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L'Unione Europea si apre a Cuba field_506ffb1d3dbe2

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È tempo di rilancio per le relazioni tra Cuba e l’Unione Europa. Il 10 febbraio scorso, il Consiglio Affari Esteri, composto dai Ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione, ha finalmente deciso l’avvio di consultazioni tra le parti per approfondire i legami politici, economici e culturali nel contesto di un accordo globale con l’isola caraibica.

E’ il raggiungimento -peraltro non facile e che da lungo tempo stentava a emergere- di un accordo tra una comunità di singoli Stati (che non hanno rinunciato alla propria sovranità in materia di politica estera) sulla volontà o meno di impegnarsi con uno stato terzo. Un patto preliminare insomma, che ad ogni modo, nonostante i termini reali dell’agreement siano ancora tutti da definire, rimane interessante. Non tanto per i cambiamenti di qualche rilievo che i futuri negoziati andranno a definire, quanto per il segnale di dinamismo che, con ripercussioni che potrebbero rivelarsi decisive, Cuba sta dimostrando sulla scenario internazionale.

L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la politica di Sicurezza dell’Unione, Catherine Ashton, ha espresso soddisfazione per la decisione, dichiarandosi «fiduciosa che i dialoghi ci aiutino a consolidare il nostro impegno a Cuba». La soddisfazione della Ashton deriva dal fatto che i rapporti dell’Unione -in quanto istituzione internazionale- e Cuba sono congelati fin dal 2003, quando si consumò un frattura che, se non ha finora impedito ai singoli Stati e all’Unione stessa di impegnarsi in politiche di vario tipo con lo Stato comunista, ha comunque reso poco coerenti le relazioni, prive di una cornice convenzionale aggiornata e sistematica.

Fino ad ora, è infatti rimasta in vigore la Posizione Comune‘, decisa dal Consiglio dell’Unione nel 1996, che disponeva come «l’obiettivo dell’Unione Europea nelle sue relazioni con Cuba è di incoraggiare un processo di transizione verso una democrazia pluralista e il rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali». Un cambiamento che, distanziandosi dall’intransigenza degli Stati Uniti, preferiva mantenere una presenza attiva per favorire il cambiamento interno tramite un apporto attivo, piuttosto che con l’uso di «misure coercitive che avrebbero l’effetto di aggravare la difficile situazione economica in cui versa il popolo cubano». Un chiaro riferimento all’embargo che, allora come oggi, gli USA impongono all’isola.

I frutti iniziali di questo approccio soft sembravano essere buoni. Infatti, nonostante i sospetti iniziali, la dedizione europea nei confronti di Cuba era partita con entusiasmo, con numerose visite da parte di Ministri di diversi Paesi europei, membri della Commissione, delegazioni del Parlamento Europeo, e l’approfondimento delle relazioni commerciali. Basti pensare all’impressionante afflusso di turisti provenienti dall’Europa, che andarono a comporre più della metà del nuovo pubblico che si riversava sull’isola dopo l’apertura al turismo internazionale voluta da Fidel Castro.

Da parte sua, Cuba sembrava volenterosa di guadagnarsi le attenzioni europee con un approccio meno repressivo nei confronti della dissidenza. In questo periodo l’UE, attraverso la Commissione di Ginevra sui diritti umani, continuava a battere sul tasto del rispetto delle libertà civili ed economiche nell’isola, confrontandosi in numerose occasioni con le organizzazioni di oppositori, incontri non approvati ma tollerati dal Governo cubano. In cambio, del resto, l’UE votava con costanza contro le sanzioni americani in sede ONU. In questo frangente si devono inserire, ad esempio, il Progetto Varela di riforma istituzionale voluto dal leader dissidente Oswaldo Payá, e il permesso concesso a quest’ultimo di viaggiare al di fuori deli confini dell’isola.

