lunedì, Giugno 21

‘L’Umanesimo sopravvive alla tecnica’

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Luca De Biase, nel suo libro ‘Homo pluralis’, parla di come i mezzi che usiamo su Internet per diffondere conoscenza non siano neutri, e di come sia necessario che la comunicazione non segua solo logiche finanziare o tecnologiche. È di questo che stiamo parlando?

Sì, sono d’accordo con quello che dice De Biase e con le preoccupazioni che pone da un punto di vista umanistico. Lui fa un discorso correttissimo rispetto alla lettura della situazione presente, quello che tento di fare è cercare di leggerla alla luce della storia dell’Europa e del Ventesimo secolo, di come si è affermata l’idea del computing e di come si colloca nella storia della filosofia. Mi avventuro nel tentativo di vedere come dalla tradizione filosofica occidentale si sia arrivati al computer, che è figlio solo di una parte del pensiero che la filosofia ha esplorato. Si può farlo risalire a Leibniz, secondo il quale gli uomini finiscono sempre per fare la guerra se ragionano usando le armi della retorica; se invece si limitassero a parlare tra loro usando linguaggi formalizzati, a calcolare parlando tra loro attraverso algoritmi, non ci sarebbero più guerre. Da questo pensiero si arriva ai linguaggi formalizzati e alla filosofia analitica di Frege, ai ragionamenti di Russell, tentativi di costruire linguaggi perfetti in grado di discriminare il Vero dal Falso, che si sono poi rivelati fallaci e ambedue hanno abbandonato. Tuttavia la matematica, con Hilbert, ha proseguito su questo terreno, e di lì si arriva a Turing, sempre partendo dal presupposto che il linguaggio formale debba essere assoggettato a certe regole. Turing diceva che il lavoro umano può essere definito come l’esecuzione di ciò che è scritto sul libro delle regole. Ovviamente non è così, ma l’informatica è nata a partire da questa ipotesi. Poi negli anni ’60, nel clima libertario della California, dei “movimenti”, questa filosofia informatica che si esprimeva nel computer inteso come macchina di controllo sociale è stata capovolta per creare il personal computer, il web e così via. Io cerco di raccontare questa storia: il filone che nasce dall’idea dei vantaggi di un “pensiero calcolante” che esclude ogni forma del pensiero umano, per arrivare invece a macchine che sono invece delle protesi della nostra mente e ci permettono di assumere dei gradi di libertà. Anche se noi le usiamo male.

Nella fantascienza c’è spesso l’idea che la macchina sia in grado di prendere decisioni meglio dell’essere umano. Penso per esempio a Isaac Asimov, che conclude una delle sue opere più celebri, ‘Io, robot’, con una silenziosa presa del potere da parte delle macchine, che sono programmate per fare il bene dell’Uomo e proprio per questo gli tolgono gentilmente il controllo. Esiste la possibilità che il computer diventi capace di fare il bene dell’Uomo meglio dell’Uomo stesso? O si tratta di un’illusione?

Ha toccato un punto chiave. Liberato dai vincoli, il pensiero umano raggiunge anche nella letteratura terreni che altrimenti non toccherebbe, con autori come Asimov o Philip K. Dick che vanno annoverati tra i grandi pensatori del Ventesimo secolo. L’aspetto su cui mi soffermerei è: per quale motivo l’Uomo prova questo cupio dissolvi, questo desiderio che la Macchina lo sostituisca, questo piacere nell’immaginare che delle macchine possano prendere il suo posto? È un grande interrogativo, che credo si possa leggere così: di fronte a quello che è successo nel Ventesimo secolo, dove l’Uomo distrugge se stesso, dove il deliro umano arriva fino all’estremo con tutti gli orrori del Nazismo, dei gulag, si arriva a pensare che, essendo l’Uomo orientato alla distruzione, non importa se per natura o per cultura, deve affidarsi a una Macchina che sappia salvarlo. Dietro a questo concetto ci sono tante cose: c’è il mito del Golem, c’è quello che diceva Freud sul disagio della civiltà, fino ad arrivare alle sintesi fatte dalla fantascienza.

