domenica, Ottobre 17

L'Ucraina verso la guerra civile? Forte la tensione fra Governo e filorussi, domani vertice a Ginevra. In Cina ancora scioperi

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Ucraina guerra civile

L’Ucraina è dunque giunta alle soglie della guerra civile: è questa l’opinione del Presidente russo Vladimir Putin, emersa nel corso di un colloquio telefonico con la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Chiaramente, la delicata situazione del Paese ed il relativo ruolo della Russia non permettono di considerare quella di Putin una semplice constatazione, benché lo stesso Cremlino renda noto che «la speranza è che l’incontro di Ginevra possa dare un segnale chiaro per tornare a una situazione nell’ambito di un quadro pacifico». Ma è sempre Mosca a dettare le condizioni: nel confermare la presenza russa al vertice multilaterale previsto per domani nella città svizzera, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ribadito per l’ennesima volta che ogni tipo di violenza contro i filorussi ucraini deve cessare. Una posizione che sembra stridere fortemente con l’attuale equilibrio del confronto interno ai confini ucraini.

In mattinata, infatti, Kiev ha segnalato la presenza di sei automezzi blindati battenti bandiera russa nell’oblast’ di Donetsk, prossima al confine orientale. Tuttavia, quel che sembrava poter essere un effettivo tentativo di invasione da parte di Mosca si è rivelato piuttosto una nuova prova di forza dei filorussi ucraini: gli automezzi sarebbero stati infatti guidati da questi ultimi dopo essere stati requisiti alle forze antiterroristiche inviate ieri in quell’area dal Governo centrale. Ciononostante, le autorità ucraine sospettano l’ausilio di milizie irregolari legate alle forze di sicurezza russe: militari, cioè, privi di mostrine, definiti ‘omini verdi’. Sarebbero stati loro, infatti, a permettere la conquista dei mezzi, fatti poi sfilare dai filorussi lungo le strade di Slaviansk, città il cui municipio è occupato dagli stessi ribelli. La stessa operazione antiterrorismo troverebbe inoltre l’opposizione fattuale di Mosca anche nel supporto dato da quest’ultima alla Commissione anti-terrorismo istituita dal Governo della Crimea proprio per tutelarsi dalla reazione del Governo di Kiev.

Per contro, la Casa Bianca ha affermato che l’operazione è legittima in quanto «le provocazioni nell’est hanno creato una situazione a cui il Governo deve rispondere». Con tutta probabilità, però, non sarà solo il Governo di Arsenij Jatsenjuk a rispondere: il Segretario Generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha infatti dichiarato oggi che nel giro di alcuni giorni l’organizzazione atlantica rafforzerà la propria presenza militare in Europa Orientale, sostenendo come «a questo punto passi militari siano necessari per garantire la difesa collettiva dell’Alleanza… detto questo, continuiamo a sperare che le discussioni di domani a Ginevra possano preparare il terreno alla soluzione politica della crisi». Parole, insomma, che riecheggiano quelle di Lavrov ma che passano per la difficile risoluzione di ciò che separa le due posizioni, cioè la spirale di violenza che ha investito il Paese est europeo.

La violenza, intanto, ha imposto il rinvio dei negoziati di pace fra Israele e Palestina. È stato infatti rimandato a domani l’incontro che oggi avrebbe dovuto riunire i negoziatori di entrambe le parti sotto il patrocinio della diplomazia statunitense. Tuttavia, l’omicidio di un funzionario di polizia israeliano avvenuto lunedì in Cisgiordania sembra aver spinto gli stessi Stati Uniti a proporre il rinvio. In giornata, però, il clima è ulteriormente peggiorato con gli scontri avvenuti sulla Spianata delle MoscheeIn mattinata, infatti, alcuni giovani musulmani palestinesi avrebbero lanciato pietre in direzione di alcuni visitatori ebrei per impedire loro di pregare presso la località sacra per entrambe le confessioni. La polizia antisommossa israeliana è perciò intervenuta per disperdere i dimostranti, ferendone alcune decine, ma ha evitato di entrare nella moschea di al-Aqsā, da cui gli attacchi sarebbero partiti.

