lunedì, Ottobre 25

L’Ucraina nell'area UE non sconvolge la Russia field_506ffb1d3dbe2

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Con i tre accordi di associazione firmati venerdì l’Unione europea ha compiuto il secondo passo storicamente più importante nel suo ‘Drang nach Osten’, che si potrebbe ben chiamare anche così data la preponderanza della Germania, benchè non più guglielmina né tanto meno nazista, nella spinta della UE ad allargarsi verso est. Questa volta i Paesi interessati non ne diventano membri a pieno titolo come gli otto ammessi in blocco nel 2004, ma il traguardo nel mirino è sempre quello e comunque si avvicina, sia pure non necessariamente per tutti e tre nella stessa misura o con la stessa automaticità.

Nella precedente infornata si trattava d’altronde soprattutto di Paesi ex comunisti ma solo ex ‘satelliti”’ dell’Unione Sovietica (Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria) ovvero già parte della Jugoslavia ‘non allineata’ (Slovenia), con l’aggiunta delle tre Repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) già periferiche nell’ambito dell’URSS. Questa volta si accostano all’Europa nata  ‘carolingia’ e via via estesasi in tutte le direzioni altre Repubbliche già sovietiche, piccole e marginali, come la Georgia e la Moldavia, ma soprattutto l’Ucraina, seconda per importanza solo alla grande Russia nel ‘primo Stato socialista del mondo’ come già nell’impero zarista.

E si tratta, per di più, di un Paese legato a filo doppio alla Russia sotto ogni aspetto a cominciare dal fatto di essere entrato nella storia europea e mondiale come primo Stato russo. Non per nulla l’immediato precedente dell’evento odierno è stata la rude reazione di Mosca alla rivolta di Maidan dello scorso febbraio che portò all’abbattimento del regime di Viktor Janukovic a Kiev, provocata a sua volta dalla rinuncia dell’ex Presidente ucraino, nello scorso autunno, a stipulare proprio il preannunciato accordo di associazione con Bruxelles.

Mosca, infatti, aveva premuto in vario modo per scongiurare quella stipulazione temendo un grave strappo dello storico legame, e la prospettiva di ‘perdere’ completamente una sorta di sorella minore l’aveva poi indotta a rispondere alla svolta a Kiev annettendo la Crimea e fomentando il secessionismo filorusso anche nell’Est del Paese. Poiché tutto ciò ha gettato l’Ucraina nel baratro di una guerra civile tuttora in corso, benchè con alti e bassi, si impone l’interrogativo di quali potranno essere le conseguenze di un evento il cui preannuncio aveva dato origine all’intera crisi.

Se le prime indicazioni non si riveleranno ingannevoli, Mosca sembra in realtà orientata a non drammatizzare. Nelle settimane precedenti aveva dato l’impressione di voler dissuadere dal sottoscrivere gli accordi di associazione soprattutto Georgia e Moldavia. Quest’ultima, in particolare, fatta segno a pesanti minacce da parte del ruvido vice Premier russo Dmitrij Rogozin, da tempo incaricato di sovrintendere al secessionismo della Provincia moldava della Transnistria, sempre presidiata da un residuo contingente della vecchia Armata rossa.

Quanto invece all’Ucraina, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov aveva invece dichiarato, alquanto sorprendentemente, di non vedere ostacoli al suo patto con Bruxelles. Non si sa se a Mosca ci siano poi stati ripensamenti o dissensi, ma sta di fatto che alla vigilia dell’evento i toni sono cambiati da parte di molti con in testa lo stesso Presidente russo Vladimir Putin, che ha fatto balenare, oltre allo scontato disappunto, la minaccia di pesanti ritorsioni.

Alla fine, però, la reazione alla firma ormai avvenuta è diventata di nuovo relativamente conciliante. Pur non astenendosi dal polemizzare contro quanti hanno costretto l’Ucraina a scegliere tra UE e Russia, Putin in persona ha riconosciuto il diritto sovranodi Kiev a compiere la sua scelta, limitandosi ad avvertire che la Russia non mancherà di adottare le misure necessarie per difendere i propri interessi qualora questi fossero danneggiati dalla nascita dell’area di libero scambio prevista dall’accordo.  