Possiamo usare la tecnica per sostituirci, ma allora dove va a finire l’Umanesimo? L’alternativa è prenderci delle responsabilità di fronte alla difesa della Vita, all’equilibrio sociale, alla Pace. Si può vedere il computer come ente che sostituisce l’Uomo, gli si contrappone o comunque si pone al suo livello, fino ad assumere atteggiamenti che potremmo dire umani, come avviene in ‘2001: Odissea nello spazio’. All’opposto c’è un’idea, quella che cerco di sostenere, di nuovo Umanesimo, in cui l’Uomo usa le macchine per meglio assumersi delle responsabilità, mantenendo i propri criteri di scelta. Ecco perché secondo me non ha molto senso dire che il web è il luogo dove gli imbecilli si affermano. Sta a noi essere responsabili e usare questa risorsa, andare oltre la prima riga delle risposte di Google. Tante persone intelligenti che conosco, anche tra coloro che non sanno nulla di questi argomenti, già lo fanno. Sanno bene che se cerco qualcosa di nuovo e interessante secondo i mie i criteri non la troverò nella prima pagina di Google. Ma questo valeva anche per i libri: il testo che mi parla meglio della Verità non è il bestseller, quello esposto in libreria nella pila più alta.

Fino a poco tempo fa la tecnologia era considerata soprattutto una liberazione dalla fatica fisica, ma ora le intelligenze artificiali stanno per rendere obsoleti anche tantissimi compiti umani classificati come ‘intellettuali’. Di recente ho intervistato David Nahamoo, una delle menti che hanno sviluppato Watson, l’intelligenza artificiale di IBM, che mi ha detto di non essere preoccupato per questo: non renderà inutili le persone, ma al contrario darà loro la possibilità di dedicare il proprio cervello a temi più importanti. Cose ne pensa?

Io sostengo che anche in un mondo futuro in cui ci siano macchine autonome e in grado di pensare esisterà sempre uno spazio per l’uomo. Ritengo però che vada fatta una scelta di campo a favore dell’l’Uomo. Se si ragiona solo dal punto di vista della Natura, della Scienza, vediamo che nella storia dell’Evoluzione l’Uomo ha avuto meno successo dei batteri, e si finisce per stare dalla parte di un’intelligenza non umana, mettendo in minoranza il discorso umanistico. A mio avviso Watson non è altro che una strategia mediatica che dà corpo a questi supereroi meccanici, informatici, che desideriamo ci sostituiscano. Tutte le grandi aziende come IBM stanno giocando su questo terreno mediatico: siccome Watson si è dimostrato capace di vincere al quiz ‘Jeopardy!’, allora Google ha ribattuto con un programma capace di vincere al go, il gioco di scacchiera giapponese, una cosa ancora più complessa. Ma è solo un gioco mediatico per coltivare questo desiderio umano, che io ritengo deleterio e non umanistico, di affidarsi alle macchine. Noi dobbiamo chiederci: vogliamo lavorare sul miglioramento della nostra umanità, sul potenziamento del nostro modo di pensare? O vogliamo invece credere che per il futuro dell’Universo sia importante sostituire l’Uomo con un ente meno stupido, meno distruttivo? Io penso che si debba coltivare la nostra capacità di non essere autodistruttivi.

C’è un altro aspetto connesso: le macchine battono l’Uomo in un certo tipo di ragionamento, quello deduttivo, che applica delle regole. L’Uomo invece lavora sull’abduzione, sulle scommesse interpretative, sulle inferenze, e grazie a questo ha delle capacità che nessuna macchina finora ha saputo uguagliare in modo efficace. Questa dicotomia è stata evidenziata nel 1945, quando Vannevar Bush, un tecnologo statunitense che per conto di Roosevelt si occupava dei grandi progetti militari e industriali universitari, scrisse il celebre articolo ‘Come potremmo pensare’, in cui spiegava che ci sono due modi di organizzare la conoscenza. Uno è quello che segue gerarchie, schemi, scaffali, l’altro è quello proprio dell’Uomo, che procede per associazioni, connessioni, piste. Se partiamo da questo presupposto, non ha molto senso cercare di costruire macchine che pensino come l’Uomo: c’è già l’Uomo che lavora così. Diamo piuttosto all’Uomo degli strumenti che gli permettano di espandere questa sua capacità. Per esempio, io non ho più bisogno di ricordarmi tutto strettamente a memoria, ma questo non avviene grazie a una grande intelligenza artificiale costruita da IBM o da Google, ma perché uso con una certa libertà dispositivi come il cellulare o il personal computer, che fungono come protesi per superare certe mie menomazioni o espandere le mie capacità.

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