Sembrano riprendere, invece, i negoziati in Venezuela. L’opposizione, per tramite del Segretario della Mesa de la Unidad Democrática Ramón Guillermo Aveledo, si è infatti detta disponibile a discutere il piano di pacificazione nazionale presentato dal Presidente Nicolás Maduro. Altrettanto importante è la decisione, presa ieri, di ampliare la partecipazione alla Commissione d’inchiesta istituita per accertare le cause delle 41 morti avvenute dall’inizio degli scontri nel Paese. Il negoziato sta procedendo con la mediazione dei Ministri degli Esteri di EcuadorColombia e Brasile. Proprio in Brasile, però, la situazione sociale si è particolarmente aggravata in alcuni degli Stati federati. Nello Stato di Bahia, infatti, la polizia militare ha annunciato uno sciopero a tempo indeterminato volto ad ottenere un’equiparazione salariale coi colleghi della polizia civile. Ciò ha presto portato ad un rapido incremento del crimine che ha paralizzato ogni attività, dalle lezioni alle partite di calcio. Su richiesta del Governatore, Jacques Wagner, è stato dato incarico all’esercito di ripristinare la normalità. Nel mentre, nello Stato di San Paolo hanno avuto luogo proteste contro i costi eccessivi dei Mondiali di calcio: «non ci sarà nessuna Coppa» lo slogan urlato dai manifestanti, che avrebbero anche bruciato una bandiera brasiliana. 54 gli arresti seguiti agli scontri con la polizia.

Continuano a manifestare anche i lavoratori dei calzaturifici Yue Yuen di Dongguan, in CinaOltre trentamila gli operai che da una decina di giorni scioperano in seguito alla scoperta di numerose irregolarità contrattuali. Ieri, l’offerta di un miglioramento di alcuni benefici sociali lanciata dall’azienda è stata rifiutata dai manifestanti, che pretendono invece un aumento dei contributi assicurativi, un incremento del salario e, appunto, contratti più equi. In questi giorni non sono stati rari gli scontri con le forze dell’ordine, ma i lavoratori continuano a resistere, consapevoli della rilevanza economica di un’azienda come Yue Yuen per un’economia in rallentamento come quella cinese: appaltatrice per marchi come PumaAdidas e Nike, Yue Yuen ha una capitalizzazione azionaria pari a 5,59 miliardi di dollari.

Un altro tipo di raduno si è invece tenuto nello Yemen: in un video trasmesso dalla statunitense ‘CNN’, diverse decine di jihadisti di al Qa’ida appaiono infatti in quello che la stessa emittente ha definito «il più vasto e apparentemente pericoloso assembramento di terroristi islamici degli ultimi anni». A presiedere l’evento, il maggior esponente dell’organizzazione terroristica nella Penisola Arabica, Nasir al-Wuhayshi. La presenza di al Qa’ida nel Paese è da anni un fattore determinante nell’instabilità politica dello stesso ed il fatto che un evento del genere abbia potuto aver luogo senza pericoli per i partecipanti sembra confermarne il potere nello scacchiere yemenita.

Frattanto, a New York il nuovo commissario della Polizia William Bratton ha deciso, come primo segnale di svolta, di sciogliere l’unità preposta alla sorveglianza delle comunità musulmane locali. La mossa, secondo il sindaco Bill de Blasio, rappresenta «un passo avanti fondamentale nel ridurre la tensione tra la polizia e le comunità per cui opera, affinché i nostri poliziotti e i nostri cittadini possano aiutarsi fra loro nel perseguire i veri criminali»: di certo, si tratta di una svolta significativa rispetto alle pratiche adottate sulla scia dell’11 settembre.

Non sembra invece intenzionato ad un calo della tensione il Governo egiziano: le manifestazioni di oggi da parte degli studenti vicini ai Fratelli Musulmani, che hanno interessato in particolare le università di al-Azhar e di ‘Ayn Shams, al Cairo, si sono infatti concluse con scontri con la polizia. Secondo le agenzie locali, il lancio di fuochi d’artificio ed il tentativo di bloccare la circolazione da parte degli studenti avrebbe indotto le forze dell’ordine al lancio di gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti, che avrebbero a loro volta replicato dando fuoco ad una caffetteria vicina.

Civili musulmani al centro anche delle drammatiche vicende della Repubblica Centrafricanail tentativo da parte delle truppe del Chad di trasportare nel proprio Paese 540 musulmani originari di Bossangoa è degenerato in uno scontro con milizie locali che, a sua volta, ha portato alla fuga di migliaia di persone. Gli eventi, accaduti cinque giorni fa, sono stati resi noti solo oggi dall’ONG Médecins sans Frontières. L’operazione rientrava nel più ampio quadro del ritiro delle truppe del Chad, coinvolte nella missione di peace-keeping lanciata dall’Unione Africana. Il 15 settembre, quest’ultima passerà infatti il controllo della situazione alla forza di 12.000 unità istituita la scorsa settimana dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

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