martedì, Maggio 18

L’unità palestinese è in pericolo? field_506ffb1d3dbe2

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Fatah e Hamas


Gaza
– La storia ci ha sempre insegnato che nel Medio Oriente gli ‘scenari rosa’, o l’Happy End’, sono rari e non si sviluppano mai in modo prevedibile.
Il pericolo di una deflagrazione volteggia sul nuovissimo Governo palestinese di unità nazionale, frutto di un accordo di riconciliazione tra i due movimenti rivali Fatah e Hamas. L’accordo è stato siglato nel maggio 2014, rapidamente e in modo quasi furtivo, dopo sette anni di odi, rotture, divisioni e, soprattutto, dopo diversi episodi di sanguinosa guerra civile.
Giunge dopo svariati tentativi di accordi riconciliazione che sono rimasti lettera morta, con la costernazione della popolazione che non ha mai smesso di chiedere il cessate il fuoco e la fine delle ostilità fratricide, così dannose per la causa nazionale. Ecco perché la stabilizzazione di questo Governo è una vera speranza per la via palestinese, quella della Striscia di Gaza,  logorata dalle punizioni collettive ufficialmente mirate contro il movimento di Hamas, etichettato come terrorista da Israele e dalla maggior parte dei Paesi occidentali, ma che coinvolge in pieno gli abitanti confinati in quella che viene definita la più grande prigione a cielo aperto del mondo.
Tutto questo dura da giugno 2007, dopo un colpo di Stato da parte di Hamas, con un numero di milizie stimate in 5.000 unità circa, che schierano forze di sicurezza in gran parte affiliate a Fatah, dunque al Presidente Mahmoud Abbas. Il movimento islamista ha accusato quest’ultimo di voler affossare il suo potere, che definisce legittimo in quanto acquisito con la benedizione delle urne, grazie alle elezioni del gennaio 2006.
Risultato: il totale collasso dell’Autorità palestinese e la separazione de facto dei territori palestinesi in due blocchi. La Cisgiordania, sotto il controllo di Fatah, e Gaza, controllata da Hamas. Aggiungete la morte e il ferimento di quasi 600 palestinesi, morti nel corso di violentissimi scontri o di esecuzioni sommarie.

Un nuovo fallimento avrebbe conseguenze disastrose e potrebbe riportare i territori al punto di partenza, così dicono i cittadini palestinesi delle diverse parti in campo, nonché gli osservatori.

Lo spettro di un simile scenario, tanto temuto, è riemerso dopo il rapimento e l’assassinio dei tre giovani coloni ebrei a Gush Atsion, vicino a Hebron. I loro corpi senza vita sono stati trovati nascosti sotto un mucchio di pietre, diciotto giorni dopo la loro scomparsa, e ciò ha causato uno shock collettivo. Il Governo israeliano, che ha continuato a denunciare la nuova alleanza tra Fatah e Hamas, sembra operare da solo e sullo sfondo. Inoltre, dopo l’annuncio del rapimento, il Primo Ministro Benyamin Netanyahu aveva apertamente indicato il movimento di Hamas come autore e sponsor del rapimento, sottolineando che questo è il risultato della riconciliazione inter-palestinese. Il Primo Ministro israeliano ritiene il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas «responsabile di tutti gli attacchi provenienti dai territori sotto controllo palestinese».
Eppure il luogo nel quale i quattro giovani coloni sono scomparsi e sono stati uccisi, fa parte di un blocco di insediamenti situati nella ‘zona C’, che si trova sotto il totale controllo dell’Esercito israeliano. Una realtà che il Presidente palestinese non ha mancato di ricordare a Netanyahu, in risposta alle sue accuse. Spinto a prendere posizione sul rapimento, Mahmoud Abbas non aveva altra scelta se non quella di esprimere una condanna pubblica  -suscitando la collera e l’indignazione del leader di Hamas, ma anche di una buona parte della popolazione: «Chiunque abbia rapito i tre giovani israeliani cerca di distruggerci e bisognerà che ne renda conto», ha  dichiarato il Presidente dell’Autorità palestinese all’Organizzazione della Conferenza Islamica a Jeddah, prima di ribadire l’impegno alla piena cooperazione con Tsahal da parte del suo servizio di sicurezza, per ritrovare i giovani, confermando così la collaborazione con Israele in termini di coordinamento della sicurezza. A parte Hamas, che ha sempre criticato Abbas per la sua collaborazione con gli israeliani, sostenendo che «tali dichiarazioni minano il consenso nazionale», gruppi di giovani palestinesi non hanno esitato a lanciare pietre su Mouquataa, sede della Presidenza a Ramallah, a latere di scaramucce che si svolgevano con la guardia presidenziale. Gridavano  e ad alta voce la loro opposizione al Presidente.
Sul campo, l’Esercito israeliano ha aggravato i suoi interventi, moltiplicando i blocchi, gli insediamenti, le incursioni, le distruzioni e le persecuzioni. È in atto, in Cisgiordania, dalla data del rapimento, il 12 giugno, una grande offensiva con raid aerei giornalieri sulla Striscia di Gaza. Si tratta della più grande operazione dopo la fine della seconda Intifada, nell’estate del 2005.

