venerdì, Aprile 23

Luce sui senzatetto di Londra image

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Londra – Quando si vive in una grande città, piano piano, si diventa quasi immuni alla sofferenza altrui e, per un meccanismo di protezione e autodifesa, quasi non ci facciamo più caso. Su internet si possono trovare molti esperimenti sociali che tendono a sottolineare le nostre diverse attitudini verso il mondo dei senzatetto. Lo scorso sabato, in centro, in una delle vie dello shopping, mentre passeggiavo, non ho potuto fare a meno di notare telecamere e curiosi osservare una camionetta della polizia interrogare un uomo di circa 40 anni. Lo avevo già visto, sempre nello stesso luogo, seduto sul suo piumone giallo. Questa volta, invece, cercava di raccogliere i suoi averi, uno zaino, delle cartelline con documenti e altre piccole cose.

È un popolo eterogeneo quello che si incontra agli angoli della città. Ma per tutti, quella appena trascorsa è stata una settimana movimentata per coloro che trovano rifugio nelle strade centrali di Londra. In questi giorni, infatti, le forze dell’ordine e i funzionari dell’immigrazione hanno fatto dei controlli nei posti noti dove i senzatetto, ma soprattutto i ‘beggars’, i mendicanti, sono soliti riposare e sostare. Definita Operazione Encompass,  ha portato ad esempio allo sgombero del sottopassaggio di Marble Arch, dove un gruppo di mendicanti aveva trovato rifugio nelle ultime settimane. 37 individui, apparentemente provenienti dall’Europa dell’est. Tra questi, una persona è stata fatta rientrare in Romania per aver violato le regole sull’immigrazione, ed un’altra ha annunciato di volere volontariamente lasciare il Regno Unito per tornare in Romania.  Un controllo a tappeto nei quartieri di Westminster, Camden, Croydon, Islington, Lambeth and Southwark, portato avanti dalla forze dell’ordine in collaborazione con l’ Home Office, ovvero il Ministero dell’Interno e le autorità locali. L’obiettivo principale e dichiarato è quello di opporsi alla permanenza di mendicanti. Il comandante del Metropolitan  Police Service, Alison Newcomb, a capo delle operazioni, ha dichiarato che «I funzionari lavorano con gli addetti all’immigrazione per utilizzare le legislazioni lanciate a gennaio riguardanti l’allontanamento dal Regno Unito, quando possibile.  Inoltre, fanno riferimento a progetti esterni con lo scopo di aiutare persone vulnerabili a superare la situazione in cui si trovano quando dormono in strada, allo stesso modo di prendere l’iniziativa contro coloro che continuamente trasgrediscono la legge o intimidiscono i passanti. Mendicare non sarà tollerato nella zona di Westminster o in ogni altro borough di Londra. Ove possibile, i mendicanti verranno arrestati e anti-social behaviour orders verranno usati dove necessario». 

In realtà, anche se i media e le loro notizie lasciano pensare che quello dei senzatetto che dormono in strada sia un fenomeno soprattutto riguardante cittadini proveniente dall’est Europa, le statistiche raccontano anche un’altra storia. Per avere un’idea della situazione, basta sfogliare il report pubblicato recentemente da CHAIN, Combined Homelessness and Information Network, un database di più agenzie che si occupa della raccolta dei dati sui senza dimora e in generale la popolazione delle strade di Londra. I numeri presenti in queste raccolte si riferiscono solamente alle persone che sono state effettivamente viste dormire in strada, nei sottopassaggi, davanti ai portoni di edifici e simili, e non tiene conto invece di tutti coloro che approfittano dell’ospitalità di amici e parenti o vivono in forme di abitazione non convenzionale come squats o edifici abbandonati.

Noi de L’indro, abbiamo raccolto la testimonianza di Petra Salva, Direttore dello Street Outreach service dell’associazione St. Mungo’s Broadway che si occupa di aiutare i senzatetto. Salva ha un’esperienza di oltre venti anni nel settore, e ci ha aiutato a capire le dinamiche e i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni.

 

Abbiamo iniziato con il parlare della fenomenologia del senzatetto e delle cause comuni che portano a queste situazioni. “Si tratta di una fotografia complicata. Il modo semplice per descrivere la popolazione che abbiamo incontrato per le strade di Londra è che circa la metà proviene dal Regno Unito, e del resto molti arrivano dai paesi europei dei più recenti allargamenti. Una popolazione composta per circa l’80% da uomini, in media intorno ai 30, 40 anni”. Ci sono, ovviamente, gli immigrati che arrivano nel Regno Unito con la speranza di trovare un lavoro che non riescono ad ottenere.  Spesso, però, le cause vanno ricercate altrove. “Le persone che si ritrovano in strada spesso lo fanno a causa di una relazione finita, o forse”, prosegue Salva, “perché sono usciti da un istituto di qualche specie, come ospedali, carceri o centri di salute mentale, e il post-uscita non è stato preparato nel migliore dei modi.”

