martedì, Luglio 27

Luigi Mazzella: l'Italicum anticostituzionale

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Certamente è il depositario di molti retroscena, ma sono certa che non me ne parlerà. Luigi Mazzella, vicepresidente vicario emerito della Corte Costituzionale, ex Avvocato generale dello Stato e, da tecnico indipendente nel Governo Berlusconi II, dal 14 novembre 2002 al 2 dicembre 2004, Ministro della Funzione Pubblica  -lo sostituirà Mario Baccini, un politico-  da bravo Gemelli, è solare, espansivo, ma elusivamente cordiale.

Lui ha metabolizzato quel ruolo che lo fa essere uno degli ultimi grand commis ‘veri’ di questa Repubblica, esponente della stirpe dei grandi Capi di Gabinetto e consiglieri giuridici ministeriali, ovvero le Eminenze grigie che hanno costituito la spina dorsale dell’Italia, e l’hanno tenuta in piedi.

Una specie in via di estinzione. Le nuove generazioni che vengono cooptate per tali ruoli mancano del ‘tocco magico’ di chi comprende al volo le declinazioni del diritto e, invece, ai giorni nostri, nella loro rozzezza culturale, spesso, agiscono al rovescio. Ci uniscono, oltre al segno zodiacale, una comune origine salernitana  -lui più di me, che ho intrecci provinciali-  e gli studi giuridici in una delle Università, la Federico II di Napoli, che è faro di diritto, in virtù dei sommi maestri che vi insegnano e vi hanno insegnato.

Questa sua fine sensibilità giuridica si accoppia  -pure ciò specchio del suo poliedrico segno zodiacale-  ad un’ampia produzione letteraria, anche come critico cinematografico, senza peraltro dimenticare testi giuridici, che inizialmente sono stati preminentik.

Insomma, un Luigi Mazzella uno e bino che tenterò di disvelarvi come l’ho in qualche modo ‘scoperto’ anch’io, che pur lo conosco da tanto tempo, nel corso delle due conversazioni che hanno dato corpo a questa intervista a cuore aperto (ma non troppo: qualche chiave, l’acuto giurista se l’è tenuta per sé). Prima del Napolitano bis, nelle votazioni per l’elezione che furono poi preludio dell’empasse che portò a quella riconferma, il nome di Luigi Mazzella comparve sulle schede di qualche votante.

Chissà per quale misteriosa ragione, quando stavolta, nel pre-Mattarella, il giovane Renzi ha annunciato che aveva in tasca un nome di assoluto prestigio che era inattaccabile alle beghe dei litiganti dell’emiciclo, io ho pensato a lui. E, da quel che mi risulta, non solo io.
Poi, la politica e la necessità di trovare un candidato diverso da Mazzella hanno portato altrove.

Come coniugare la tua passione per il diritto con il sacro fuoco letterario?

Ritengo di essere soprattutto un individuo che tende alla razionalità, e il diritto sublima proprio il massimo della logica. In realtà, penso di rappresentare l’intreccio fra i geni genitoriali: da parte di mia madre, discendo da una famiglia dove l’avvocatura è tradizione da diverse generazioni; mio padre era un intellettuale e, pur essendo scomparso ad appena 28 anni, un mese prima della mia nascita, ha lasciato in me il suo indelebile imprinting.

Lui, insieme ad Alfonso Gatto, divenuto poi famoso, e a Icilio Petrone, furono il presidio futurista a Salerno, in diretto contatto con Tommaso Marinetti, fondando una rivista, ‘I pazzi e le smorfie’, nome che ho preso in prestito per intitolare uno dei miei romanzi. Quest’attività letteraria incessante lo distraeva dagli studi universitari in Scienze politiche alla prestigiosa Università Ca’ Foscari di Venezia, in vista di un concorso per la carriera diplomatica. La sua morte prematura spezzò i suoi disegni esistenziali. E incise indelebilmente sulla mia vita. Dal canto mio, pur essendo attratto sin da giovanissimo dalle Sirene letterarie, ho sempre anteposto il dovere dell’impegno istituzionale, ma dedicandomi anche alla stesura di saggi per riviste giuridiche. All’amore per la scrittura, pur nelle sue diverse declinazioni, non si sfugge.

Nella tua storia, però, trovo molti libri: romanzi, sillogi poetiche, raccolte di aforismi…

La passione c’era e c’è sempre. La coltivavo nei ritagli di tempo, persino nel corso delle attese negli aeroporti. Facevo quel che potevo, tenendo conto che ero assorbito da un lavoro impegnativo, con pochi spazi in cui distrarsi. Il mio esordio, nel campo della saggistica, avvenne nel 1992, con “50 proposte di buon governo”, pubblicato dall’editore Marsilio, un’antologia dei saggi che avevo scritto precedentemente per Minerva e per Mondoperaio. Proprio su quest’ultima rivista, nel 1982, avevo pubblicato il mio primo articolo, sulla separazione delle carriere fra Pubblici Ministeri e giudicanti. Vi ero stato ispirato dall’imminente varo del processo accusatorio.

