mercoledì, Ottobre 27

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montecassino 

 

Scrivo in una domenica di relax e non voglio turbare con i liquami del dibattito politico il miracoloso stato di grazia raggiunto nel nirvana della mia attività preferita: leggere. Cerco dunque ispirazione, per un’AMBRacadabra che vuole davvero tradursi in un’evocazione di personaggi speciali, ai libri che ho qui, sul tavolo, accanto al PC e che, quasi per un segno del destino, rappresentano alcune sfaccettature di un tempo di rinascita che tanto avrebbe da insegnare agli impaludati d’oggidì.

Mi riferisco al dopoguerra, quando un’Italia letteralmente e non metaforicamente in macerie, seppe trovare lo slancio, la forza, il coraggio, le risorse fisiche e morali per rinascere e approdare a quello che fu detto il ‘boom economico’.

Guardarla ora dibattersi nelle panìe di una crisi che è innanzitutto di valori   -elementi che, invece, tanto contarono proprio in quelle circostanze di 70 anni fa-  fa meglio comprendere, in un confronto per contrasto, le radici dell’attuale degrado.

Finita la ‘pippa moralistica che mi è venuta ai tasti senza che riuscissi a reprimerla, passiamo ai tre libri, intrecciati fra loro per una serie di circostanze, che mi hanno mossa a scrivere quest’articolo.

Venirne in possesso praticamente in contemporanea mi è parso un segno del destino, quasi una chiamata alle armi, affinché, dai fili che li legano, io potessi intessere un messaggio, buono anche per il neo Ministro della Cultura, Dario Franceschini, che conosco dalla fine degli anni ’80, giovanissimo, allora indicato come ‘speranza democristiana’.

La DC è defunta, mentre lui   -che pure in caso di perpetuazione della Balena Bianca sarebbe stato un ricambio ministeriale in pectore-  ha saputo sopravvivere alle calamità, persino all’eclissi del suo gemello politico pure a quei tempi, Enrico Letta. Ma lasciamo l’attualità, che è meglio.

La Seconda Guerra Mondiale, oltre al terribile, sanguinoso bilancio di vittime civili e militari; alla guerra civile che dilaniò il Paese; alla distruzione di fabbriche e infrastrutture strategiche, costò all’Italia anche perdite incommensurabili nel patrimonio artistico, architettonico, monumentale, archivistico e chi più ne ha più ne metta.

E’ quello stesso ‘valore aggiunto che ora vorremmo sciorinare a Standard & Poor’s per scapolarci i declassamenti per il fiato corto della nostra struttura economica e finanziaria.

Non furono solo i bombardamenti a sbricolare tanti monumenti insigni o a distruggere un infinito numero di opere d’arte: l’ex alleato tedesco, persino quando era ancora in vigore il cosiddetto Patto d’Acciaio  -e finanche prima-  cercò d’impadronirsi di dipinti dei grandi maestri, di statue, di pezzi archeologici d’incalcolabile valore, presenti nelle collezioni pubbliche e private, anche con pagamenti-civetta, in una specie di pirateria culturale che prese le forme di rapace rapina di massa.

Prima della distruzione dell’Abbazia di Montecassino ad opera dei bombardamenti Alleati (sic!), il luogo era stato considerato una specie di grandecassetta di sicurezza’ per preservare dalla devastazione le opere conservate nei Musei e negli Archivi di parte del territorio nazionale, particolarmente del Centro Sud, dai Musei di Napoli e Siracusa, al Tesoro di San Gennaro fino al piccolo Museo Keats e Shelley di Roma. A ciò si aggiungevano, naturalmente, tutti i beni straordinari già posseduti dai benedettini.

Per gettare fumo negli occhi e procedere con un alibi alla spoliazione dell’ormai ‘nemico’ italiano, i tedeschi s’inventarono di voler partecipare alla messa in sicurezza di tali tesori, in quanto patrimonio della cultura occidentale, approntando anche una specie di reparto speciale, operante in tutta Italia, in quella liberata ed in quella non, investito  di tale mission.

