martedì, Settembre 28

L'Ucraina al dunque Vertice a Minsk con la Russia

0

-

Tra guerra anomala e guerra propriamente detta, ossia tra Stati diversi senza trucchi nè paraventi, esiste ancora una differenza di tutto rispetto. Si può dire perciò che il mondo, e in primo luogo l’Europa, abbiano tirato a buon diritto un sospiro di sollievo per il temuto ma mancato (se non vi saranno ulteriori sorprese) scoppio di un conflitto aperto tra Russia e Ucraina, che sarebbe stato il più grave tra quelli riconducibili alla disintegrazione dell’Unione Sovietica, pur lontana ormai quasi un quarto di secolo.

Il rischio era sotto gli occhi di tutti. Contro ogni evidenza, Mosca aveva tenacemente negato finora di aiutare in tutti i modi possibili la rivolta filorussa del Donbass contro il governo di Kiev e in particolare la loro resistenza alla  campagna militare in piena regola scatenata dal neo presidente ucraino, Petro Poroscenko, per reprimerla. Una guerra di fatto per interposta persona e non dichiarata è più facile da interrompere per qualsiasi motivo e in qualsiasi momento di una guerra di tipo tradizionale, oggi peraltro largamente in disuso.

La decisione del Cremlino di inviare nella “nuova Russia”, prostrata da distruzioni e penurie, un imponente convoglio di “aiuti umanitari” facilmente sospettabili di non essere proprio tali o tutti tali, e di fargli passare il confine senza il permesso di Kiev e neppure la copertura della Croce rossa, avrebbe potuto avere conseguenze irreparabili. Attraverso il confine, ancora controllato in qualche punto dai ribelli, era sicuramente già passato di tutto, finora, ma sempre in forma più o meno occulta e mai ufficialmente ammessa da mittenti e destinatari, come già avvenuto in Crimea.

Se non una deliberata provocazione, è stata, da parte del Cremlino, anche una messa alla prova della controparte, che fortunatamente è andata a buon fine. Il rischio è stato infatti sventato, perché il governo di Kiev, pur protestando vivacemente, come i suoi amici e protettori occidentali, contro la flagrante violazione della propria sovranità, non solo non ha reagito con la forza ma, a quanto pare, ha persino adottato misure per evitare che il convoglio venisse attaccato da questo o quel malintenzionato.

In realtà, entrambe le parti avevano i loro motivi sia per montare una provocazione e, rispettivamente, per cadervi, sia per comportarsi in modo da scongiurare il peggio come invece è accaduto. Per quanto riguarda la parte ucraina, nessuno ha ancora capito su che cosa contasse Poroscenko nel portare avanti una campagna repressiva ad oltranza e anche spietata, che lo espone in partenza al pericolo di una punizione militarmente irresistibile, cioè di un’invasione russa non più mascherata.

Però finora lo ha fatto pur sapendo che dall’Occidente non avrebbe ricevuto alcun soccorso al di là della fornitura di armi e “consiglieri”, o al massimo di qualche reparto di volontari polacchi o lituani, magari nostalgici del tempo in cui i due Paesi, allora ben più potenti della nascente Russia zarista, spadroneggiavano nell’odierna Ucraina. Un rischio, insomma, chissà quanto ben calcolato, ma che forse Kiev ha preferito non correre fino in fondo solo per una questione di principio e in presenza di una situazione in movimento sotto vari aspetti che prospetta vie d’uscita alternative dalla crisi.

Ma le novità si registrano, o si intravvedono, soprattutto da parte russa. Lo scenario più aggiornato presentava i miliziani del Donbass sul punto di venire sopraffatti dall’esercito e dall’aviazione di Kiev. Si dava Lugansk, uno dei due capoluoghi di regione (ovvero proclamate repubbliche indipendenti non riconosciute neanche da Mosca), per praticamente caduta e la più grande Donezk vicina a soccombere. Non erano mancate loro voci levatesi a sollecitare un maggiore aiuto o un più energico intervento russo.

Può darsi che l’aiuto, almeno, sia nel frattempo arrivato, visto che mentre i quasi 300 camion (accusati tra l’altro di avere asportato materiale bellico ucraino) tornavano vuoti o semivuoti ma comunque indenni in Russia, si segnalavano successi dei miliziani con la riconquista di alcune località perdute. In attesa di eventuali conferme, tuttavia, va rilevato che Mosca stava insistendo, da parecchi giorni e in varie sedi, per una sospensione concordata delle ostilità, allo scopo dichiarato di alleviare le sofferenze dei civili, a quello sospettato di rifornire con più agio le milizie combattenti ma forse anche per spianare la strada a negoziati di più ampio respiro.