La posizione di Mosca è stata, quindi, ulteriormente precisata ancora da Lavrov. Chiamando in causa anche la Comunità degli Stati indipendenti ex-sovietici, il capo della diplomazia russa ha dichiarato in un’intervista televisiva che gli accordi di venerdì saranno valutati in base ad un unico criterio: quello, appunto, dei danni che potrebbero derivarne agli scambi commerciali di tutti gli undici membri attuali della CSI. E ha reso noto che per le consultazioni al riguardo già proposte ai governi ucraino, moldavo e georgiano sono in corso a Mosca da oltre un anno i necessari preparativi.

Ciò non esclude, naturalmente, che alle ritorsioni si possa comunque arrivare. Intanto, però, le consultazioni promettono di estendersi anche alla UE, che, a quanto sembra, non sarebbe più contraria, come era stata fino a ieri, ad affrontare l’argomento con la Russia. In altri termini, si prospetta quanto meno un tentativo multilaterale di contemperare la nuova area di libero scambio con i legami, importanti per ciascuna parte, che i tre Paesi ex sovietici con i vecchi partner orientali, evitando ad ogni buon conto che la chiusura delle dogane dal lato occidentale provochi un’indesiderata invasione di prodotti sul versante opposto.

Il problema riguarda innanzitutto, per il momento, i tre Paesi fondatori dell’Unione economica eurasiatica (Russia, Bielorussia e Kazachstan), essendo peraltro imminente, con ogni probabilità, l’adesione ad essa di qualche altro membro della CSI. La soluzione ottimale sarebbe la possibilità eventualmente assodata che uno o più Paesi aderissero ad entrambi i gruppi contrapposti. Cosa non impensabile, secondo non pochi economisti e politici occidentali e orientali, ma finora esclusa sia da Mosca sia da Bruxelles.

Ora a favore della compatibilità si è pronunciato il Presidente ucraino Petro Poroscenko, il quale, in occasione della firma dell’accordo di associazione ha affermato in proposito che il suo Paese potrebbe rappresentare un ‘ideale anello di collegamento tra l’Unione europea e il processo integrativo eurasiatico. Solo parole al vento, destinate a indorare la pillola per il Cremlino? Si vedrà, ma non si è trattato dell’unico gesto del suo autore che potrebbe avere contribuito ad addolcire le reazioni russe all’accordo.

Poroscenko si è detto altresì contrario alle sanzioni occidentali nei confronti della Russia anche perché fiducioso che la crisi ucraina si stia avviando verso una soluzione pacifica. E qui il ‘re del cioccolato’ appare ben credibile, volendo, in quanto il grosso delle sue aziende si trova in territorio russo e cadrebbe immancabilmente vittima delle ritorsioni di Mosca. Il suo ottimismo, tuttavia, non sembra del tutto infondato, mettendo naturalmente nel conto il modo stesso in cui Mosca reagisce al fatto nuovo e che va comunque inquadrato negli sviluppi della crisi ucraina nel suo insieme e con i suoi riflessi esterni.

Sul terreno dello scontro la breve tregua proposta da Kiev ha sostanzialmente tenuto malgrado alcune violazioni con conseguente, ennesimo versamento di sangue e scambio di accuse. E’ stata anche prorogata di tre giorni, fino a ieri, e tutte le parti in causa appaiono convergere sull’opportunità di prolungarla ulteriormente. Preme in questo senso soprattutto la Russia, anche perché, ha denunciato Putin, sulle Province orientali ucraine incombe la minaccia di una ‘vera catastrofe umanitaria’.  