Intanto Tsahal ha ucciso cinque palestinesi, ne ha arrestati centinaia di altri, compresi gli ex detenuti che erano stati rilasciati nel 2011 in uno scambio con Hamas (in cambio della liberazione del soldato Gilad Shalit). Si tratta per lo più di attivisti, leader del partito islamista. Aziz Dweik, Presidente del Parlamento palestinese, era tra loro.

Oltre alla demolizione di due case appartenenti alle famiglie degli attivisti di Hamas sospettati di essere gli autori del sequestro, sono stati sventrati quasi 800 edifici, in particolare istituzioni economiche, caritative e sociali. Questo è il saldo delle azioni del movimento radicale, ma il bilancio rischia di peggiorare, perché sembra che Israele non si voglia fermare qui.

Se Netanyahu chiede vendetta promettendo di farla pagare cara ad Hamas, alcuni membri del suo Governo fanno appello alla fondazione di altre colonie, in memoria dei tre coloni uccisi; Avigdor Liberman, capo della diplomazia e convinto sostenitore della deportazione dei palestinesi, ha appena chiesto la rioccupazione pura e semplice della Striscia di Gaza, roccaforte di Hamas, e l’esecuzione capitale dei suoi leader politici e militari. Minacce cui il movimento islamista ha risposto sullo stesso tono: «Se gli occupanti si imbarcano in una escalation o in una guerra, si spalancheranno le porte dell’inferno», ha detto il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri. Una dozzina di razzi fatti in casa sono stati poi sparati su Sderot, un kibbutz situato a pochi chilometri da Gaza. Questa è la  dimostrazione del fatto che i gruppi armati non hanno perso alcuna capacità di difesa.

In ogni caso, lo Stato ebraico non ha nascosto, fin dall’inizio di questo affaire, i suoi obiettivi. Dall’annuncio della scomparsa dei coloni, il Ministro delle Finanze Yair Lapid ha confessato ai media che tramite questa campagna senza precedenti il suo Governo mira certamente alla vendetta dei coloni scomparsi, ma anche alla distruzione di Hamas e allo smantellamento del nuovo Governo palestinese.

Un soggetto isolato, privo di consenso e con il controllo su appena la metà dei suoi territori, che per giunta potrebbe essere facilmente accusato di non essere un valido interlocutore agli occhi della comunità internazionale. Il che contribuirà a rafforzare l’attuale Governo israeliano, dominato dai falchi.

Concentrandosi, senza prove, su Hamas, Benyamin Netanyahu sta anche e ovviamente cercando di bloccare l’azione positiva intrapresa dalla comunità internazionale, compresa l’Amministrazione degli Stati Uniti, verso la nuova formazione palestinese.

«Non negozierò mai con un Governo palestinese sostenuto dai terroristi di Hamas, che fanno appello alla nostra distruzione», ha ribadito più volte e recentemente. Argomenti poco convincenti, soprattutto perché il nuovo Governo di unità palestinese è composto esclusivamente da tecnocrati indipendenti da qualsiasi movimento politico, e che hanno molto chiaro il mandato di indire elezioni parlamentari e presidenziali che portino alla formazione di un Governo stabile di unità nazionale. Per quanto riguarda il compito dei negoziati, è sempre stato sotto la responsabilità di OLP, organismo che rappresenta l’intero popolo palestinese.