Un’iniziativa presentata come puramente umanitaria poteva servire a tutti e tre gli scopi, sia pure al prezzo di deludere in qualche misura i capi della cosiddetta Nuova Russia, con i quali già nei mesi precedenti erano affiorati alcuni screzi. Sta comunque di fatto che proprio alla vigilia dell’operazione sono state riscontrate sostituzioni o la scomparsa dalla scena di alcuni di loro, presumibilmente ricollegabili anche all’abbattimento dell’aereo di linea malese da parte degli stessi miliziani e costato caro alla Russia sul piano internazionale.

Ma c’è di più. Il tragico evento, secondo la stampa moscovita, avrebbe almeno momentaneamente bloccato gli sviluppi di un dialogo al massimo livello i cui presunti frutti sono stati rivelati dal quotidiano inglese ’Independent’ ricevendo una smentita di circostanza da parte tedesca e un’apparente conferma tacita da parte russa. Si tratterebbe di un piano di pace concordato appunto da Mosca e Berlino che prevede la fine delle ostilità e traccia le basi per una soluzione del problema ucraino nei suoi aspetti interni ed esterni.

 Il tutto in termini abbastanza scontati e bisognosi, naturalmente, di non facili precisazioni. Alla cessazione dell’offensiva di Kiev contro i ribelli dovrebbe accompagnarsi quella dell’appoggio russo alle milizie del Donbass. L’integrità territoriale dell’Ucraina dovrebbe essere salvaguardata e garantita senza però impedire un più o meno ampio decentramento dei poteri mediante concessione alle sue regioni di un certo grado di autonomia.

All’esterno, l’applicazione del già stipulato accordo per l’associazione dell’Ucraina all’Unione europea, e del resto apparentemente accettato sia pure di controvoglia da Mosca, non dovrebbe incontrare alcun ostacolo da parte russa. In compenso Mosca verrebbe rassicurata da una rinuncia ucraina all’ammissione nell’Alleanza atlantica e dalla “finlandizzazione” del Paese, ossia dalla sua neutralità quanto meno politico-militare tra la Russia e lo schieramento occidentale.

Ma non solo. Sul piano economico, il presunto accordo prevede altresì una forma di partecipazione ucraina anche al processo integrativo sul versante orientale che la Russia cerca di promuovere sulla base dell’Unione doganale con Bielorussia e Kazachstan, o comunque la disponibilità di Kiev per un’ampia cooperazione con la comunità eurasiatica. Un tema, questo, sul quale si era già pronunciato favorevolmente il nuovo ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin, con un’apertura paragonabile a quella dello stesso Poroscenko in materia di libero uso anche ufficiale della lingua russa nelle regioni interessate.

Sempre sul piano economico l’accordo porrebbe un particolare accento sulla cooperazione Russia-Ucraina-UE nel settore energetico, notoriamente vitale per tutti con la Germania in testa, nonché sulla collaborazione trilaterale per risollevare l’Ucraina dallo stato semicomatoso in cui versa la sua economia. Sarebbe previsto, infine, un generale riconoscimento quanto meno di fatto dell’annessione della Crimea alla Russia, a sua volta compensabile da un risarcimento russo all’Ucraina per la perdita dei cospicui proventi dall’affitto della base navale di Sebastopoli.

Si è parlato al riguardo di un miliardo di dollari, una cifra che, fino a prova contraria, non sembrerebbe sufficiente a piegare la ferma ostilità di Kiev ad accettare il fatto compiuto a danno dell’integrità nazionale. L’inviolabilità per principio di quest’ultima continua d’altronde a venire sostenuta anche dai governi occidentali, compresa la Germania per bocca della cancelliera Angela Merkel ancora nei giorni scorsi. Ma resta pur sempre da vedere se, all’atto pratico, non sia una posizione trattabile per tutti essendo in gioco la fine o il perdurare di un conflitto dalle conseguenze incalcolabili, come si suol dire, oppure fin troppo ben calcolabili.

L’altro punto cruciale sul quale le posizioni di partenza si presentano difficilmente conciliabili riguarda ancora l’integrità nazionale, con la cui intangibilità Kiev considera incompatibile la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato federale. La differenza tra federalizzazione e decentramento più o meno ampio potrebbe naturalmente rivelarsi più che altro terminologica e dimostrarsi quindi superabile in sede negoziale, se il negoziato venisse intrapreso da ogni parte con intenti adeguatamente costruttivi.

