martedì, Novembre 30

Luci e ombre tra Australia e Cina field_506ffb1d3dbe2

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Sydney – Prosegue il peculiare cammino delle relazioni tra Australia e Cina, estremamente significative dal punto di vista commerciale e finanziario, ma altrettanto controverse da quello geopolitico e diplomatico.

Nonostante sia noto che vi fossero stati dei contatti ancor prima dell’arrivo degli Europei, i primi veri rapporti tra le rispettive popolazioni dei due Paesi si ebbero alla fine del XVIII secolo, immediatamente dopo la fondazione della colonia britannica. A quell’epoca, a parte il boom di costruzioni, era la corsa all’oro del Victoria ad attrarre lavoratori da ogni dove, inclusi i Cinesi, spesso provenienti dalla provincia di Guandong. Gli anni successivi furono caratterizzati da rapporti modesti ed altalenanti, mentre l’instaurazione della dittatura comunista nel 1949, in concomitanza con lo svilupparsi della Guerra Fredda, portò ad una rottura delle relazioni diplomatiche. Queste vennero ristabilite solo a partire dal 1972 ad opera dell’allora Primo Ministro Gough Whitlam, scomparso di recente. Negli stessi anni l’Australia iniziò ad anteporre i rapporti con la Cina a quelli con Taiwan, in base al ‘Joint Communiqué with the People’s Republic of China’ sostenuto dall’allora governo Whitlam. Questo comportò l’adesione dell’Australia alla ‘One-China Policy, la politica dell’unica Cina, secondo la quale Taiwan, ufficialmente noto come Repubblica Cinese, non è uno Stato indipendente.

Tale dottrina è ancora in vigore e, nonostante 22 Stati membri delle Nazioni Unite e lo Stato del Vaticano riconoscano la sovranità di Taiwan, qualunque cambiamento da parte australiana produrrebbe inevitabilmente una nuova rottura diplomatica con la Cina. Nel 1973 venne definitivamente smantellata la nota politica migratoria razziale australiana, la White Australia Policy o politica dell’Australia bianca, in base alla quale nessuno, se non di pelle bianca, poteva metter piede nel Paese. A partire dal 1973, dunque, ebbe inizio il crescendo delle relazioni bilaterali – e delle nuove tensioni – tra Australia e Cina.

Decine di migliaia di migranti arrivarono dall’Impero di Mezzo, principalmente a causa della cosiddetta “diaspora cinese”, di cui facevano parte anche persone di lingua non cantonese. Negli stessi anni molti migranti per motivi economici arrivarono anche da Hong Kong, dando vita ad una numerosa e dinamica comunità cinese in Australia. Le relazioni bilaterali subirono un ulteriore brusco raffreddamento in seguito al massacro di Piazza Tienanmen del 1989, in cui persero la vita poco meno di 1.000 persone – 241, secondo i dati ufficiali di allora – e vennero ferite oltre 7.000 persone.

Due anni dopo, ad ogni modo, riprese vigore l’ondata migratoria cinese in Australia. Nel 1991 la media mensile di cittadini cinesi che arrivavano in Australia era di 280 persone, la media mensile passò a 300 l’anno dopo, 500 nel 1994, 600 nel 1997, 700 nel 2001, 900 nel 2005, 1.300 nel 2010 e 1.600 nel 2013. La relativa vicinanza geografica, assieme alle favorevoli condizioni dell’Australia, ha portato dunque alla formazione di una consistente comunità cinese in tutte le principali città australiane, la quale rappresenta oggi circa il 5% della popolazione totale del Paese.

Nel contesto della cosiddetta diplomazia economica australiana, sempre rivolta verso economie emergenti asiatiche, il principale volano per le relazioni bilaterali è stato – ed è tuttora – il massiccio interscambio economico tra i due Paesi. Laddove la Cina vanta una crescita poderosa e continua, per quanto in calo, l’Australia è il Paese che fornisce le materie prime affinché tale crescita sia possibile, il che ha rappresentato uno dei principali motivi che ha permesso all’Australia di evitare la recessione globale. Canberra è infatti il maggiore produttore al mondo di bauxite, alluminio e opali, il secondo al mondo di nichel, oro e zinco, il terzo di ferro, uranio, diamanti e gas naturale, il quarto di carbone, nonché uno dei maggiori produttori delle risorse maggiormente usate nei processi industriali. Se poi si tiene in considerazione che la Cina è il principale acquirente per tali materiali, risulta evidente il ruolo che essi rappresentano per i rapporti tra i due Paesi.

