sabato, Maggio 15

Lula: la sua vicenda, un distillato di ciò che affligge il sistema giudiziario brasiliano La decisione della Corte suprema brasiliana di annullare i procedimenti contro Lula «conferma che i giudici brasiliani stanno cercando di 'pulire' moralmente la politica, e sono disposti a piegare la legge per farlo»

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Ieri, un giudice della Corte suprema brasiliana, Edson Fachin, ha annullato tutte le condanne contro l’ex Presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Decisione che per ora ripristina i suoi diritti politici a Lula e che potenzialmente gli consentirebbe di candidarsi di nuovo alla presidenza il prossimo anno, alle elezioni 2022.

La decisione del giudice Luiz Edson Fachin non ha tratto conclusioni sulla mastodontica indagine ‘Lava Jato’ incentrata sul gigante statale Petrobras. Ha detto, invece, che il tribunale federale della città di Curitiba, che ha condannato Lula due volte per corruzione e riciclaggio di denaro, non aveva competenza per farlo.
Ora i procedimenti contro Lula sono stati inviati al tribunale del Distrito Federal, dove ricominceranno da capo.

La sentenza di Fachin si riferisce a tre processi in cui Lula è stato giudicato da un tribunale di primo grado di Curitiba, incaricato dall’allora giudice Sergio Moro, che aveva ritenuto di non avere all’epoca ‘competenza giuridica’ per analizzare quei casi, come spiega il giudice supremo stesso, la cui plenaria dovrà confermare quella decisione. Secondo la decisione di Fachin, che è responsabile dell’operazione anti-corruzione Lava Jato, per la quale l’ex Presidente è stato incriminato, questi tre casi devono ora passare ai tribunali federali di Brasilia, che decideranno sul corso di ciascuno dei casi.
La decisione riguarda procedimenti per un appartamento nella località balneare di Guarujà, sulla costa dello Stato di San Paolo; una casa di campagna a San Paolo di Atibaia; e un’indagine sull’Istituto Lula, fondato dall’ex Presidente.
Per il primo caso, Lula è stato condannato a 12 anni di prigione, per quello della casa di campagna a 17 anni, mentre il caso della fondazione non ha ancora raggiunto un verdetto finale.
Dopo la condanna era stato arrestato, nell’aprile 2018, mentre era in testa in vista delle presidenziali. È poi stato scarcerato nel novembre 2019, dopo 580 giorni di prigione e dopo che la Giustizia ha stabilito che una persona possa essere incarcerata soltanto dopo che siano stati esauriti tutti i ricorsi possibili in appello.

Fachin ha motivato la decisione con il fatto che questi casi, in cui Lula è stato accusato di aver ricevuto tangenti in denaro e proprietà da alcune delle imprese di costruzione coinvolte nello scandalo Lava Jato, non erano legati alla malversazione di denaro nella statale Petrobras, che erano quelli che giustificavano i processi.
Secondo il magistrato, la magistratura di Curitiba non ha giurisdizione sugli scandali Petrobras, che dovrebbero essere giudicati in altri tribunali.
La decisione di Fachin dovrà essere vagliata dagli 11 membri della Corte Suprema al completo, che non è ancora stata convocata. Se l’intera corte appoggerà la sentenza di Fachin, che si basa su quello che chiama un ‘errore procedurale’ per ‘mancanza di giurisdizione’, Lula riacquisterà i suoi diritti politici, con appunto la possibilità di candidarsi nuovamente.

Gli avvocati di Da Silva hanno dichiarato che la decisione è in linea con tutto ciò che hanno sostenuto per più di cinque anni. La difesa di Lula sosteneva che i processi fossero segnati dalla parzialità dell’accusa e dell’ex giudice Sergio Moro nella conduzione delle indagini. Ci sono state varie denunce di irregolarità nelle prove, che sarebbero in alcuni casi state fabbricate, accuse negate dai procuratori e da Moro.

I legali avevano sempre parlato di ‘una farsa legale mascherata da giustizia’, sostenendo la tesi che procedimenti e relative condanne di fatto fossero un ‘colpo di Stato presidenziale preventivo’ da parte della destra.
I media brasiliani hanno riferito che il procuratore generale del Paese, Augusto Aras, alleato del Presidente conservatore Jair Bolsonaro, si prepara a presentare ricorso contro la decisione.

