sabato, Maggio 15

L’ultima pagina delle librerie italiane field_506ffb1d3dbe2

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Libreria

 

Ai nostri ultimi governi, sinora, è importato pochissimo. Da essi quasi nulla è stato fatto. Che le librerie delle città italiane vadano morendo, non sembra essere un problema comune. Invece è una tragedia nazionale. Da Trieste a Palermo, decine di librerie indipendenti hanno già abbassato le serrande, compiante tra la generale ipocrisia delle istituzioni locali che un dito non lo avevano mai alzato.
I dati sono sconfortanti, le perdite percentuali chiarissime, le ragioni parecchie. Intanto, il settore non fa eccezione rispetto agli altri del nostro commercio. Inoltre, è l’intera filiera editoriale a essere in declino: le medie case editrici che non sono ancora fallite sono alla canna del gas; i grandi distributori pagano con grande ritardo; le tipografie vantano crediti ormai inesigibili.
Di questa Caporetto gli stessi editori non sono esenti da colpe, avendo da anni, con qualche eccezione, smarrito la minima idea di un progetto sensato o quanto meno uno straccio di strategia di mercato. Tutti a pregare per l’avvento del prossimo libro-culto, del colpo di fortuna alla Tamaro, alla Melissa, alla James.
Nell’ultimo decennio ha pesato anche l’invadenza monopolistica di Mondadori e di Feltrinelli, che hanno triturato la concorrenza medio-piccola -anche attraverso veri e propri soprusi- per poi vacillare a loro volta.
Ha contribuito a questo disastro la stolta concessione di aree vastissime adibite a centri commerciali, luoghi di una bruttezza terrifica in cui si è perduta ogni relazione tra le città e i suoi abitanti. Luoghi di profonda ignoranza, oltretutto, in cui le offerte si assomigliano tra loro, ovunque abbiamo la disavventura di trovarci.
Marginale sembra il fenomeno e-book, che in Italia attecchisce poco in termini percentuali; semmai è l’iPad a influire di più sulla crisi. Chi ne entra in possesso è spesso portato a usarlo durante i tempi morti della giornata: in treno, in aereo, nelle sale d’attesa, prima di dormire. Proprio quelli erano i tempi del libro! E se si legge meno, si acquista con meno frequenza, è normale…

Accennavamo alla carenza di una politica culturale di rilievo. In questo senso l’Italia versa in una condizione disperante, i Ministeri della Cultura e dell’Istruzione spesso assegnati a casaccio, esigui investimenti sulla cultura tagliati senza alcun fine reale, politici cretinoidi capaci di affermare che ‘con la cultura non si mangia’, mai una visione organica dei problemi e delle loro possibili soluzioni… Uno Stato che da oltre vent’anni assiste inerme al tramonto dello spettacolo dal vivo, alla crisi del cinema, alla sindacalizzazione forsennata dei teatri lirici, allo stato comatoso dei conservatori, alla morte accertata dell’accademia, all’agonia dell’arte contemporanea! E in tutto questo volete che si disperi dinanzi alla chiusura delle librerie? Sì, forse prima o poi ragionerà in termini di lavoro perso, di famiglie senza reddito, di nuove miserie sociali … ma nel farlo dovrà tacere il processo di proletarizzazione dell’universo intellettuale e artistico che la nostra politica ebbe a innescare in un passato non troppo remoto.

La Francia si è già mossa per arginare la frana. I cugini contano tremila librerie indipendenti, l’intero settore fa 4 miliardi di fatturato e dà diecimila posti di lavoro. Ora, la presidenza Hollande ha sollevato la questione in termini strategici, rilevando che il libro attiene a una economia commerciale separata dalle altre. E allora il Governo ha investito cinque milioni per gli aiuti più urgenti (liquidità) e altri quattro a sostegno dei passaggi di proprietà. Nel suo piccolo il Sindaco Giuliano Pisapia ha disposto delle agevolazioni sui canoni di locazione, mettendo a bando otto spazi commerciali di proprietà comunale con uno sconto del 40% sull’importo dell’affitto posto a base d’asta per i partecipanti che destineranno tali luoghi a rivendite di libri. Se ci fosse la volontà insomma, le librerie rimaste in vita potrebbero resistere all’ondata finale. Come già fatto per i teatri e i cinema, i Comuni, ad esempio, dovrebbero deliberare sulla destinazione d’uso degli spazi già affittati a librerie, con ciò sottraendo l’affittuario al ricatto del proprietario delle mura, che alla quarta insolvenza ammicca al primo cinese cash che gli si pari dinanzi.
Ancora in Francia lo Stato si fa carico del canone che ecceda il 6% del fatturato annuo di una libreria.
Serve, poi, una decretazione d’urgenza sull’editoria; tagliando col machete decine di finanziamenti ormai grotteschi a quotidiani e settimanali già morti e sepolti (alcuni mai nati), molto denaro potrebbe essere elargito a case editrici, distributori e librerie che dimostrassero la loro pregressa, meritevole attività e presentassero un serio progetto a cinque anni, comprensivo di un taglio delle novità annue e di una riproposta guidata del catalogo. È stupidamente italiano che i titoli, già a sei mesi dal lancio, diventino irreperibili.
Non basta, serve un intervento che abolisca il prezzo fisso sui libri, ne occorre un altro che limiti tassativamente al 5% lo sconto al dettaglio. Va inoltre proibita la vendita di volumi negli autogrill e negli ipermercati. Saloni e fiere andrebbero limitati o per lo meno bilanciati con una giornata del libro a scadenza mensile, con tanto di occasioni di acquisto. Dovrebbe esser fatto obbligo ai canali televisivi di destinare alla cultura, allo spettacolo, alle arti e alle lettere una verificabile percentuale della loro programmazione. E, ben pagato, Alessandro Baricco tornerebbe a quel che sa fare davvero: il divulgatore di opere letterarie.

E noi lettori, come dare una mano? Nei due modi più ovvii: tornando a frequentare la nostra libreria preferita, che negli ultimi anni abbiamo tradito in nome di una esistenza virtuale non poco depressiva. «La letteratura», aveva scritto Fernando Pessoa, «è la conferma che la vita non basta». Da sottoscrivere. La casa non è il mondo compiuto di un solo libro e forse in una pagina stanno molte più parole di tutti i messaggi in tempo ‘reale’. E allora usciamo da casa e riprendiamo a leggere quarte di copertina, incipit, brani indimenticabili … Poi passiamo alla cassa. Sì, insomma, la seconda cosa da fare va da sé: boicottiamo Amazon prima che si compri la vita nostra; devolviamo i suoi sconti favolosi a una piccola libreria dove ci stanno persone vive, con un nome e un cognome, ad aspettarci. Boicottiamo quest’ennesimo mostro invisibile che sta abbassando a forza le saracinesche più amate delle nostre città. E un minuto dopo il vento tornerà a soffiarci in faccia, e spaginerà i volumi del nostro passato e del vostro futuro, ragazzi. Ribellatevi ragazzi, fatelo subito, perché senza libri la vita non ve la leggerà più nessuno. Lettera morta.               

 

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