L’euforia generata dalla riconciliazione sarà così di breve durata. Senza dubbio l’esito tragico dei tre coloni è diventato sia un’arma di guerra contro l’unità palestinese, sia una sua conseguenza. Un’unità che si dimostra già fragile e precaria, perché improntata ai calcoli e agli interessi di ambo le parti.

La riconciliazione potrebbe risparmiare Hamas, che si trova in una situazione di debolezza storica. Si dibatte in una grave crisi finanziaria, che danneggia seriamente l’amministrazione della Striscia di Gaza, divenuta un fardello pesante con la fine delle sovvenzioni provenienti da Iran e Qatar, a causa della nuova situazione regionale e internazionale. La situazione si è deteriorata in modo significativo dopo che in Egitto sono caduti i Fratelli Musulmani e con l’ascesa alla presidenza di Abdal Fatah Al Sissi, che ha detto che Hamas «non è un’organizzazione gradita», e ha chiuso il valico di Rafah, porta del mondo esterno, distruggendo sistematicamente più di un migliaio di tunnel tra Gaza e l’Egitto. Questa boa di salvataggio è stata utilizzata dal movimento islamista come fonte principale della sua economia. E sono disposti a fare qualsiasi cosa, anche a cedere il potere, pur di sopravvivere.

Il Presidente Mahmoud Abbas e il suo partito Fatah non sono molto migliori. La scelta della negoziazione come strategia politica è infatti fallita. Venti anni dopo la firma degli Accordi di Oslo, l’occupazione dei territori palestinesi è sostenuta, anzi rafforzata dall’accelerata colonizzazione. Diverse centinaia di chilometri di mura vi annettono, de facto, una parte della Cisgiordania ormai separata da Gerusalemme, i suoi migliori terreni e l’acqua. Il tutto è sormontato da decine di posti di blocco militari israeliani che bloccano qualsiasi spostamento, movimento economico e vita sociale da parte palestinese.
Un bilancio a saldo negativo, che la riconciliazione e l’unità nazionale potrebbero edulcorare. E questo permetterebbe, forse, al Presidente palestinese, che ha 79 anni, di dimettersi con la sensazione di aver realizzato almeno qualcosa.

Tuttavia, e alla luce della realtà sul campo, non si possono trarre conclusioni scontate. Oltre alla pressione israeliana, molti altri problemi potrebbero far saltare l’accordo in qualsiasi momento, per una serie di questioni controverse che sono rimaste irrisolte. Una settimana dopo la formazione del Governo di unità, i poliziotti di Hamas, privi di salario da mesi, hanno impedito ai funzionari dell’Autorità palestinese di ritirare i loro compensi a Gaza.
Le loro ragioni: il Governo deve pagare anche loro, secondo gli accordi. Una richiesta che è stata respinta dal Primo Ministro installato a Ramallah, il che ha creato una notevole tensione, per diversi giorni. Questo primo ostacolo ha fatto reagire il numero due di Hamas, Moussa Abu Marzouk, sulla sua pagina Facebook ha accusato il Presidente palestinese di aver abbandonato Gaza al suo destino, nonostante l’accordo di riconciliazione per la formazione del Governo di unità nazionale, con la Cisgiordania e Gaza. «Oggi, temo che Hamas possa essere invitato a tornare a proteggere la sicurezza dei suoi abitanti, perché Gaza non può vivere in sospeso, e non ricade né sotto la responsabilità del governo precedente, né sotto il Governo di accordo nazionale», ha scritto.
Abu Marzouk, il responsabile del dossier di riconciliazione per il lato Hamas, ha accusato «Mahmous Abbas di non volere la riconciliazione», Secondo lui, «anche se Gaza verrà offerta a Mahmoud Abbas, lui non l’accetterà».
Una dichiarazione che la dice lunga sulla fragilità dell’accordo di riconciliazione nazionale. Il Governo israeliano si starà senza dubbio fregando le mani.

Una violenta tempesta soffia, dunque, da tutti i lati, sul Governo di unità palestinese, frutto della riconciliazione e simbolo dell’unità nazionale. Riuscirà a resistere e ad uscire indenne da questa prova o si capovolgerà, portando con sé la stessa speranza che ha generato? Lo scopriremo solo vivendo.

 

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

 

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