne: «Che, oggi non vai a lavorare che ho bisogno di quei soldi… ». O all’altro caso, percentualmente impressionante, di quelle migliaia di studenti che hanno compilato un ISEE falso per prendere una borsa di studio da sottrarre ai compagni che ne avevano veramente bisogno.

Questa -e soprattutto quest’ultima che non rappresenta un caso estremo- è l’etica familiare in cui spesso viviamo, che a sua volta si giustifica con le ruberie dei politici che fanno la cresta su rimborsi e spese di rappresentanza. Non a caso i ‘forconi’ di Torino si sono diretti a manifestare sotto la sede della Regione Piemonte.

E’ un etica di sistema che occorre ristabilire. Ma per fare ciò bisogna spezzare il circolo vizioso che unisce politica, famiglie, giovani. L’ ‘università dismessa e abbandonata’, la ‘ricerca definanziata’ che non c’è più non possono essere raddrizzate da una parte sola, ma esigono uno sforzo solidale e comune. La studentessa ha ragione, ma non ci è dato di sapere se anche lei, i suoi compagni, la sua famiglia, i suoi insegnanti ed anche i politici che ci governano sono tutti disponibili a quel lavoro umile ma fondamentale di rimboccarsi le maniche e cominciare a togliere la polvere anche da casa propria.

 

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