domenica, Settembre 19

L'Ungheria denuncia l'Unione Europea

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I rapporti fra alcuni circoli di Bruxelles e Budapest sono effettivamente tesi. I motivi di queste tensioni sono profondi e sono stati resi plasticamente dal luogo in cui Orban ha reso nota la decisione di adire alla Corte di Giustizia. Egli parlava infatti all’Assemblea annuale della Conferenza permanente ungherese. E’ questo un organo che può essere definito una specie di Stati generali della Nazione, perché raccoglie rappresentanti non solo degli ungheresi ma anche delle minoranze (di quei gruppi cioè che vivono nei Paesi confinanti) e della diaspora ungheresi.

La valenza simbolica del luogo è data dal fatto che la Conferenza permanente, infatti, è stata costituita proprio per rendere visibile l’unità e l’importanza identitaria della Nazione, valori che si trovano, agli occhi di Orban, in alternativa alla politica attualmente perseguita da Bruxelles. Secondo il governo ungherese l’Unione Europea dovrebbe valorizzare, non comprimere, come sta facendo, le Nazioni che la compongono. In effetti, non è esagerato sostenere che la questione dei profughi ha fatto emergere due visioni assai diverse dell’Unione. Da un lato chi la considera uno spazio costituito da regole universaliste, cioè omologanti e antistoriche, dall’altro uno spazio identitario, cioè pluralista e conservatore. Fra le due visioni il compromesso è difficile perché si tratta di colmare distanze ideologiche.

E’ su questo sfondo, ad esempio, che va intesa la reazione, sicuramente sopra le righe, del Commissario austriaco Karas alle dichiarazioni di Orban. Karas ha infatti definito l’eventuale passo ungherese presso il Tribunale niente meno che «una dichiarazione di uscita dall’Unione perché è contraria all’idea di Europa e al progetto europeo».

Ma chi può pretendere per sé il possesso esclusivo dell’idea di Europa? E la domanda è tanto più giustificata in quanto Orban è stato eletto dal popolo ungherese a grande maggioranza, mentre quella a commissario europeo, benché prestigiosa, è pur sempre una nomina, e come tale non ha procedure democratiche alle spalle. Né sfugge a Budapest che i commissari e l’alta burocrazia europea tengono un linguaggio molto differente nei confronti del Governo inglese, che di fronte al ‘progetto europeo’ di Bruxelles è di gran lunga più scettico di quello ungherese o slovacco. E anche questa non proprio lieve sfumatura psicologica aumenta la diffidenza.

 

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