martedì, Giugno 22

Lucy di Luc Besson apre il Festival di Locarno La visionarietà di Luc Besson resta uno dei fattori indispensabili alla sopravvivenza del cinema europeo

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Luc Besson


Locarno
– Apertura con sorpresa al 67′ Festival del film Locarno. Sul palco di piazza grande Marco Solari e Carlo Chatrian accolgono Luc Besson. Giunto da Parigi con un volo speciale, ripartirà da Locarno di lì a poco, appena in tempo per benedire la sua ‘Lucy‘, opera inaugurale di infinite ambizioni e di altrettanta maestria che il regista parigino presenta sotto le ali di quattro grandi attori: Morgan Freeman, Choi Min Sik, Amr Waked e un’immensa Scarlett Johansson.

Uno scienziato, uno spacciatore internazionale, un clic tormentato e una ragazza senza lavoro fisso ma con una grande funzione da svolgere: quella di esperimento umano. Il che accade per avventura, poiché ella precipita nel pericolosissimo giro di una nuova droga sintetica, che un clan di Taipei sta cercando di introdurre in Occidente. Costretta a far da mula per quei feroci trafficanti, a Lucy viene applicato sottopelle un sacchetto della sostanza. Ma al solito è la bellezza a comandare il destino: uno sgherro la infastidisce, lei si nega e lui reagisce a schiaffi e a calci, mettendo così in circolo, nell’organismo di lei, gli ovuli azzurri tanto preziosi, il cui effetto sarà di potenziarne la percezione a livelli esponenziali. Da qui ha inizio l’opera ‘filosofica’ di Besson, con omaggi varii, consapevoli o meno, a Stanley Kubrick e ad Alain Resnais, con la differenza che, mentre questi si era ispirato sul serio a Henri Laborit, Besson va affidandosi a una gnoseologia piuttosto intuitiva, i cui padri fondatori sarebbero tuttora da rintracciare.
L’idea di partenza, tra l’altro, è parecchio saccheggiata: noi utilizziamo il 20% del cervello. Domanda delle cento lune: e se ne usassimo di più? A ciò Lucy si trasforma nel laboratorio di se stessa e spinge la sua potenza fino alla totalità del suo impiego cerebrale, ovvero al suo stesso annientamento, all’onnipresenza e al ricongiungimento con l’origine dell’universo.
Con lo svanire della ragazza nel cosmo si perde la sua stessa Creazione e all’orbe terracqueo restano una scienza incerta, molti cadaveri di manigoldi e un capitano di polizia mezzo innamorato della novella Dea.
Un tale caos che meglio sarebbe riprendere la Genesi tutta daccapo.

Ma il fatto di criticare una grande opera incompleta, non annulla il giudizio secondo cui la visionarietà di Luc Besson resta uno dei fattori indispensabili alla sopravvivenza del cinema europeo. La sua poetica, del resto, lo espianta dalle condizioni di intimismo irrisolto, di freudismo e di post-femminismo da operetta in cui la nostra cinematografia langue da tempo. Come se la commedia e la nouvelle vague siano stati impossibili da digerire. Dunque Besson è utile come una bella boccata d’ossigeno (rischio bronchite compreso). Certo gli servirebbe qualche maître à penser a coprirgli le spalle, altrimenti il pericolo di annegare nella fiction grottesca sarà spesso in agguato. E non è per farla facile: coniugare scienza, filosofia, azione e finzione in un segno unico appare un’impresa titanica, poiché spesso riemerge in superficie uno dei quattro elementi all’atto di dominare gli altri tre.

Ci vorrebbe il ‘film perfetto’, e Lucy non è tale. E però rappresenta un modo di fantasticare nei pertugi tra una realtà possibile un’altra insufficiente. Sicché gli spettatori non ne usciranno vuoti, semmai turbati o incuriositi da un’ipotesi affascinante, quella di lasciare gli umani alle loro bassezze, tra affari e mali minori, con i loro cuori indifferenti a batticchiare per il nulla. E in verità io il Maestro giusto per Luc Besson gliel’avrei persino trovato… “Quasi tutti ammettono che gli uomini devono possedere non soltanto una grande varietà di conoscenze, ma una scienza vera e propria. Dovunque se ne ha l’intuizione, dovunque il desiderio“. Sono parole di fine Settecento, dettate dallo spirito acuto di Friedrich Schleiermacher. Vanno a pennello a Luc Besson, perché egli è un artista che intuisce, che desidera e che, se potesse, chiederebbe lumi al filosofo tedesco su dove si trovi, secondo lui, questo ‘dovunque’ del Sentire infinito.
Non soltanto nel volto di Scarlett Johansson o nella saggezza di Morgan Freeman… Non solo lì caro Luc – gli risponderebbe Schleiermacher prima del montaggio –  perché devi sapere che “le porte della conoscenza si aprono dal di dentro“. Titoli di coda, applausi a tutt’e due.

 

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