Nel 2005 l’interscambio commerciale tra Australia e Cina ammontava a circa 40 miliardi di dollari australiani, passati a 74 miliardi nel 2008, 85 nel 2009, 105 nel 2010, 121 nel 2011 e 150 nel 2013. La Cina rappresenta dunque per l’Australia il maggiore mercato per le esportazioni, che risultano essere principalmente ferro, carbone, petrolio e lana. La Cina rappresenta tuttavia anche la maggiore fonte di importazioni, che a loro volta risultano essere principalmente abbigliamento, computer, equipaggiamento per telecomunicazioni e oggetti di sport e svago. Fondamentale, poi, è stata la recente firma del Primo Ministro australiano Tony Abbott e del Presidente cinese Xi Jinping dell’accordo di libero scambio tra i due Paesi, il quale porterà l’interscambio commerciale a livelli ancora più alti nei prossimi anni.

La reciproca consapevolezza dell’interdipendenza delle due economie ha contribuito, nel tempo, al superamento di alcune aspre tensioni diplomatiche avvenute nel corso degli anni. Importanti attriti sono senza subbio da attribuirsi alle accuse di presunto spionaggio industriale di cui sono state accusate alcune compagnie australiane, tra cui il colosso minerario Rio Tinto. Quest’ultima è infatti stata accusata nel 2009 di spionaggio industriale e di furto di segreti di stato dall’agenzia cinese per i segreti di stato, che ha stimato il danno in circa 10 miliardi di dollari. Quattro persone sono state arrestate nell’ambito delle indagini, tre di nazionalità cinese e una di nazionalità australiana. Un altro evento tra i giganti dell’industria che ha messo alla prova i rapporti tra i due Stati è il ripetuto tentativo della compagnia cinese Chinalco di comprare ingenti quote della Rio Tinto, tentativo che è stato rallentato di volta in volta dal consiglio di amministrazione dell’azienda fino al termine dell’operazione, nonostante questa avesse ricevuto l’assenso dall’autorità per l’antitrust.

Frizioni diplomatiche più recenti sono rappresentate dagli esiti del Datagate australiano, in cui è emerso il fatto che l’Australia prendesse attivamente parte a processi di registrazione, catalogazione e analisi di dati sensibili di decine di milioni di persone in Asia, spesso utilizzando le proprie ambasciate e reti consolari al fine di trarne vantaggio in ambito industriale ed economico. Lo spionaggio australiano ha coinvolto Indonesia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Timor Est, mentre è stato confermato che il Paese abbia subito una più modesta quantità di controspionaggio, anche da parte cinese.

Nuove preoccupazioni riguardano invece la nuova schiera di milionari cinesi, i quali sono accusati da alcuni economisti, accademici e politici di stampo nazionalista di investire eccessive somme di denaro nel costoso settore immobiliare del Paese, contribuendo in tal modo a tenerne i prezzi troppo elevanti per le giovani famiglie australiane. Accuse di altro tipo – ma dirette nei confronti delle stesse persone – riguardano invece l’acquisizione dei visti da investitore australiani da parte di ricchi criminali cinesi, i quali hanno attualmente la possibilità di acquisire la cittadinanza australiana con i soldi derivanti da attività illecite in Cina, dal momento che non sempre la giustizia cinese avverte per tempo il Dipartimento per l’Immigrazione australiano. Tali persone non devono far altro che versare 5 milioni di dollari australiani per il visto da investitore e non avere una fedina penale compromessa al momento della domanda presso gli uffici governativi australiani. Il Canada – Paese che ha vissuto una situazione simile, seppur in misura minore – ha recentemente approvato nuove misure che ostacolano tali processi, motivo in più per discutere di come migliorare l’attuale situazione in Australia.

I rapporti tra Australia e Cina, in conclusione, sono sfaccettati e presentano un gran numero di luci ombre. Nonostante le diverse tensioni a livello diplomatico e geopolitico, ad ogni modo, tutto lascia pensare che queste continueranno a venir sottaciute in virtù del legame economico a doppio filo che lega i due Paesi.

 

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