E un giorno, il 14 ottobre 1943, bussarono alle porte dell’Abbazia due ufficiali della famigerata DivisioneGoering’ (dal nome del pupillo di Hitler avido collezionista di opere d’arte, convintissimo di essere la reincarnazione di un Principe rinascimentale) e riuscirono a persuadere i monaci (ma non del tutto) ad affidar loro il trasporto dei beni a Roma. Ma non l’intero carico arrivò a destino e sotto si celò un mistero …

S’intitola appunto ‘I misteri dell’Abbazia – Le verità sul tesoro di Montecassino’ (Le Lettere), il saggio storico scritto con divulgatività giornalistica da Benedetta Gentile e Francesco Bianchini, già all’ ‘ANSA‘, libro che illumina alcuni elementi rimasti sottaciuti nei sette decenni trascorsi dai fatti, smontando così la versione ufficiale contrabbandata, forse per disattenzione o per quieto vivere dalla storiografia e dalla pubblicistica che se ne era fino ad oggi occupata.

Perché a Roma, in realtà, non approdò tutto il serpentone di camion su cui erano state caricate le casse contenenti i capolavori fino ad allora custoditi in Abbazia.

Ciò è vero fino ad un certo punto  -ci raccontano gli Autori- : molto si salvò in barba ai tedeschi, perché sia lo straordinario Medagliere Siracusano, sia il Tesoro di San Gennaro che fino a ieri, guarda caso, era in Mostra qui a Roma, per poi proseguire per Parigi, sia le cassettine con i cimeli di Keats e Shelley, furono sfilati sotto il naso ai nazisti e fatti passare come patrimonio personale di quei monaci che si trasferirono a Roma, evacuando l’Abbazia.

Due camion del convoglio tedesco, invece, non arrivarono mai a destino ed erano quelli che contenevano i pezzi migliori: presero la via del Nord, fermandosi a Spoleto (forse… oppure a Paliano, non v’è chiarezza al riguardo), prima di potere, in teoria, partire verso la Germania, in tempo per diventare un dono prezioso per il compleanno del ‘grassone’ Goering, a gennaio.

Così era nei disegni di questo intrigo in tempo di guerra; ma qualcuno, anche lui di lingua madre tedesca, si mise di traverso, non volendosi rendere complice di tale infamia, e qualcosa andò storto  -la vicenda è stata restituita da alcuni documenti custoditi all’Imperial War Museum di Londra, venuti sotto gli occhi di Benedetta e Francesco, dando il la al loro lavoro di segugi – e impedì che gli italiani fossero ulteriormente depredati.

Avvincente e ben scritto, il libro ci dà il sollievo di essere riusciti a tutelare queste testimonianze eccelse del nostro passato, ma anche la tristezza di fondo di come siamo mal ridotti, oggi, senza neppure l’orgoglio di considerarli un bene che ci fa ricchi di qualcosa che sia più del vil denaro. Anzi, neppure quello! La politica culturale, nel nostro Paese, è di una nullità imbarazzante, manco avessimo meno vestigia storiche di un atollo della Polinesia.

Come se non bastasse, a rimarcare questa mia tristezza ci si è messo la biografia, scritta da Francesca Bottari, ‘Rodolfo Siviero – Avventure e recuperi del più grande agente segreto dell’arte’ (Castelvecchi) che narra la vicenda umana  -non sempre limpida- e professionale di questo personaggio dalla pubblicistica controversa – c’è chi lo ama, ma c’è pure chi lo ritiene un po’ troppo spregiudicato e spia fascista riciclata, chiudendo gli occhi dinanzi ai grandi servigi resi al Paese – che ha restituito al patrimonio artistico, archeologico e archivistico del Paese pezzi d’inestimabile valore dispersi non solo in Germania, ma nel mondo.

Il libro si legge come una spy story che, in più, registra anche lo scontro del suo protagonista con le pastoie dell’ingrata burocrazia e della politica italiana (ma anche statunitense e tedesca… mica abbiamo il monopolio!), le quali non guardavano oltre il proprio ombelico, cieche agli straordinari colpi messi a segno da Siviero, compreso la variazione di un articolo del Trattato di Pace che, se rimasto nella sua versione originale, avrebbe fatto perdere all’Italia numerose opere d’arte esportate illegalmente all’estero.