I numeri sono in crescita, con un incremento del 64%  dal 2010. Gli ultimi dati, riferiti al periodo aprile-giugno di quest’anno, suggeriscono un aumento del 23% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Colpa della crisi? “Ovviamente l’economia gioca un ruolo importante: la perdita del lavoro, la pressione sulla famiglia e spesso il finire in strada. In generale, molte persone che dormono in strada è perché solitamente hanno esaurito la loro ‘rete di sostegno’, formata di amici e parenti o forse non ce l’hanno mai avuto. O, in alcuni casi, non sono i benvenuti a causa di abuso di alcol o droghe. Poi ci sono le persone che hanno dei problemi e hanno bisogno di supporto”.

“Parlando di numeri, ogni anno a Londra, abbiamo contatti con circa 5-6 mila persone, il 60% dei quali incontrati per la prima volta. Le cifre su Londra sono abbastanza costanti. Del restante 40%, la metà circa è una sorta di zoccolo dure che ha dormito in strada per molto tempo, e l’altra metà persone che sono tornate in strada dopo essere stati accomodati in una sistemazione”. Salva, che è anche Direttore dell’iniziativa No Second Night Out, chE ha come obiettivo quello di raccogliere segnalazioni sui senzatetto e di intervenire tempestivamente, ci tiene a precisare che questi numeri sono contatti, avvistamenti, nell’arco di un anno e non il numero delle persone che ogni notte dormono per le strade di Londra.

Una volta registrato un rough sleeper, le associazioni come St. Mungo’s Broadway si attivano per aiutare la persona in difficoltà. “Siamo molto realistici”, confida Salva, “spesso cerchiamo di inviare la persona in luoghi fuori Londra dove magari hanno un link e possono essere aiutati. Per quanto riguarda le social housing, non esistono quasi più come le intendevamo in passato e quando cerchiamo delle soluzioni le cerchiamo nel settore privato, in un mercato scarsamente regolato. Bisogna chiedersi per quanto riusciremo a sostenerlo”.  

 Quello della carenza di strutture per sopperire a questo disagio è un problema serio per Londra. Si parla di famiglie intere che vivono a lungo in piccole ostelli e centri abitativi di emergenze, prima che le autorità locali riescano a trovare loro una sistemazione adeguata. Secondo i dati consegnati dai Councils all’organizzazione caritatevole Shelter, che si occupa dei senza dimora, circa 4 mila famiglie con problemi abitativi a Londra hanno dovuto aspettare fino a due anni prima di ottenere una sistemazione definitiva.

“Londra è una situazione particolare quando si parla di case. Molta richiesta, pochi immobili. Siamo costretti a lavorare in un ambiente con molti ostacoli”, continua Salva, “ma in mezzo a queste sfide, le organizzazioni caritatevoli, il Governo, le autorità locali, abbiamo creato un sistema e leggi che supportano, a differenza di cosa succede in altri paesi, i più vulnerabili. A dispetto delle iniziative di successo, le problematiche non sono andate via, ma continuano a ripetersi. Sebbene stiamo migliorando nell’allontanare i senza tetto dalla strada, le persone in difficoltà continuano ad arrivare. Il problema è che le persone ancora finiscono a dormire in strada, a prescindere che arrivino dall’Unione Europea, dalle carceri o dagli ospedali. È solo concentrandosi sulla prevenzione che si può estirpare il problema”.

Ha destato scalpore, ad inizio estate, l’utilizzo di perni appuntiti incastonati nel marciapiede nei pressi di un condominio di appartamenti presso Southwark Bridge Road, in South London. Perni metallici con lo scopo preciso di non permettere a coloro che dormono in strada di trovare riparo in quel luogo. Definiti ‘brutti e stupidi’ da Boris Johnson, Sindaco di Londra, ed ‘inumani’ dalle associazioni che si occupano di senza tetto, hanno destato indignazione e molti cittadini hanno segnato la petizione per richiederne la rimozione.

Quei perni, rappresentano però una certa volontà di nascondere, o magari solo allontanare dalla propria vista, la povertà e la sofferenza di coloro che si rifugiano nelle strade di Londra.

Quale è la percezione degli inglesi verso i senzatetto? “Il pubblico ancora confonde tra le persone che mendicano in strada e i senzatetto. Spesso chi chiede l’elemosina ha una casa, magari non come la posso intendere io, o lei, ma ha una sorta di sistemazione. Ma ‘the great British public’ quando vede un mendicante continua ad associarlo con un senza tetto”.

Per ultima chiediamo proprio la domanda che è stata all’origine dell’idea per questa storia. Questa sbagliata percezione è anche per colpa della stampa?

“C’è una mancanza di credibilità quando si riporta su certi argomenti. Ad esempio l’uso della parola ‘mendicanti’, che in questo contesto rende disumane le persone.  Individui che potrebbero essere mio padre, madre, fratello, e persone con una vita precedente. Magari anche di successo. O che hanno servito il paese nelle forze armate. Le storie dietro queste persone sono incredibili. Ovviamente ci sono degli stereotipi che si presentano spesso, e che sono anche veri, come coloro che hanno una storia familiare complicata, ma non si può generalizzare. Troppo spesso i media tendono a dipingere tutti allo stesso modo”. 

 

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