Dieci anni prima di Tangentopoli, chiedevo che si desse luogo a una parità fra parte pubblica e parte privata, in omaggio ad una ferrea logica giuridica. Rimasi una vox clamans in deserto: fino ad allora nessuno si era avventurato a prospettare una proposta così controcorrente. Dopo qualche anno, il grande giurista Federico Mancini la riprese. Lui era davvero un docente di quelli seri, senza paura di dire verità scomode.

Poi, ci prendesti gusto!

Sì, mi sono dato alla narrativa e continuavo a fare critiche cinematografiche, tanto è vero che nel 2000 ho pubblicato “Il Bello nel cinema” (SEAM), saggi di estetica cinematografica, con riflessioni socio-politiche-filosofiche, partendo dai film, ma allargando l’orizzonte sulla realtà. A mio avviso, il cinema, oggi, rappresenta ciò che il teatro fu per i Greci, ricoprendo un ruolo culturale fondamentale per la riflessione sulla contemporaneità.

Dopo altre opere sul tema della saggistica e della critica cinematografica, sei, poi, passato alla narrativa. Com’è avvenuto questo salto?

Nel 2006 mi sono affidato al romanzo e alle mie memorie salernitane, con ‘Un gioco malandrino di finestre e balconi – Quando i matrimoni erano affari di famiglia e non sempre di cuore’ (Avagliano editore), romanzando esperienze personali, ma anche l’atmosfera della mia città in un ampio lasso del Novecento di circa 70 anni; volevo tratteggiare un romanzo familiare, senza la solennità di una saga e perciò ho scientemente scelto di usare una scrittura leggera, ironica, dove ricostruisco un reticolo fitto di rapporti e contrapposizioni umane ed in cui Salerno fa da coprotagonista e non da quinta scenografica. Il romanzo ha ricevuto un prestigioso riconoscimento, il Premio ‘Grinzane Cavour – Cesare Pavese’ nello stesso anno della sua uscita. Con editori di nicchia, come Avagliano e Genesi, ho alternato la pubblicazione di saggi e romanzi. Agli inizi di quest’anno, con i tipi di Mondadori, è stato pubblicato un libro-intervista in cui, con un intellettuale come Sandro Gros-Pietro a porre ficcanti domande, affrontiamo un tema molto attuale e dibattuto. Il titolo ‘Debole di Costituzione – Difetti e anacronismi della nostra Carta fondamentale’ testimonia il mio intento di dare un contributo scientifico e razionale a un approccio riformatore che va munito di una bussola e di una sensibilità normativa verso i grandi temi che interessano il Paese e che, pur ritrovandosi nei 139 articoli della Costituzione, erano l’espressione di un’Italia diversa, oggi superata.

Tu hai scritto su ‘Mondoperaio’, dunque in un contesto di sinistra: la rivista, fondata nel 1948 da Pietro Nenni, risorta un paio di volte e oggi diretta da Roberto Biscardini, come organo del nuovo PSI. Sull’Europa, a partire dalla Grecia con Alexis Tsipras, leader di Syriza e oggi premier e dalla Spagna, con Pablo Iglesias. Cosa pensi del fenomeno Tsipras?

A mio avviso, in Tsipras bisogna distinguere fra ciò che dice e la politica sostanziale e pragmatica che seguirà.

(NdR: questa prima parte dell’intervista è stata raccolta nei primi giorni di febbraio, dunque non si erano ancora verificate la serie di vicende che hanno portato alla proroga di quattro mesi del debito greco). Ritengo che sia ancora troppo presto analizzare gli esiti di una sua intesa con Matteo Renzi, dunque è prematuro ipotizzare un fronte unico fra i due per la realizzazione di una nuova politica di sinistra.

In qualità di vicepresidente vicario della Corte Costituzionale, hai partecipato alla sentenza che ha dichiarato l’incostituzionalità della legge elettorale denominata ‘Porcellum’. Ora è in pista l’Italicum. Anche in esso si profila un premio di maggioranza, ovvero il tallone d’Achille del precedente sistema, che la sentenza della Corte ha dichiarato incostituzionale. Quale è la tua riflessione al riguardo?