La decisione ha messo a nudo le divisioni politiche del Paese, con la sinistra che subito ha celebrato il ritorno del loro leader di 75 anni nell’arena politica, e la destra che ha subito gridato all’impunità.

Da Silva è stata una figura dominante nella politica brasiliana per decenni, prima come sindacalista e poi come Presidente, dal 2003 al 2010, grazie al grosso lavoro condotto per combattere la povertà e i massicci investimenti nelle infrastrutture durante il boom delle materie prime del Paese. Ha lasciato l’incarico con un indice di gradimento molto alto, ed stato escluso dalle elezioni del 2018 dopo la prima delle sue due condanne penali, mentre era in testa ai sondaggi.
Mauricio Santoro, professore di scienze politiche all’Università dello Stato di Rio de Janeiro, ha dichiarato a ‘Associated Press‘ che la decisione della massima corte darà impulso a Lula e al suo partito, il Partito dei Lavoratori, che è stato intaccato dalle indagini sulla corruzione. Tuttavia, ha messo in dubbio che il vecchio ex Presidente possa nuovamente correre per la presidenza, dato che ci sono ancora molte riserve su di lui e sul suo partito. «Abbiamo visto negli ultimi mesi Lula crescere nuovamente in popolarità. Questo ha a che fare con la pandemia e il disastro umanitario che stiamo vivendo ora. Quando metti insieme tutto questo, chiaro che lo stato d’animo politico in Brasile è più comprensivo rispetto a tre anni fa. Ma penso che ci sia un limite a quanto lontano può arrivare quel movimento».

La decisione di Fachin colpisce anche la reputazione dell’ex giudice federale Sergio Moro, che ha lasciato l’incarico per diventare Ministro della Giustizia nell’Amministrazione di Bolsonaro, e successivamente si è dimesso. E in qualche modoconferma le molte riserve già avanzate in questi ultimi anni non solo e non tanto su Lava Jato, che pure sono state pesanti, quanto sull’intero sistema giudiziario brasiliano.
Rubens Glezer, docente di diritto costituzionale, della Fundação Getúlio Vargas, afferma che «i processi di Lula sono un esempio lampante del sistema giudiziario brasiliano imperfetto e incoerente», ma peggio ancora, «conferma che i giudici brasiliani stanno cercando dipulire‘ moralmente la politica, e sono disposti a piegare la legge per farlo».

Glezer esamina la sentenza della corte d’appellodel 24 gennaio 2018 che conferma una sentenza del 2017 contro Lula accusato di corruzione. «Il verdetto ha ribaltato la politica brasiliana», afferma lo studioso. «L’appello perduto di Lula è il perfetto distillato di ciò che affligge il sistema legale brasiliano. È in parte attivismo giudiziario in nome della lotta alla corruzione, in parte disprezzo giudiziario per i precedenti legali e il giusto processo. Con la buona intenzione di ‘aggiustare’ la politica, i giudici brasiliani potrebbero infrangere lo stato di diritto».

«Dal 2012, la Corte Suprema ha condannato quattro alleati di Lula per aver orchestrato un programma di corruzione prolungato chiamato ‘Mensalão. I membri del governo e i ministri hanno pagato i membri del congresso 30.000 reais ogni mese in cambio di supporto legislativo su questioni chiave. Lula non è mai stato incriminato nel contesto de Mensalão». E però è stato implicato nella maxi inchiesta Lava Jato, «condotta dal famoso giudice Sergio Moro. In effetti, è stato Moro che nel 2017 ha condannato Lula per aver ricevuto un attico in regalo da una società di costruzioni, OAS, che aveva beneficiato di contratti governativi illegali durante l’amministrazione di Lula». «La sentenza della corte d’appello del 24 gennaio ha confermato tale condanna all’unanimità. Una giuria di tre giudici ha giudicato l’ex Presidente colpevole per diversi motivi e ha sostenuto alcune accuse in gran parte infondate nella sentenza originale.

