mercoledì, Ottobre 27

L’Ucraina opta per la NATO

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Non è stato proprio un colpo di scena, ma quasi. Giovedì scorso la Verchovna Rada, il parlamento monocamerale di Kiev, ha riesumato l’obiettivo di traghettare l’Ucraina nell’Alleanza atlantica abrogando la neutralità proclamata per legge all’indomani dell’accesso all’indipendenza nel 1991.  Già ventilato dopo larivoluzione arancione‘ del 2004 che aveva portato al potere uno schieramento filo-occidentale successivamente spodestato per via democratica, l’obiettivo si era implicitamente riproposto con la ‘rivoluzione di Maidan’ del 2014. Appariva però realisticamente non perseguibile a causa della dura reazione russa (appropriazione con la forza della Crimea, aiuto militare alla ribellione del Donbass) anche alla sola prospettiva di un’associazione ucraina all’Unione europea.

Per quanto “ibrido”, il conflitto armato che ne è seguito e si trascina da tre anni, con un bilancio provvisorio di 10 mila vittime, un milione e mezzo di profughi, ingenti danni materiali e gravi ricadute economiche, sembrava infatti precludere una scelta di campo così radicale da comportare il rischio di un più ampio scontro ad oltranza tra la Russia e i protettori occidentali del nuovo regime di Kiev. Il pericolo, insomma, che la nuova guerra fredda già in atto, o percepita da più parti come tale, sfoci addirittura in quel conflitto caldo cui non si era arrivati neppure quando al posto della Russia, a misurarsi con la NATO, si trovava la ben più grande e più potente Unione Sovietica.

L’alternativa, naturalmente, era (ed è tuttora, salvo smentite) rappresentata da negoziati di pace che portino ad adeguati compromessi tra gli opposti interessi, rivendicazioni e preoccupazioni. Colloqui sono effettivamente in corso a livello multilaterale ma si trascinano anch’essi da tre anni senza riuscire a fruttare nemmeno un cessate il fuoco stabilmente rispettato. Un ennesimo soprassalto di ostilità si è registrato nei giorni scorsi proprio in concomitanza con il pronunciamento della Rada, e una volta di più non si sa per iniziativa di chi dato il ripetersi delle accuse reciproche. La concomitanza, comunque, è probabilmente tutt’altro che casuale, tenendo conto che tutte le parti più direttamente in causa possono, al momento, avere qualche interesse a soffiare sul fuoco.

A Mosca può fare gioco mantenere viva, a qualsiasi effetto utile, la pressione su Kiev anche in attesa di capire, meglio di quanto sia possibile adesso, con chi si ha a che fare alla Casa bianca. Appare invece meno credibile che Vladimir Putin e compagni preferiscano provocare senz’altro un inasprimento delle ostilità per forzare la mano alle controparti, approfittando di questa fase di incertezza, specie se il loro scopo fosse quello più ambizioso: riportare l’Ucraina, con le buone o le cattive, nella sfera di influenza russa. Il rischio, evidentemente, sarebbe molto, troppo elevato.

Una simile forzatura, tra l’altro, incontrerebbe verosimilmente scarsa comprensione anche tra gli amici di Mosca. La Cina, ad esempio, non solo si è astenuta sinora dal riconoscere l’annessione della Crimea ma si è anche offerta di mediare sulla questione ucraina nel suo complesso anziché spalleggiare la Russia all’ONU o in altre sedi. Suonerebbe più sensato un eventuale disegno di consolidare anche il distacco del Donbass dall’Ucraina benchè la maggioranza degli osservatori continuino a ritenere che il boccone più piccolo faccia gola poco o nulla al Cremlino, sia che considerino Putin un revanscista ed espansionista insaziabile sia che vedano il “nuovo zar” sotto una luce meno fosca.

L’obiettivo meno ambizioso preme semmai ai ribelli di Donezk e Lugansk, per motivi ovvii e anche perché le condizioni di vita nelle due province (e sedicenti repubbliche) secessioniste risultano sempre più pesanti. La dipendenza delle autorità locali da Mosca sotto ogni aspetto è tuttavia totale, per cui dovranno verosimilmente accontentarsi di quanto il governo russo ha finora concesso loro in materia di rottura dei ponti con Kiev (riconoscimento a tutti gli effetti pratici dei nuovi documenti di identità distribuiti alla popolazione, esproprio di grandi aziende locali appartenenti agli “oligarchi” ucraini, ecc.).

Mosse analoghe e speculari sono state sistematicamente compiute nel frattempo dallo stesso governo di Kiev, per presumibile calcolo ma anche sotto la pressione degli attivisti e dei settori dell’opinione pubblica interna più accesamente nazionalisti e bellicosi. L’uno e gli altri mirano evidentemente, denunciando altresì le vere o presunte provocazioni armate dell’avversario, a guadagnarsi un più pieno e risoluto appoggio occidentale, economico non meno che politico-militare.

Appoggio che il governo, soprattutto, ha comunque bisogno di mettere alla prova, ad ogni buon fine, in una situazione resa pericolosamente incerta dalle incognite che permangono circa i reali orientamenti, se ve sono, della Casa bianca. Il peso degli USA nello schieramento, diciamo pure, antirusso è stato sinora predominante e verosimilmente determinante, e dal punto di vista ucraino la sostituzione eventualmente necessaria della superpotenza d’oltre oceano con un’Unione europea capace di fare da sé, per se stessa e per altri, può essere oggetto per ora solo di speranza più o meno fondata.

