sabato, Novembre 27

L’Unione Africana sfida l’Europa field_506ffb1d3dbe2

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Centroafrica guerra

Kigali – Le accuse formulata da vari giornalisti indipendenti sul nefasto ruolo della Francia e dell’Europa nel Paese sono state marginalizzate dai media europei grazie ad una intenso lavoro di lobby intrapreso da Parigi presso l’Unione Europea. Le pressioni attuate hanno contribuito ad una informazione autocensura sulla Repubblica Centroafricana adottata dai principali medi europei, nonostante che alcuni di essi avessero inviato propri Reporter nel lontano Paese Africano. La maggioranza dei media europei per mesi ha presentato la guerra civile centroafricana e la pulizia etnica in corso come atti confusi e perpetuati da entrambe le comunità, quella musulmana e quella cristiana, evitando ogni seria analisi del ruolo della Francia, presente con 1600 soldati e alla guida della Missione di Supporto Internazionale per il Centroafrica (MISCA), composta da 5.000 soldati africani.

Anche le analisi politiche-militari di esperti internazionali, quali il Generale Jean-Bernard Pinatel, un liminare della Intelligence Francese, erano state accuratamente nascoste dai media europei, in quanto spiegavano dall’interno il ruolo della France-Afrique nel sostenere i ribelli Séléka facilitando la loro presa del potere. Dissidi tra il Governo ad Interim di Michel Djotodia, soprattutto convergenti sugli interessi nel Paese delle multinazionali francesi, prima tra tutte la AREVA, leader europeo nell’energia nucleare e simbolo della più brutale politica coloniale della France-Afrique in Africa, spinsero Parigi a supportare le milizie cristiane Anti-Balakas utilizzandole per destabilizzare il governo provvisorio.

L’opera di destabilizzazione ha portato a pulizie etniche su vasta scala attuate contro la comunità musulmana che prima di questa guerra civile rappresentava il 15% della popolazione. Ora attivisti per i diritti umani stimano che solo un 4% dei musulmani centroafricani sia rimasto nel Paese. La maggioranza si è rifugiata nei Paesi vicini (oltre 700.000 persone) e il numero delle vittime musulmane è tenuto accuratamente nascosto. La diaspora musulmana centroafricana in Uganda parla di 180.000 vittime, secondo dati provvisori a sua disposizione.

La pugnalata alle spalle è giunta da due Associazioni Internazionali di inconfutabile reputazione: Amnesty Interanational e Medici Senza Frontiere – Francia. Entrambe hanno prodotto specifici rapporti che dimostrano una pulizia etnica dal gennaio 2014 prevalentemente indirizzata contro la comunità musulmana. Un’ondata di furore omicida collettivo, provocato dai precedenti massacri contro la comunità cristiana attuati dalle Séléka, che poteva essere fermato sul nascere con un deciso intervento. Entrambi i rapporti accusano Francia e Comunità Internazionale di aver fallito il loro compito di difendere la popolazione. La denuncia delle due Associazioni ha reso impossibile nascondere la realtà già descritta dai giornalisti indipendenti. Ora i media ufficiali europei possono solo “contenere” questi rapporti cercando di non dare il giusto risalto.

La situazione attuale in Centroafrica è un orrendo aggravarsi della crisi, dove le strategie francesi stanno incontrando serie difficoltà di applicazione. Un documentario del fotoreporter inglese Jonny Miller, trasmesso dall’agenzia di informazione Iraniana in lingua inglesePressTV’, rivela le enormi pressioni della Francia sulla Assemblea Nazionale del Governo Centroafricano di Transizione per far accettare l’imprenditrice Catherine Samba-Panza come nuovo Presidente ad Interim a seguito delle forzate dimissioni del suo predecessore Michael Djotodia. Samba-Panza è in realtà uno mero strumento nelle mani della Camera di Commercio Francese a cui è stato affidato di gestire la difficile situazione nel Paese salvaguardando gli interessi economici della Francia.

Le forze Séléka, a seguito del intervento militare francese iniziato nel dicembre 2013, si sono in un primo momento rifugiate in Sudan e Ciad per riorganizzarsi e rientrare in Centroafrica per prendere il controllo di vasti territori all’interno del Paese. Il principale gruppo (essendo la Séléka un ombrello politico che raggruppa diversi movimenti armati) è guidato da Mamadou Rakis, ex direttore della polizia del Governo Djotodia. Due settimane fa l’esercito francese assieme ai soldati africani ha lanciato una offensiva nella città di Sibut, controllata dalla forze Séléka, a 180 km dalla capitale Bangui. Un’offensiva che non avrebbe partorito i risultati sperati. Le forze ribelli si sarebbero ritirare dalla città dopo intensi combattimenti ma rimarrebbero intatte e controllerebbero l’interno del Distretto. L’offensiva ha anche evidenziato l’azione unilaterale dei soldati francesi impegnati a neutralizzare le forze ribelli Séléka e non le milizie cristiane.

