lunedì, Aprile 19

Luca Palamara racconta dieci anni di spartizioni Penalisti e Magistratura Democratica contro Nicola Gratteri

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L’hanno battezzata ‘Basso profilo’. Non si può dire che chi a scelto questo nome non abbia il senso del grottesco: sia pure per un paio di giorni, l’inchiesta-blitz ha dominato le pagine dei quotidiani e dei notiziari radio-televisivi. Del resto, accade tutti i giorni che sia inquisito per reati gravissimi (affari e contatti con esponenti della ‘ndrangheta), il segretario dell’UDC Lorenzo Cesa, proprio in quelle ore impegnato in una specie di trattativa con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, affannato nella ricerca di qualche decina di parlamentari ‘volenterosi’ per potersi garantire una maggioranza pregiudicata dalla defezione dell’Italia Viva di Matteo Renzi? Poco interessa, ora, vedere come si concluderà questa storia; ci si limita ad osservare che spesso questo tipo di inchieste richiede tempi degni di Matusalemme, e ci concludono con il mortificante topolino partorito dalla montagna. Non è insomma la prima volta che si devono fare tardive e inutili scuse a persone prosciolte perché il fatto non sussiste, o l’ancor più beffarda motivazione: “per non aver commesso il fatto.

  Ai perplessi e dubbiosi circa la tempistica, risponde il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri: “I tempi della politica non c’entrano”. Spiega che l’ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari ha dato il via libera agli arresti a inizio gennaio: “A un anno di distanza dalla nostra richiesta e a sei mesi dall’ultima integrazione. Le elezioni in Calabria erano fissate per il 14 febbraio, avremmo aspettato il 15 per non interferire sulla campagna elettorale, ma poi sono state rinviate ad aprile: non potevo lasciare arresti in sospeso per decine di persone altri tre mesi”. 

   Perbacco! Un’excusatio boomerang: si ammette che in qualche modo si presta attenzione alla situazione politica, alle date,prima di adottare un’iniziativa giudiziaria. Attenzione per forza di cose discrezionale, con tutto quello che significa e comporta; è immaginabile che anche altre procure abbiano questa attenzione. Non piace l’espressione ‘ad orologeria’? Come chiamare allora questa ‘sensibilità’? 

   La lettura delle intercettazioni, con benigna puntualità fornite alla stampa, rivela che i fatti risalgono a molto tempo fa. C’era davvero necessità di procedere a una perquisizione domiciliare nei confronti di Cesa nella pompa magna in cui si è manifestata? Tutto può essere, anche che Cesa conservi nel suo domicilio documentazione compromettente; ma si ammetterà che è piuttosto improbabile: un’offesa all’intelligenza di un politico di lungo corso. Come sia: che esiti ha dato, oltre alla solita documentazione ‘interessante’ (non si sa mai di quale vero interesse)?

   Un’affermazione del dottor Gratteri colpisce: “Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti…Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni”. 

   Affermazione inquietante, che dovrebbe inquietare; che significa: “La storia spiegherà anche queste situazioni”? Lecito interrogarsi se vi siano altre indagini in corso. La domanda ottiene una risposta che può voler dire tutto e il suo contrario: “Su questo non posso rispondere”. Tocca attendere la storia. 

   Un risultato però il dottor Gratteri lo ottiene: mette d’accordo, per una volta, diavolo e acqua santa: Magistratura Democratica, la corrente “progressista” delle toghe, esprime un giudizio severo: Siamo consapevoli di quanto sia importante la libertà di parola dei magistrati, anche quale prezioso strumento di difesa della giurisdizione. Le parole del Procuratore Gratteri, tuttavia, si trasformano nell’esatto contrario e in un rischio per il libero dispiegamento della giurisdizione. Non crediamo che la comunicazione dei Procuratori della Repubblica possa spingersi fino al punto di lasciare intendere che essi siano gli unici depositari della verità, e di evocare l’immagine del giudice che si discosti dalle ipotesi accusatorie come nemico o colluso. Con un tale agire, il Pubblico Ministero dismette il suo ruolo di primo tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali – a partire dal principio di non colpevolezza – e assume quello di parte interessata solo al conseguimento del risultato, lontano dalla cultura della giurisdizione e dall’attenzione all’accertamento conseguito nel processo”.

 La condanna viene anche dal presidente delle Camere Penali Gian Domenico Caiazza:Chiunque abbia avuto modo di occuparsene negli anni, ben oltre le enfatizzazioni mediatiche che sempre le accompagnano, conosce bene, statistiche alla mano, il sistematico ridimensionamento quantitativo e qualitativo delle ipotesi accusatorie che le sorreggono…Di quegli esiti così deludenti per l’accusa…il dottor Gratteriinvoca un prossimo giudizio della Storia, che sarebbe dunque ben diverso da quello descritto nelle sentenze dei Tribunali del Riesame, dei Giudici di primo e di secondo grado e di quelli della Suprema Corte”.