Questo dunque lo sfondo su cui collocare la delibera della Rada di giovedì scorso, che definisce l’ammissione nella NATO «lo strumento più efficace per garantire la sicurezza e preservare l’integrità territoriale e la sovranità» del Paese, investito da una perdurante «aggressione» russa. Ne consegue la sua elevazione per legge a “priorità strategica” della politica estera nazionale, nella consapevolezza, peraltro, che l’obiettivo non è raggiungibile su due piedi e neppure in tempi relativamente brevi. In concreto, si prescrive di perseguirlo approfondendo ulteriormente una cooperazione con l’alleanza occidentale che è già in corso e risale del resto all’accordo di partnership stipulato nel 1997, un periodo in cui Silvio Berlusconi poteva vantarsi, con qualche tipica esagerazione, di avere agganciato alla NATO persino la Russia in modo analogo.

Gli ostacoli e i test da superare sono parecchi e di varia natura, a cominciare dalla scontata e finora fermissima opposizione russa, che nessuno in Occidente può fingere di ignorare. Alla novità di giovedì scorso il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha immediatamente reagito avvertendo che essa «minaccia la nostra sicurezza e l’equilibrio delle forze nella regione eurasiatica» e che Mosca «adotterà naturalmente tutte le misure necessarie per riequilibrare la situazione e puntellare la nostra sicurezza».

Una reazione, va notato, decisamente più dura dei termini in cui il governo russo ha condannato il recentissimo e pur sgraditissimo ingresso nella NATO del piccolo Montenegro, vecchio amico balcanico di tutte le Russie ma certo non paragonabile in alcun modo all’Ucraina. L’evento, comunque incoraggiante per Kiev, sarà seguito dall’arrivo nella capitale ucraina di una folta delegazione capeggiata dal segretario generale dell’alleanza, Jens Stoltenberg, per celebrare il ventennale della partnership bilaterale che cade il 7 luglio.

E’ improbabile che l’occasione serva per preannunciare ulteriori novità eclatanti, ma è quasi sicuro che non si risparmierà il comune compiacimento per i progressi compiuti nella cooperazione in ogni settore e non solo in quelli più tecnici come la standardizzazione degli armamenti, l’addestramento dei reparti secondo i criteri più aggiornati e simili. Progressi che avranno certamente contribuito a fare dell’esercito ucraino, inizialmente in gravi difficoltà nel contrastare la ribellione del Donbass, «uno dei più efficienti in Europa» dopo tre anni di combattimenti, come assicura il presidente della Rada, Andrej Parubi.

Progressi non meno importanti si segnalano anche riguardo ai requisiti non strettamente militari previsti per qualsiasi aspirante all’ammissione nella NATO, quelli cioè di natura politico-istituzionale che del resto non si differenziano molto da quanto richiesto per l’ingresso a pieno titolo nell’Unione europea. E neppure qui mancano passi avanti di rilievo come l’ultima ratifica, da parte dell’Olanda a fine maggio, del trattato di associazione preliminare che comporta fra l’altro la libera circolazione anche delle persone tra l’Ucraina e i 27 membri attuali della UE.

Il presidente ucraino Petro Poroscenko ha parlato per l’occasione di un suggello del “divorzio dalla Russia” e il presidente della Commissione di Bruxelles, Jean-Claude Juncker, di conferma di fronte al mondo che “il posto dell’Ucraina è in Europa e il futuro dell’Ucraina è legato a quello dell’Europa”. Ma se il cammino del Paese verso “l’Europa” può procedere fino ad un certo punto parallelamente e congiuntamente a quello verso l’Organizzazione del trattato nord-atlantico, oltre quel punto essi potrebbero e forse dovrebbero dividersi. Molto dipenderà dall’evoluzione del contesto internazionale del problema ucraino, ma non poco anche dagli umori all’interno del Paese.

Alla Rada hanno sottoscritto l’opzione atlantica 276 deputati su 357 presenti. E’ una maggioranza sicuramente più ampia del consenso che l’adesione alla NATO riscuote tra la popolazione, dove si è sempre riscontrata una prevalenza dei contrari nella parte orientale del Paese, ben al di là delle due province separatiste. Dai sondaggi risulta un recente aumento complessivo dei favorevoli fino al 54%, dall’esiguo 16% del 2013. Non è affatto scontato che l’aumento prosegua, e Poroscenko, che fra l’altro sa di non godere (per usare un eufemismo) di molta popolarità per vari motivi, promette comunque che la scelta strategica del parlamento sarà sottoposta a referendum.

Le incognite da sciogliere sono insomma più d’una, anche se nell’immediato predomina quella rappresentata dalle intenzioni dell’America di ‘the Donald’. Una portavoce del presidente USA ha assicurato, il giorno stesso del voto della Rada, che l’Amministrazione Trump terrà fermo sulle attuali sanzioni a carico della Russia “finchè Mosca non avrà onorato pienamente i suoi impegni per risolvere la crisi ucraina”.

Apparente continuità, dunque, rispetto alla linea di Barack Obama. Ma come fidarsene, dopo avere udito tutto e il contrario di tutto per tanti mesi? In ogni caso, nulla che cancelli i dubbi sollevati riguardo al futuro della NATO, alla validità dei suoi impegni in difesa dei suoi membri in caso di aggressione e tanto meno all’accettabilità per gli USA (ma anche per altri loro alleati) di un’inclusione nell’alleanza di un Paese difficile sotto ogni aspetto come l’Ucraina.

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