Non faccio altro che ripeterti quanto ho detto nel corso dell’audizione in Senato, lo scorso novembre, sentito appunto su come possa calcolarsi un premio di maggioranza ‘ragionevole’ e costituzionalmente accettabile. A mio avviso, il concetto di ragionevolezza può solo ancorarsi a un dato oggettivo, previsto nella Costituzione. Se nella Carta Costituzionale si parla di maggioranza, lo si fa solo prevedendola nel senso democratica del 50% dei votanti + 1.

Quindi o cambi di notte pesantemente la Costituzione  -cosa impossibile a farsi- o crei un altro monstrum incostituzionale: non si può far governare una maggioranza relativa travestendola da assoluta, soprattutto in relazione al brusco calo di votanti che si sta registrando. Se a votare va il 60% degli aventi diritto  -cosa che rispecchia l’attuale emorragia di elettori attivi-  e si dà il premio di maggioranza a chi tocca il 35% dei voti, si darebbero comunque le chiavi del potere ad una minoranza. Il cosiddetto ‘Consultellum’ che, in assenza di vigenza dell’Italicum, si applicherebbe in caso di elezioni, è l’unico che restituisce rappresentatività al voto, rimotivando gli elettori a recarsi alle urne. Col maggioritario e, soprattutto, con l’assenza delle preferenze, l’elettorato si sente defraudato e ostaggio di pochi capi-Partito che lo invitano a votare un cibo pre-cotto. D’altra parte, nel dopoguerra ha consentito di condurre l’Italia oltre la sua primigenia struttura agricola, proiettandola fra le potenze industriali del Pianeta e, quando si è voluto garantire legittimità al Governo, lo si è fatto nell’unico modo costituzionalmente possibile, attribuendo un premio di ‘governabilità’ a chi, già dalle urne, era stato prescelto come forza di maggioranza.

Quella legge elettorale che, nel 1953, fu bollata come ‘Legge Truffa’ procedeva in questa direzione e rappresenta, oggi, l’unica forma di premio di maggioranza accettabile per non alterare il principio di rappresentatività del voto. D’altronde, per capire quanto sia delicato il rapporto tra principio di rappresentatività e principio di governabilità, basta ricordare che l’azzeramento della rappresentatività coincide con la massima governabilità, ovvero il paradima tipico delle dittature. In nome della governabilità, vogliamo dunque ambire alla dittatura, come avvenne con la Legge Acerbo, promulgata il 18 novembre 1923 che diede a Mussolini il potere? Magari oggi l’avrebbero chiamata la Acerbum…

Cosa ne pensi del tour de force notturno adottato per approvare la riforma costituzionale?

Ti ripeto una frase di Marx: «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Io vorrei aggiungere che l’Italia salta il dramma e i fatti della storia sono immediatamente farseschi. E ciò senza alcun riferimento alle epiche imprese dei Masaniello, dei Ciceruocchio e dei Cola di Rienzo, a tacere della sgangherata Marcia su Roma di Mussolini. Certo, una riforma costituzionale è estremamente necessaria: il testo era fatta su misura per un’Italia dell’epoca, un Paese agricolo e scarsamente industrializzato, che voleva irrobustire la sua industria, ma che ora si trova a dover gestire un analogo passaggio dalla società industriale  -che era stata costruita con quel testo costituzionale- ad una società dei servizi, necessaria per non rimanere indietro e sancire un precipizio economico. La strada scelta di realizzare una riforma costituzionale consentirà tale passaggio. Bisognerà, però, restituire la penna a chi sa leggere e scrivere e ciò non si fa a furia di sedute notturne. E’ necessario, infatti, avere ben chiari gli obiettivi perseguiti dalla riforma costituzionale e, a tutt’oggi, invece, essi appaiono molto nebulosi.

Tutti?

E’ sacrosanto lo snellimento della Pubblica Amministrazione: una società dei servizi non ha bisogno di grandi apparati, né parlamentari né amministrativi, che erano, invece, lo scheletro che reggeva una società industriale per attutire e disciplinare il conflitto fra una classe imprenditoriale e massicce classi di lavoratori. Nella società di servizi, dove la maggior parte di essi sarà affidata in mani private (credito, assicurazioni, finanza, informazione, informatica, turismo, utilizzazione dei beni culturali) le strutture pubbliche risulteranno sovradimensionate. Tanto più che in Italia, anziché sostituire le amministrazioni elefantiache con strutture più snelle come le Authorities, esse sono state aggiunte, allungando il brodo. Non si riesce a comprendere che le Authorities vanno varate soltanto nei settori lasciati scoperti dalle competenze della Pubblica Amministrazione: si è creato così un assurdo cumulo dei due sistemi. Allorché ero Ministro della Funzione Pubblica, avevo presentato un provvedimento di legge ispirato a questi principi di abolizione delle duplicazioni, ma, nonostante le mie insistenze, non arrivò mai all’esame del Consiglio dei Ministri.

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