    Non ci fosse stata la crisi di governo, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede avrebbe dovuto presentare la sua relazione sullo stato della giustizia; infarcita da promesse per il futuro prossimo venturo; annunci su investimenti prossimi, risorse che verranno, aumenti di organico, carceri da costruire, e via così.

   Ma al di là delle buone intenzioni (di cui è bene diffidare, se è vero che sono ottimo materiale per lastricare le strade infernali), la ‘fotografia’ del mondo giudiziario (carceri, tribunali, amministrazione della giustizia), è sconfortante, avvilente.

  Gli edifici, le strutture, sono inadeguate e versano in condizioni penose. Chiunque abbia la ventura di mettere piede in una struttura carceraria o in un tribunale ne esce sgomento. L’amministrazione della giustizia da sempre è qualcosa da brivido; con la pandemia in corso, è riuscita nell’impresa impossibile di peggiorare.

  Se si hanno dei nemici che si spera incappino in una disgrazia micidiale, niente di meglio che augurar loro di finire in un qualche procedimento giudiziario, poco importa se civile o penale. La irragionevole durata dei processi si traduce in un danno incalcolabile per tutta la collettività, e incide fortemente sul PIL: gli investitori stranieri sono scoraggiati; quelli italiani, se possono emigrano; comunque si riduce il loro interesse per attività e investimenti nuovi.  

  Se si incappa in un processo penale l’imputato ha la certezza più precisa di un implacabile algoritmo di finire stritolato. Per ottenere giustizia, il cittadino deve attendere anni; per essere messo alla berlina dal circuito mediatico, sono sufficienti una manciata di minuti. Il marchio rimane e anche i pur timidi risarcimenti economici sono dubbi, incerti. Spesso clamorosamente disattesi.

  Da questo punto di vista, una lettura istruttiva può essere il recente “Il sistema”, libro-intervista di un ex potente magistrato, Luca Palamara, con il direttore de “Il GiornaleAlessandro Sallusti. Palamara, radiato nell’ottobre scorso dalla magistratura, ormai ha poco da perdere, e dunque vuota il sacco. Certo, lo fa pro domo sua, ma è comunque lettura istruttiva.

  Si racconta di pressioni politiche, carriere e correnti di potere. Si racconta di come, da oltre dieci anni non c’è nomina che non sia frutto di logiche e accordi spartitori tra le varie “anime” della magistratura con la fattiva complicità dei politici.

   Non stupisce? Certo che no; fa comunque impressione leggere, nero su bianco, come si sono diligentemente e sistematicamente contrattate tutte le nomine degli uffici giudiziari nei corridoi e nelle stanze del Consiglio Superiore della Magistratura e dintorni: Normalmente funziona che se le correnti si accordano su un nome, può candidarsi anche Calamandrei, padre del diritto, ma non avrà alcuna possibilità di essere preso in considerazione”. Palamara, racconta di incontri conviviali, dove tra una portata e l’altra si decidono i vertici dei distretti giudiziari, gli incarichi apicali nella logica che più spartitoria non potrebbe essere. Un libro destinato a sollevare inevitabilmente una quantità di polemiche. Palamara, papale papale, descrive il ruolo giocato nelle nomine di tre vice presidenti del Csm, del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e di come quest’ultimo, oggi presidente del Tribunale Vaticano, abbia influito sulla scelta del capo dei Pubblici Ministeri a Palermo e abbia poi designato i suoi aggiunti nella Capitale.

  Potente, e ora Sansone che muore pur di punire gli odiati Filistei: “Quando ho toccato il cielo, il Sistema ha deciso che dovevo andare all’inferno. Come mai? Delirio di potenza: l’illusione di credersi così forte da poter dettare le regole; l’errore di schierarsi a fianco di Matteo Renzi; che a sua volta commette un errore gravissimo: quello di poter nominare ministro della Giustizia l’attuale capo della procura di Catanzaro  Gratteri  senza il preventivo via libera delle correnti della magistratura. Vero? Verosimile? Messaggi del tipo: “Io so che tu sai che io so”? Lo si capirà dal tono delle polemiche, delle reazioni; dei silenzi.

   Non poteva mancare un capitolo alle vicende giudiziarie che riguardano Silvio Berlusconi e alla caduta del suo governo, nel 2011: “Tutti quelli, colleghi magistrati, importanti leader politici e uomini delle istituzioni molti dei quali tuttora al loro posto, che hanno partecipato con me a tessere questa tela, erano pienamente consapevoli di ciò che stava accadendo.

  Che cos’è dunque, “Il Sistema”?, E’ il potere della magistratura, che non può essere scalfito: tutti coloro che ci hanno provato vengono abbattuti a colpi di sentenze, o magari attraverso un abile cecchino che, alla vigilia di una nomina, fa uscire notizie o intercettazioni sulla vita privata o i legami pericolosi di un magistrato.

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