Principalmente, hanno scoperto che all’inizio della sua amministrazione Lula aveva usato il suo potere politico per influenzare il consiglio e la leadership della Petrobras, la compagnia petrolifera statale brasiliana. Nel 2003 e nel 2004, Petrobras ha concluso numerosi contratti illegali per lo sviluppo di infrastrutture, con OAS e altre società. I giudici d’appello hanno stabilito che non c’era bisogno di dimostrare come, in particolare, Lula abbia aiutato l’OAS, dal momento che è ragionevole credere che un Presidente in carica sappia e approvi lo schema di contratti illegali dei suoi subordinati. I giudici hanno anche convenuto che Lula e sua moglie, Marisa Letícia Lula da Silva, avevano mostrato un interesse sospetto per un appartamento di proprietà di OAS. Anche se non l’hanno mai acquistato o abitato, la coppia ha suggerito lavori di ristrutturazione specifici allo spazio. Quei progetti sono stati completati. In sostanza, i tribunali brasiliani hanno giudicato due volte Lula colpevole di rapporti di corruzione con OAS oltre ogni ragionevole dubbio. In termini legali, tuttavia, le prove traballanti mostrano solo che stava succedendo qualcosa di strano in quell’appartamento dell’OAS». La decisione, secondo Rubens Glezer, è quanto meno dubbia, se si considera che il successore, il Presidente Michel Temer, «ha evitato il procedimento penale per una accusa del settembre 2017 dopo che il suo capo del personale è stato sorpreso a lasciare un pranzo di lavoro con una valigetta piena di soldi presumibilmente destinati a Temer».
Ciò non prova che l’accusa di Lula sia politica, afferma Glezer, piuttosto che «
la magistratura brasiliana è incline a incoerenze e ad ignorare il giusto processo legale».

«Il Brasile ha la terza più alta popolazione carceraria del mondo, con circa 660.000 persone incarcerate. Circa il 35% di loro non è stato ancora processato e la stragrande maggioranza dei prigionieri sono poveri, giovani uomini di colore che devono affrontare lunghe condanne per accuse che gli imputati bianchi non subiscono quasi mai».
Ciò che il verdetto di Lula mostra «è che
l’istinto di punizione della magistratura -normalmente riservato ai borseggiatori e agli spacciatori di basso livello- si è scatenato su alcune delle persone più potenti del Brasile. Il contrasto con la mancanza di azione penale di Temer è un altro esempio di disparità di trattamento ai sensi della legge».

Mensalão «ha smascherato la pervasiva corruzione del Brasile, molti cittadini sono arrivati a vedere la magistratura come l’ultimo baluardo democratico in una repubblica per lo più marcia. In tal modo, hanno ignorato i suoi numerosi difetti. Peggio ancora, sembra che anche giudici come Moro e altri credano all’idea che il sistema di giudiziario penale da solo possa ripulire la politica. E poiché le ruote della giustizia girano lentamente in Brasile– dove i casi possono richiedere fino a 12 anni per concludersi- giudici come quelli della Corte Suprema hanno trovato modi ad hoc e senza precedenti per punire i politici che ritengono corrotti. Hanno impedito ai ministri di assumere la carica, sospeso membri del Congresso, imprigionato senatori e messo i legislatori agli arresti domiciliari, spesso senza chiari motivi costituzionali o precedenti legali per farlo. In fondo, il lavoro di un giudice è applicare la legge consolidata o, quando si crea un nuovo precedente, farlo con nuove regole chiare. Questi interventi giudiziari hanno indebitamente influenzato la politica brasiliana. Tutto ciò ha aumentato la percezione popolare che il sistema giudiziario brasiliano sia politicizzato quanto la politica stessa», di qui, conclude Rubens Glezer, la sfiducia dell’opinione pubblica ha iniziato intaccare pesantemente anche la magistratura.

Secondo alcuni osservatori, la sentenza di Fachinpotrebbe anche essere un tentativo di preservare un’indagine sulla corruzione vasta ma combattuta come la Lava Jato che ha portato a numerose condanne di potenti uomini d’affari e politici, ma che è stata accusata di scorrettezza. Il risultato potrebbe essere l’opposto, la sentenza potrebbe essere letta dall’opinione pubblica brasiliana come una conferma che viene dall’interno della magistratura stessa della inaffidabilità del sistema giudiziario, una conferma dei rilievi radiografati da Glezer.

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