Le recenti dichiarazioni del Presidente Samba-Panza e del Comandante del contingente francese, il Generale Francisco Seriano, di disarmare gli Anti-Balakas sembrano una mera propaganda. Il processo di disarmo di queste milizie cristiane attuato fino ad ora, passa attraverso una soluzione subdola quanto pericolosa. I miliziani vengono semplicemente arruolati nell’esercito regolare. Un arruolamento che segue l’epurazione di tutti i soldati ex Séléka e di fede mussulmana.

Secondo vari commentatori regionale la Francia sta trasformando l’esercito Repubblicano del Centroafrica in un esercito “cristiano” epurato da ogni musulmano con l’obiettivo di rendere più facile il suo controllo. Il rischio risiede nell’impossibilità di fermare la spirale di violenze contro la comunità musulmana che le milizie cristiane possono continuare ad attuare protette dalla divisa dell’esercito regolare. Episodi di massacri di civili musulmani compiuti in queste ultime settimana dall’esercito regolare a Bangui sono stati eloquentemente documentati da Fotoreporter Indipendenti. La scorsa settimana, secondo numerose testimonianze, le milizie cristiane hanno trucidato oltre un migliaio di musulmani nella capitale e nelle città controllate dalle forze governative attraverso una operazione di rastrellamento porta a porta, sotto lo sguardo indifferente dei soldati francesi.

Con il pretesto di combattere i Séléka, gli Anti-Balakas stanno diventando una forza importante nell’arena politica Centroafricana supportati al cento per cento dalla Francia che li usa come forze paramilitari o li integra nell’esercito. Dopo aver svolto il compito di far dimettere il Presidente Michael Djododia ora hanno ricevuto l’ordine di combattere le Séléka all’interno del paese, in quanto Parigi non vuole rischiare la vita dei suoi preziosi soldati in difficili combattimenti nelle zone rurali e nelle fitte foreste Centroafricane. Il prezzo domandato e accettato dalla Francia, è il completo sterminio dei Musulmani. Le milizie cristiane hanno pubblicamente affermato che deporranno le armi solo dopo che l’ultimo musulmano centroafricano sia morto o abbia lasciato il paese. Notte e giorno i musulmani vengono abbattuti dinnanzi ai soldati francesi. In un quartiere di Bangui sono arrivati venti soldati francesi  a contrastare oltre 150 miliziani cristiani armati che volevano attuare un massacro di musulmani. Dopo mezz’ora di trattative i soldati francesi hanno abbandonato il luogo e il massacro ha potuto aver luogo. In un altro quartiere i soldati francesi sono arrivati solo a massacro compiuto impartendo l’ordine alla popolazione civile di rimuovere i cadaveri”. Questa la testimonianza di un Imam centroafricano rifugiatosi a Kampala, Uganda.

Testimonianze simili vengono confermate dalla responsabile delle crisi di Amnesty International, l’italiana Donatella Rovera: “Le forze di pace internazionali sono reclutanti ad intervenire contro le milizie anti-balaka e  non proteggono la minoranza mussulmana. In vari episodi hanno permesso a queste milizie riempire il vuoto di potere lasciato dai Séléka”.

La promessa di disarmo era stata già fatta nel dicembre 2013 dal Ministro degli Esteri Laurent Fabius. Il disarmo è stato unilateralmente rivolto contro le Séléka, ignorando le milizie cristiane che dal gennaio 2014 hanno dato il via ad un piano premeditato di pulizia etnica. La comunità musulmana centroafricana, costretta alla fuga, si sta politicamente riorganizzando in Sudan e Ciad. Tra essa sta diventando maggioritaria l’idea di rientrare nel paese ed unirsi alle forze Séléka per occupare il nord del Centroafrica e creare una  Repubblica Islamica. Nel sud, protetti all’interno dei confini congolesi, le forze rimaste leali al ex Presidente Francois Bozizé, si starebbero riorganizzando nel tentativo di riprendere il potere.

Per avere il controllo assoluto sull’operazione di pace, la Francia sta controllando i fondi offerti alla MISCA: 315 milioni di dollari provenienti da diversi Donor internazionali e 30 milioni offerti dalla Unione Europea. La maggioranza di questi finanziamenti è dirottata per sostenere l’avventura militare francese mentre le forze africane della MISCA soffrono di carenze finanziarie croniche che obbliga di limitare le proprie azioni nella capitale trascurando completamente il resto del paese e ponendosi in uno stato di completa dipendenza materiale verso il contingente Francese. Dinanzi a questa situazione l’Unione Africana ha deciso di contrastare le mire francesi attraverso un intervento militare diretto attuato dal ACIRC African Capacity for Immediate Reponse to Crisis (Capacità Africana di Risposta Immediata alle Crisi).

