giovedì, Ottobre 28

L'Ucraina è senza gas Scaduto l'ultimatum di Mosca, possibili ricadute per l'UE. USA verso ritorno in Iraq

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L’ultimatum era stato ribadito al termine dei fallimentari negoziati tra le due parti, ieri sera: il mancato pagamento del debito di 1,95 miliardi di dollari da parte dell’Ucraina entro le 8 di stamattina avrebbe portato alla sospensione delle forniture di gas da parte della russa Gazprom. Così, in effetti, è stato: la conferma è giunta stamattina dallo stesso Ministro dell’Energia di Kiev, Yuri Prodan, che ha reso nota l’interruzione del servizio per l’Ucraina. Secondo Prodan, la misura non dovrebbe condizionare il passaggio del metano verso le destinazioni europee, ma le sue parole sono state messe in dubbio dalle due estremità dei condotti: a Bruxelles, il Commissario all’Energia Günther Oettinger ha parlato del rischio «che quest’inverno l’Europa debba fare i conti con una carenza di gas», probabilmente a seguito dell’avvertimento giunto da Mosca, da dove i rappresentanti di Gazprom hanno paventato «possibili interruzioni» legate a sottrazioni indebite nella parte ucraina della tratta. Sottrazioni contro le quali Gazprom ha assicurato «i massimi sforzi possibili» e per le quali ha già intimato l’omologa ucraina Naftogaz a «garantire il transito» del prezioso gas. Per il momento, il confronto si sposta sul piano legale, con la società russa intenzionata a ricorrere all’arbitrato della Corte di Stoccolma per ottenere il pagamento del debito e quella ucraina a replicare, richiedendo per contro la restituzione di parte dei 4,4 miliardi pagati dal 2010. Ma ciò non oscura il versante politico: il Primo Ministro russo Dmitrij Medvedev sostiene che la posizione di Kiev «puzza di ricatto», mentre l’ad di Gazprom Aleksej Miller accusa il Primo Ministro ucraino Arsenij Jacenjuk di cercare una ‘guerra del gas’.

Sembra invece orientato a più miti consigli il Presidente Petro Porošenko, che ha chiamato ad una tregua nelle oblast’ orientali del Paese. L’obiettivo primario dichiarato ai propri responsabili per la sicurezza è però il pieno controllo del confine con la Russia: solo dopo sarà possibile tentare la strada del cessate il fuoco e dell’accordo su un piano di pace. D’altronde, i destini della zona sembrano altalenanti: mentre i separatisti dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk annunciano di aver conquistato la sede locale della Banca Centrale ucraina, il che dovrebbe permetter loro di non far pervenire il denaro delle imposte del Donbass a Kiev, l’OCSE annuncia che nella stessa zona i combattimenti stanno mettendo a rischio l’accesso all’acqua di 4 milioni di persone.

Si aggrava anche la situazione in Iraq. Le attenzioni del mondo convergono sempre più sulla preoccupante progressione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS ISIL). Continua così a prender corpo l’ipotesi di un ritorno degli Stati Uniti, come dimostrerebbe l’ingresso della nave da trasporto ‘USS Mesa Verde’ nel Golfo Persico, coi suoi 550 marines, seguito a quello di sabato della ‘USS George H.W. Bush’. Il Segretario di Stato statunitense John Kerry ha peraltro comunicato la possibilità di inviare droni nelle aree controllate dalla formazione sunnita. La possibilità più interessante rimane però l’eventuale cooperazione militare con lo sciita Iran, di cui si potrebbe già discutere a margine dei negoziati sul nucleare di Teheran previsti a Vienna questa settimana. L’ipotesi è certo suggestiva e, d’altronde, già il portavoce del Premier britannico David Cameron ha comunicato il recente tentativo di convincimento effettuato da Londra su Teheran perché quest’ultima faccia la propria parte nel garantire la pace nell’area. Per contro, l’Arabia Saudita (storico rivale regionale dell’Iran e Paese a maggioranza sunnita) ha già respinto la possibilità di interferenze esterne nella situazione, attribuendo la responsabilità del conflitto sunnita alle politiche «settarie ed esclusorie» del Governo sciita di Nouri al-Maliki. Simili accuse giungono anche dal Qatar e, probabilmente, verranno ribadite nel corso della riunione straordinaria della Lega Araba prevista nei prossimi giorni a Gedda, in Arabia Saudita.