Sulla buona volontà dei contendenti di porre fine alle ostilità tutti i dubbi sono leciti, e così pure sulla reale capacità del Cremlino di farsi sempre obbedire dai ribelli della ‘nuova Russia’ oltre confine. Ma sta di fatto che per la prima volta sono in corso da alcuni giorni, a Donezk, colloqui tra un rappresentante sia pure informale del Governo di Kiev, Viktor Medvedciuk, e dirigenti dello schieramento separatista, con la partecipazione dell’ambasciatore russo in Ucraina, dell’ex Presidente ucraino Leonid Kuchma e di un rappresentante dell’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Una tregua prolungata dovrebbe dare a questo e ad altri eventuali contatti diretti tra i principali interessati il respiro necessario per spianare la strada verso autentici negoziati per una soluzione politica del conflitto. E il tutto, poi, dovrebbe consentire un nuovo rinvio dell’inasprimento delle sanzioni occidentali a carico della Russia, cui Stati Uniti e Unione europea (quest’ultima superando a fatica le ormai familiari perplessità) hanno intimato di accettare in tempi stretti il confronto sul piano di pace presentato da Poroscenko.

Chi nutre dubbi sui buoni propositi della Russia, in particolare, sospetta non incomprensibilmente che a Mosca una tregua prolungata potrebbe servire più che altro per rafforzare ulteriormente i ribelli sul piano militare pur continuando a negare di farlo. Ne potrebbero, però, approfittare anche i Paesi occidentali e in particolare gli Stati Uniti per promuovere con adeguate forniture di materiale bellico e programmi di assistenza varia il potenziamento delle forze armate ucraine.

Tutto sommato, appare più probabile che alla Russia possa premere davvero,  almeno come prima scelta, un componimento del conflitto a condizioni accettabili, e comunque una distensione sufficiente a scongiurare l’inasprimento delle sanzioni. Molti, a Mosca e dintorni, continuano a minimizzarne il potenziale pericolo per l’economia e le finanze del Paese e a sottolineare invece la gravità dei loro contraccolpi su quelle di chi vorrebbe infliggerle. Stanno ormai crescendo, però, anche le ammissioni e gli ammonimenti di segno contrario.

Aleksej Veder, direttore del centro di ricerche dell’autorevole Istituto Gaidar, dichiara ad esempio che la tensione geopolitica sul piano internazionale costituisce di per sè un fatto negativo, sono già molto più seri i problemi finanziari che ne derivano, per cui ‘non si può continuare così all’infinito’. Ma alle voci degli economisti si aggiungono quelle dei responsabili politici.

Aleksej Uljukaev, Ministro dello Sviluppo economico, cerca di rassicurare affermando che il Paese è in grado di fronteggiare tutte le possibili varianti delle minacciate sanzioni e che ‘nell’insieme gli sviluppi della situazione non sono allarmanti’. Non manca però di ricordare che la minaccia incombe su un quadro economico generale caratterizzato da tassi di crescita ‘seriamente sotto lo zero’, tassi di investimento ancora più bassi, redditi in calo, inflazione in aumento e fondi di riserva depauperati.

Se tutto ciò non basta a rendere plausibile un perseguimento meno oltranzistico degli obiettivi russi in Ucraina e altrove, va infine menzionato almeno un altro fattore, di segno positivo per Mosca, che forse incoraggia Putin a transigere. Le più dure reazioni russe alle vicende ucraine sono state presumibilmente dettate non tanto dall’aspirazione di Kiev ad associarsi alla UE quanto dal timore di una caduta del Paese nelle braccia della NATO.

Questo timore deve essere stato quanto meno alleviato dalla bocciatura da parte del Consiglio atlantico della candidatura della Georgia ad entrare nell’alleanza, vigorosamente propugnata dal Governo di Tbilisi e caldeggiata da vari Paesi membri, proprio in concomitanza con l’associazione della Repubblica transcaucasica all’Unione europea. Anche qui è lecito sospettare che la decisione della NATO possa essere stata suggerita da una convenienza tattica più o meno passeggera.

Ma esistono anche buone ragioni per presumere che non sia così. Ovvero, che anche per scelta americana, nelle attuali circostanze non solo europee, si sia preferito compiere una mossa mirante, di riflesso, ad agevolare una sdrammatizzazione della crisi ucraina piuttosto che quella contraria capace di acutizzarla.

 

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