Il Ministro ugandese degli Affari Esteri Henry Okell Oryem il 20 febbraio scorso ha informato i media regionali che l’Unione Africana ha contattato il Governo di Kampala affinché autorizzi l’intervento dell’esercito ugandese (UPDF) nella Repubblica Centroafricana, essendo già esperto e capace di inviare le truppe in meno di 24 ore. Vari Paesi africani si sono dichiarati disponibili a sostenere finanziariamente il UPDF. L’Algeria ha messo a disposizione una consistente flotta aerea militare per il trasporto delle truppe e il Sud Africa ha dichiarato la sua disponibilità a fornire gratuitamente armi, munizioni, attrezzature logistiche e di comunicazione.

L’Unione Africana sta cercando altri Paesi disponibili ad inviare truppe all’interno della missione centroafricana della ACIRC e si sta ventilando la possibilità che il contingente militare Ruandese (forte di 850 uomini) già presente in Centroafrica possa uscire dal mandato della MISCA per congiungersi alla missione militare africana. L’Unione Africana ha richiesto alle Nazioni Unite un mandato totalmente diverso da quello che possiede la MISCA: mandato regolato dal Capitolo VI del Consigli di Sicurezza ONU che prevede solo azioni di protezione della popolazione civile. L’Unione Africana ha chiesto di dotare l’intervento del ACIRC del mandato previsto dal Capitolo VII che autorizza azioni militari su larga scala sia offensive che difensive. Questa forza di intervento non sarebbe sottoposta sotto il comando francese. É prevista solo una cooperazione mantenendo la propria autonomia di azione. La Francia sta disperatamente ostacolando il progetto presso le Nazioni Unite in quanto conscia che questo improvviso intervento militare africano é una misura attuata per bilanciare il suo potere nella Repubblica Centroafricana.

Fino ad ora le Nazioni Unite non hanno ancora risposto alla lettera inviata al Segretario Generale Ban Ki-Moon il 17 febbraio scorso dalla Segreteria dell’Unione Africana, dove si ufficializza la richiesta di un meccanismo di cooperazione tra le due forze militari internazionali con l’obiettivo di stabilizzare al più presto il Paese e metter fine alle pulizie etniche al fine di permettere libere elezioni nel 2015 quando scadrà il mandato del Governo di Samba-Panza, mandato che secondo fonti francese potrebbe invece essere rinnovato con la scusa della instabilità nel Paese.

L’Uganda non avrebbe alcun problema ad attivarsi militarmente in tempi brevissimi in quanto ha già 3.000 soldati in Centroafrica, impegnati nella cattura del leader del gruppo ribelle Lord Resistence Army Joseph Kony. Questo contingente potrebbe essere ulteriormente rinforzato da truppe ugandesi provenienti dalla Somalia, maggior esperti nei combattimenti urbani da utilizzare contro le milizie cristiane, divenendo così la principale forza militare straniera in Centroafrica.

Il Presidente Yoweri Museveni, già impegnato in due conflitti, Somalia e Sud Sudan, oltre che ha una guerra per procura in Congo, sta contattando Stati Uniti e Francia per ottenere il loro nulla osta all’intervento militare. Un nulla osta difficile che venga concesso da Parigi. Un intervento militare africano che neutralizzi le milizie cristiane, stabilizzi il paese, permetta il rientro dei mussulmani e lo svolgimento delle elezioni Presidenziali nel 2015, metterebbe in gravi difficoltà il contingente francese e comprometterebbe i piani geo-strategici della France-Afrique sul Centroafrica.

La constatazione che la forza militare africana indipendente sia composta per la maggioranza da truppe dei due principali nemici di Parigi nella regione, Rwanda e Uganda, obbliga il Governo Francese e gli esperti della “Cellula Africana” del Eliseo, ad analizzare l’iniziativa dell’Unione Africana in chiave anti francese e associata dalla tiepida collaborazione dell’Amministrazione Obama che si traduce nella realtà in un boicottaggio finanziario e militare americano contro il contingente francese in Centroafrica.

La Francia sembra più orientata ad ostacolare l’iniziativa per mantenere l’assoluto controllo del Paese, confidando sui reggimenti africani della MISCA provenienti da Paesi Francofoni noti per essere dei Stati Satelliti di Parigi, privi di ogni autonomia e sul supporto militare promesso dall’Unione Europea consistente in 600 soldati, ottenuto grazie alla creazione del Asse Parigi-Berlino. La Polonia ha già dato la sua disponibilità a partecipare nella missione. Pressato dagli avvenimenti il Presidente Francois Hollande ha autorizzato l’invio di altri 400 soldati in rafforzo del contingente in Centroafrica, che tra poche settimane conterà 2.000 effettivi selezionati dai reparti di élite  e della Legione Straniera, tutti rigorosamente di estrema destra. 

 

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