Il conflitto vero e proprio, intanto, continua e cerca nuova linfa fuori dai confini iracheni. Se fonti militari riferiscono che i bombardamenti nella zona di Falluja hanno causato oltre 270 morti, tra i quali Yasser Nayi, tra i vertici dell’ISIS, in Spagna ‘El País’ annuncia lo smantellamento di una rete di reclutamento legata alla stessa organizzazione armata. Sono otto le persone arrestate stamattina, secondo quanto comunicato dal Ministero degli Interni: il loro capo era Lahcen Ikasrrien, cittadino marocchino già arrestato in Afganistan nel 2001 e passato per il carcere  di Guantanamo.

Continuano invece, purtroppo, le azioni dei gruppi islamisti Boko Haram e Al Shabaab in Africa. Il primo ha colpito nel villaggio di Daku, nello Stato nigeriano di Borno, causando la morte di 22 persone. L’azione, in realtà, non sembra essere stata ancora rivendicata. Tuttavia, le testimonianze, che parlano di una colonna armata provvista di Ak-47, sembrano confermare il modus operandi dell’organizzazione integralista. Rivendicata invece dal gruppo somalo la strage perpetrata nella città di Mpeketoni, sul versante costiero del Kenya. Almeno 50 le persone uccise nei locali in cui stavano guardando le partite della Coppa del Mondo, in quella che i terroristi hanno definito una risposta alla «repressione brutale del Governo contro i musulmani del Kenya». Repressione che, se già c’era, potrebbe ora aumentare: «la linea rossa è stata superata» ha infatti comunicato a caldo il Ministro dell’Interno Ole Lenku.

Né sembra volto ad un ammorbidimento l’atteggiamento del Governo israeliano verso Hamas dopo il rapimento dei tre studenti israeliani, ascritto ipso facto al movimento palestinese. Le retate dell’esercito israeliano hanno condotto all’arresto del Presidente del Parlamento palestinese Abdel Aziz Dweik (Hamas) ed all’omicidio di un dimostrante palestinese, oltre ad un conseguente inasprimento delle violenze nei Territori palestinesi. Il Presidente Mahmūd Abbās ha condannato il rapimento, giunto a pochi giorni da uno storico accordo fra Hamas e Autorità Nazionale Palestinese, ma il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu vuole di più: «mi aspetto il suo intervento per far tornare a casa i ragazzi rapiti e per catturare i rapitori».

Intanto, in Egitto si attende la formazione del Governo del Primo Ministro Ibrahim Mehleb. Mehleb, che già occupava ad interim la carica dalla rinuncia di Hazem al-Beblawi, è stato rinominato dal nuovo Presidente ‘Abd al-Fattā al-SīsīIl suo nuovo organico, ha annunciato, avrà 10 nuovi Ministri ed un nuovo Ministero, quello per gli investimenti: una mossa che ‘Reuters’ reputa centrale per attirare fondi stranieri e ripristinare un’economia in forte affanno.

Si riconferma anche il Presidente della Colombia Juan Manuel Santos: col 51% dei voti ha infatti vinto il ballottaggio contro Óscar Iván Zuluaga, che nel primo turno aveva ottenuto la maggioranza relativa tra i diversi candidati ottenendo il 29,25%. Nel suo primo messaggio, Santos si è rivolto alla formazione paramilitare marxista delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) attribuendo il proprio successo alla volontà di pace dei colombianiUn chiaro invito, dunque, a proseguire i negoziati intrapresi negli ultimi due anni ed approfonditi negli ultimi mesi col raggiungimento di alcuni obiettivi concordati.

Rischia invece di non poter accedere alla Presidenza del Myanmar il Premio Nobel Aung San Suu Kyiche denuncia il mantenimento da parte di una commissione parlamentare del dettato costituzionale che impedisce a chiunque sia sposato con uno straniero, od abbia figli di cittadinanza estera, l’accesso alla carica. Un dettato scritto nel 2008, apparentemente ad personam, visto che Suu Kyi è sposata con un cittadino britannico, da cui ha avuto due figli della stessa nazionalità. L’emendamento alla clausola sarebbe formalmente possibile, ma la scarsa rappresentanza parlamentare del partito di Suu Kyi rende arduo il tentativo.

Tre condanne a morte sono state comminate oggi in Cina, in relazione ad un attentato avvenuto nell’ottobre del 2013 in Piazza Tienanmen. Cinque persone morirono per l’esplosione di un’automobile: due turisti e i tre occupanti del veicolo, appartenenti alla minoranza islamica uigura dello Xinjiang, provincia nella cui capitale Urumqi si è tenuto il processo. Scontri con le autorità anche in Albania, nel cui villaggio meridionale di Lazarat la polizia, intenta in un’operazione contro le locali piantagioni di cannabis, è stata aggredita a colpi di mortai e mitra.

 

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