Certamente si stenta anche solo a concepire la permanenza sotto uno stesso tetto, dopo ciò che è successo e continua a succedere (vedi la sfilata di ieri dei prigionieri ucraini per le vie di Donezk, insultati dalla folla e umiliati dal lancio di rifiuti) tra popolazioni già divise dalla storia, dai sentimenti e dagli interessi economici come quelle dell’Ucraina centro-occidentale e del Donbass, se non anche di altre parti sudorientali del Paese. Una federalizzazione in piena regola sembra perciò la condizione minima per salvaguardare un’unità nazionale di per sé quasi proibitiva, oggi gravemente ferita e chissà se davvero recuperabile.

Si vedrà adesso se questa sorta di quadratura del cerchio potrà eventualmente riuscire, e lo si vedrà anzi a partire da subito. Domani infatti si  riuniranno a Minsk i presidenti di Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazachstan insieme con rappresentanti della UE per discutere, come primo tema ufficialmente all’ordine del giorno, la problematica economica sopra accennata. Il tema è tutt’altro che secondario, ma l’attesa si concentra soprattutto sul probabile abboccamento, a quattr’occhi o meno, tra Vladimir Putin e Poroscenko, per sciogliere se possibile i nodi di fondo di una crisi che infuria ormai da quasi un anno.

Le prospettive non sono necessariamente deprimenti malgrado le notizie di cannonate dal territorio russo verso quello ucraino e altre non proprio liete. L’appuntamento di Minsk non è improvvisato ma nasce anche da colloqui svoltisi a Berlino con Angela Merkel nel ruolo di maggiore protagonista, naturalmente in funzione mediatrice, confermato sabato dalla sua visita a Kiev. Le voci provenienti da Mosca, a differenza di quelle occidentali, tendono a scoraggiare qualsiasi aspettativa di risultati eclatanti, addebitando naturalmente alla nequizia delle controparti le cause del proprio scetticismo.

Se l’impegno della cancelliera, tuttavia, è sicuramente sospinto dalla preoccupazione per l’impatto economico delle sanzioni degli uni e delle ritorsioni degli altri oltre che dall’amore per la pace, preoccupazioni analoghe, non minori e  probabilmente maggiori, sembrano aumentare anche al Cremlino. Dove, tra l’altro, si deve tenere conto delle pesanti ripercussioni delle sanzioni nell’Asia centrale ex sovietica, principale destinataria del progetto eurasiatico anche in funzione di contenimento dell’invadenza cinese ma già danneggiata dal deterioramento della situazione economica russa e allarmata dai ritorni di fiamma dell’egemonismo russo nel “vicino estero”.

Putin è senza dubbio sotto pressione nazionalistico-espansionista da parte di ambienti anche nostalgici (basta leggere cosa scrive la ‘Pravda’) ringalluzziti dal suo stesso operato al punto da propugnare adesso l’oltranzismo. Deve però fare i conti anche con le critiche di gruppi e personaggi come il politologo Fjodor Lukjanov, già suo consigliere e sostenitore, che lo accusa di avere cambiato rotta dopo anni di saggio ed efficace pragmatismo compiendo un “passo falso” in campo interno e internazionale con la scelta di un’ideologia e una condotta regressive.

Sulla questione ucraina, in questi ultimi giorni, il Presidente russo ha in realtà evitato di pronunciarsi, anche nell’attesa occasione di una celebrazione in Crimea,   usando toni moderati o addirittura anodini quando l’ha fatto. D’altronde, come si sa, la sua popolarità resta alta come mai prima. Dal più recente sondaggio, tuttavia, è emerso che i suoi concittadini, invitati ad indicare gli obiettivi che Putin persegue in Ucraina, hanno messo ai primi posti  il ristabilimento della pace (47%) e tenere fuori la NATO dal paese (36%), davanti alla difesa dei russofoni ucraini da Kiev (33%) e a quella degli interessi economici russi (29%), relegando all’ultimo l’annessione dell’Ucraina orientale (10%).

Si tratta evidentemente anche di un ordine di preferenze, apparentemente inclusivo della consapevolezza che in caso di conflitto aperto tra Mosca e Kiev con la prevedibile conseguenza di una spaccatura dell’Ucraina la Russia finirebbe col ritrovarsi proprio la NATO  presso i propri confini meridionali.

Ed è quello che mostrerebbe di perseguire, di fatto, Poroscenko se continuasse a scartare l’alternativa e a non sfruttare le possibilità di venire a patti con Mosca accettando gli indispensabili compromessi. Il presidente ucraino dovrebbe comunque rendersi conto che anche ad un’eventuale perdita di un pezzo del suo Paese, salvando il resto, sarebbe meglio arrivare per via negoziale anziché sanguinosamente conflittuale.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->