martedì, Maggio 18

L'ultimo treno per l'Italia 40

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Leggo il pregevolissimo articolo di Eugenio Scalfari su ‘La Repubblica‘ di domenica e rifletto.

Scalfari, uno dei pochi punti di riferimento saldi e lucidi, a dispetto dei suoi novant’anni e dispari, nello sconfortante panorama del giornalismo nostrano, mette in guardia tutti sulla estrema delicatezza del momento politico, inquadrato in chiave europea ma con attenzione soprattutto all’incerto futuro italiano.

Il tema è arduo e Scalfari lo svolge con la consueta maestria, citando Nietzsche e Marx non certo alla maniera di Antonello Venditti, con tutto il rispetto.

Traspare, però, nonostante gli elogi sperticati, una certa antipatia per il Premier Matteo Renzi, accreditato di notevole vis innovativa ma finora capace, secondo Scalfari, di convogliare consensi su di sé più che sull’Italia, tramite l’esibizione di una freschezza giovanile inedita per l’immagine da noi restituita all’estero, unita a una volontà irriducibile di realizzare riforme epocali. Riforme attese da secoli che l’Europa, più che la stessa Italia, nel suo variegato scacchiere, non accetta più che siano rimandate dai nostri politici levantini e traccheggiatori, ma che sono state vendute a Bruxelles e Strasburgo come di certa attuazione in tempi brevi.

Tutto vero e tutto condivisibile, timori e avvertimenti compresi.

Lascia, però, un po’ perplessi  una certa nonchalance nel sorvolare, di fatto, sull’urgenza italiana di aggrapparsi all’ultimo treno disponibile per agguantare una fiducia ridotta ai minimi termini.

L’Italia, in questo molto simile alla disgraziata nazionale di Cesare Prandelli, ha giocato per decenni di rimessa, fingendo di non dover rispondere in modo concreto alle giuste critiche che da ogni parte dell’Europa che conta, facendo sfoggio di una forza che, sul campo, non possiede se non in virtù di una posizione geografica che le conferisce un’importanza strategica dal punto di vista geopolitico ma che non è assolutamente sufficiente a garantirne la sopravvivenza.

Non lo è per primeggiare nel Mediterraneo, come sembrava in grado di fare ai tempi di Enrico Mattei e poi  dell’equilibrista Giulio Andreotti, e non lo è nemmeno per  rimanere a pieno titolo nel gotha delle potenze continentali, a causa soprattutto del debito pubblico sempre ridondante per effetto del pessimo funzionamento della macchina statale.

A questo, o forse proprio per questo, si aggiungono i mali storici di una corruzione arrivata a livelli vergognosi, di un’evasione fiscale mai curata con l’efficacia di una pianificazione socialmente equa e, soprattutto, di un rapporto disastrosamente obsoleto  tra industria e lavoratori, problema mai veramente affrontato da nessun Governo tra i tanti transitati a Palazzo Chigi per manifesto terrore di perdere voti e potere.

Non dimentichiamo, poi, che le opposizioni attualmente attive sono rappresentate da un pugno di avventuristi antieuropei pronti a tutto pur di decostruire, sparando a pallettoni rabbiosi su ogni segnale di recuperata fiducia da parte dell’elettorato nella politica, unica via universalmente conosciuta per la risoluzione democratica dei problemi, da pattuglie nostalgiche di un buon tempo antico che però mai ebbe la ventura di esistere realmente, e dalle macerie del fallimento berlusconiano.

In realtà l’unica opposizione vera è rappresentata dalla fronda interna al Pd, eroi improbabili e cocciuti   -Mineo, Chiti, Bersani-  che suscitano sorrisi amari nella maggioranza del popolo arcistufo dei Tafazzi di professione, specialisti in distinguo estenuanti.

Dunque, piaccia o meno il conducator, è il momento di aiutare il Paese nello sforzo che sta producendo. I consigli e i miglioramenti sono non solo ben accetti, ma preziosi. Non altrettanto i bastoni tra le ruote di un convoglio sgangherato che cerca di ripartire con grandissima fatica, un treno la cui semplice caratteristica è bene sia chiara a tutti: è l’ultimo.  

 

 

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