Lo stesso libro di Gentile & Bianchini parla di Siviero, sia pure in maniera marginale rispetto al focus del racconto, in un ulteriore collegamento fra le due pubblicazioni, giacché anche nel testo di Francesca Bottari c’è largo spazio dedicato alla storia del ‘tesoro di Montecassino’.

Ci si imbatte nelle vanità umane: non solo di Siviero, che, quale poeta e scrittore incompreso, probabilmente riteneva questa sua attività una sorta di rivincita intellettuale, ma anche di alcuni giganti del settore dei beni culturali dell’epoca, meschini come omuncoli.

Un gigante senza meschinità è, invece, il protagonista del terzo libro che ha deliziato il mio intelletto. Mentre i due primi libri, casualmente, insistono sullo stesso argomento, (e mi è parso un segno del destino che due persone che non si conoscono fra loro me li abbiano offerti da leggere a tre giorni di distanza), il terzo, a ben analizzarlo, lambisce il tema ma apre nuovi orizzonti.

Ormai mi sono fin troppo sdilinquita, quando evoco i miei ricordi professionali, nelle attestazioni di stima verso colui che è stato il mio amatissimo ed ineguagliato primo datore di lavoro, l’allora presidente del Formez Sergio Zoppi. Per me è stato (ed è) un padre culturale, perché credo che ognuno che abbia una minima sensibilità intellettuale necessiti di un modello di rettitudine e di intelligenza. Non è un pistolotto d’occasione, il mio, e chi mi conosce lo sa. La sua attività di fine saggista ha un’ulteriore tappa nel volume ‘Un singolare senatore a vita – Umberto Zanotti Bianco (1952 – 1963)’ (Rubbettino), un libro appena uscito che fa seguito a quello del 2009 per lo stesso editore ‘Umberto Zanotti Bianco, patriota, educatore e meridionalista’.

In questo caso viene messo a fuoco un periodo aureo dell’attività di questo filantropo, archeologo e apostolo laico italiano, purtroppo dimenticato persino dal ‘suo’ Piemonte, forse perché troppa attenzione aveva dedicato ai selvaggi meridionali.

Zanotti Bianco fu colui che si dedicò anima e corpo ed ogni energia, pur essendo malfermo in salute per una serie di ragioni gravissime che non sto qui a ripetere, al riscatto del Sud, con una insonne opera di denuncia che conobbe il suo zenith nel libro ‘Tra la perduta gente’, diario di una sua permanenza ad Africo Nuovo in condizioni quasi preistoriche, considerate ‘normali’ per quella popolazione.

Tale sua azione di testimonianza, però, era reputata ingombrante dal regime fascista, impegnato a contrabbandare un’immagine dell’Italia come una Nazione sviluppata e all’avanguardia, tant’è che Zanotti Bianco andò incontro alle persecuzioni.

Queste vicende sono narrate con dovizia di particolari nel primo libro; il secondo, sua naturale continuazione, ne mostra l’azione, sempre fervida e alta in seno al Senato, allorché, dopo aver risanato la Croce Rossa Italiana, uscita a pezzi dal conflitto mondiale, giungendo persino ad un duro scontro con l’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu nominato dal Capo dello Stato Luigi Einaudi, di cui era stato brillante allievo all’Università, al laticlavio di Senatore a vita.

Anche in questo ruolo, Zanotti Bianco non si risparmiò nell’apportare il suo ingegno e la sua passione civile, diventando il promotore di leggi in campo di istruzione e cultura che rifondavano tali settori fondamentali a dare slancio alla rinascita post bellica.

Volle, peraltro, incidere anche nella fidelizzazione della società ai temi dei beni culturali, sangue vivo del nostro Paese, fondando qualche anno dopo l’Associazione Italia Nostra.

A ben leggere, però, in filigrana all’attività di Zanotti Bianco, si vede anche un Senato diverso’ da quello che oggi viene considerato un inutile duplicato-zavorra della Camera dei Deputati: il quale, meno ‘affollato’ per membri e composto da persone ‘teoricamente’ (ma, all’epoca, vi erano davvero i Padri della Patria) più ‘strutturate’, può agire con maggiore efficacia e celerità nell’azione legislativa, essendo, oltretutto,  dotato di un regolamento più snello e meno farraginoso.

Una domanda sorge spontanea: e se ad essere abolita fosse la Camera?

 

 

 

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