La scelta di Castro di cedere, almeno in via cosmetica e parziale, alle pressioni moralizzatrici dell’UE derivavano dal mutato clima internazionale creatosi con lo sgretolamento dell’Unione Sovietica. Con un’economia devastata per via dello stop agli aiuti sovietici, L’Avana ne aveva disperatamente bisogno di nuovi, e così ecco che, di Unione in Unione, l’apporto finanziario principale andava configurandosi nel Vecchio Continente, grazie a un afflusso di aiuti umanitari, investimenti privati in joint venture e un discreto traffico di esportazioni (1,3 miliardi di dollari nel 2001/2002).

Le cose andarono precipitando nel 2003, quando Castro, in seguito al colpo di Stato tentato nel 2002 contro Hugo Chavez in Venezuela e all’intervento in Iraq da parte dell’Amministrazione Bush, decideva di incarcerare ben 75 dissidenti, nella repressione più memorabile dell’ultimo decennio. Un fatto che spinse l’UE a rivedere la Posizione Comune, limitare notevolmente i legami culturali e approfondire quelli con le associazioni anticastriste. Dal canto suo, Cuba congelò ogni contatto diplomatico con gli Stati dell’Unione.

Questa situazione durò solo qualche anno. Già nel 2005 le misure di protesta furono sospese in seguito alla liberazione di alcuni dei 75 prigionieri, per poi essere definitivamente abbandonate in seguito all’avvento di Raul Castro, che forte del suo pragmatismo e delle disposizioni introdotte per liberalizzare l’economia dell’isola fin dal 2006, poteva vantare un pedigree meno impregnato di ideologia. Questo processo fu conciliato in particolar modo dall’avvento del nuovo Governo di Luis Zapatero in Spagna, che in forza del suo progressismo, impose una svolta in politica estera più conciliante e meno legata a quella della Casa Bianca.

Da quel momento, con una normalizzazione che faceva tornare tutto al 1996, non si parlò più del tema. L’ingrandirsi dell’Unione con l’ingresso dei nuovi Paesi dell’est (Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, tra gli altri) rendeva ancora più variegate le posizioni e ulteriormente difficile il raggiungimento di una nuova posizione condivisa. Nel frattempo, Cuba si staccava dall’Europa per riabbracciare l’America Latina, con il Venezuela (nel contesto dell’Alba, l’associazione che riunisce gli Stati socialisti della regione) come nuovo partner e benefattore principale, nonostante i singoli Stati Europei, nonché l’Unione, continuassero ad avere normali relazioni diplomatiche e commerciali. Nel 2010, ad esempio, è stato adottato il primo Strategy Paper/National Indicative Programme per l’isola, che consisteva in consistenti aiuti finanziari (20 miliardi di euro) per compiere interventi nel campo della sicurezza alimentare, dell’adattamento ai cambiamenti climatici e nello scambio di esperti.

Ora, dopo eterni ritardi, che testimoniano ancora una volta la macchinosità dell’UE quando si tratta di fare fronte comune in politica estera, l’Unione ha deciso di rilanciarsi a Cuba. Con i 28 Stati dell’Unione che hanno raggiunto una posizione condivisa a da assumere nei confronti dell’isola, spetta dunque a Raul Castro e al suo establishment valutare i termini dell’accordo. È assai probabile che vi si arrivi entro il 2015, con una situazione che, a livello internazionale e regionale, è fortemente mutata rispetto al 1996.

Cuba si è rafforzata sullo scacchiere, forte non più solo dell’appoggio venezuelano, ma ormai quasi pienamente reinserita in meccanismi regionali, come ha dimostrato l’ultimo incontro della CELAC (Comunità degli stati latino americani e caraibici) il mese scorso. Con l’alleggerirsi della presenza statunitense (con cui peraltro i rapporti sono sempre meno tesi che in passato) e l’appoggio della maggior parte degli stati sudamericani, Cuba può permettersi di dialogare da una posizione migliore. Ad essere sacrificati, nelle discussioni con l’UE, potrebbero certamente essere anche i diritti umani. È probabile che, questa volta, l’atteggiamento europeo sia meno denso di appelli umanitari, e più improntato all’ambito economico.

 

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