mercoledì, Giugno 23

Luca De Filippo, attore impegnato nel sociale Intervista a Francesco Somma, Direttore della Fondazione Eduardo De Filippo

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Che cosa ha rappresentato Luca De Filippo come ‘Pulcinella del teatro’ per questo genere artistico e per lo spettacolo dal vivo in generale?

Ha rappresentato certamente la tradizione rinnovata, com’era giusto che fosse poiché figlio di un padre così autorevole in campo teatrale, che aveva segnato canoni precisi innovando proprio la tradizione del testo in dialetto, che poi diventa invece drammaturgia universale. Per certi versi anche il Pulcinella assume connotazioni particolarissime, tant’è vero che Luca come Pulcinella si è cimentato non in testi tradizionali, ma in adattamenti e rifacimenti di testi riveduti o scritti dal padre: penso a ‘Pensieri miei’, che era uno spettacolo portato in scena che rappresentava anche Pulcinella ,ma che sicuramente non apparteneva alla tradizione pulcinellesca, che possiamo immaginare noi legata alla maschera.

 

«Quanto del mondo di Luca De Filippo non ritornerà» (citando il tweet di Vincenzo Salemme) per quanto riguarda il teatro moderno, e quanto invece rimane di tale mentalità e pensiero oggi?

Da direttore della Scuola, egli voleva fortemente che tale istituzione si caratterizzasse anche per l’insegnamento del napoletano: e non già per un vezzo particolare, per un attributo da conferire alla Scuola che la rendesse diversa dalle altre, ma perché voleva attribuire questa connotazione, questa unicità stabilendo che non si perdesse una tradizione non ancorata al passato, né sclerotizzata, ma al passo con il tempo.

 

Come è cambiato oggi ‘fare commedia’ rispetto alle lunghe tournée del passato e rispetto alla fulminea creazione di oggi?

È cambiato relativamente, perché l’Italia rimane un Paese particolare, fatta di ‘cavalcamontagne’, e oggi si viaggia in maniera più comoda, ma sempre si viaggia e, a differenza delle grosse realtà europee, come la Francia, l’Inghilterra, dove le città capitali contengono in sostanza il mondo teatrale, per cui le compagnie nascono e muoiono sempre lì da moltissimi anni, in Italia esiste una rete disseminata di realtà teatrali, che prevedono appunto spostamenti da una all’altra, e ai dieci-quindici giorni in grandi metropoli, come Roma e Milano, fanno da contrappunto gli eventi nelle piccole città di provincia, non meno significativi.

 

Che voleva dire essere un estimatore del ‘gastroshow’ per Luca De Filippo? E tale caratteristica faceva parte del suo personaggio anche quando recitava in teatro, o se ne spogliava per «ricevere dal pubblico un amore» solo suo?

Molto spesso veniva trasferito su di lui l’immaginario che faceva parte della figura del padre, mentre lui, da persona molto ironica qual era, arrivava fino al comico, ma gestito con grande raffinatezza, che non ha nulla a che vedere con i canoni degenerati dell’oggi, dell’attuale comicità da televisione oppure da talent show. E dunque la circostanza conviviale, la buona tavola e il buon vino, contribuivano senz’altro a rendere più piacevole la sua vena comica.

 

Che cosa ha fatto Luca De Filippo per i ragazzi del Filangieri e di Nisida?

Ha fatto in modo di riprendere un discorso che si era interrotto svariati anni fa, esattamente dalla scomparsa del padre. Eduardo fece un intervento straordinario in Senato, portando all’attenzione delle istituzioni quello che era il problema del disagio giovanile, dei ragazzi a rischio e della devianza minorile. A seguito di ciò, la Regione Campania emanò una legge conosciuta popolarmente come ‘Legge Eduardo’, la 41 del 1987, per dare aiuti e risorse a tutti i Comuni che ne facessero richiesta, per programmare interventi e progetti a favore dei ragazzi. Col tempo poi, questa legge è stata un po’ trascurata, quasi dimenticata e mai più finanziata, per cui l’avvio della Fondazione è stato mirato al recupero di tutto questo, e proprio recentemente, giusto un mese fa, a Napoli si è tenuto un Convegno nel Maschio Angioino sui ragazzi a rischio e sui trent’anni persi dalla promulgazione della legge. Naturalmente questo è solo l’avvio di ciò che la Fondazione si propone di continuare a svolgere, per lavorare su queste tematiche e far da pungolo alle istituzioni, affinché si crei un tavolo permanente, una sorta di osservatorio, su un fenomeno sociale che travolge la vita di questi ragazzi emarginati, ed è alimentato da ricerche e proposte che saranno portate all’attenzione delle istituzioni.

 

È stato fatto solo questo per togliere gli adolescenti dallo sfruttamento della camorra e riabilitarli dopo il periodo del carcere?

Oltre a quanto sopra detto, la Fondazione ha preso parte alle celebrazioni per i trent’anni dalla scomparsa di Eduardo: e si consideri che questa ha come obiettivo di preservare sul piano culturale il patrimonio culturale della tradizione non soltanto napoletana e di Eduardo, ma su tutto il fronte teatrale in genere, naturalmente con un’attenzione particolare a quello che è stato realizzato nel corso degli anni in Campania e a Napoli in particolare, ma anche a livello più ampio. Per questo si favoriscono in tal senso anche le pubblicazioni, patrocini vari in tal settore, favorendo anche le risorse economiche a tale riguardo. Siamo inoltre stati vicino alle iniziative giovanili, che hanno promosso e organizzato rassegne, filmometraggi e filmografia, legati a specifici progetti teatrali, con notevole impegno nel sociale e aiutati con piccoli contributi e appunto patrocini. Si è lavorato anche per lo sfruttamento camorristico e riabilitazione dopo il periodo di carcere, ma anche prima del termine di tale detenzione. La cosa più importante è non solo l’esperienza dolorosa e che segna del carcere, ma anche prevenire tale carcerazione, come si è cercato sempre di fare a livello giovanile; con tale prevenzione si attua uno strumento e si cerca nel contempo di evitare che tale ragazzo possa intraprendere tale brutta strada, oppure non arrivi del tutto all’esperienza carceraria.

 

Per quanto riguarda invece il quartiere popolare di Foria, per esempio nel caso del Teatro di San Ferdinando, come si spese per riaprire una scuola d’arte per istruire al ‘duro e selettivo’ lavoro dell’attore quei ragazzi?

La Scuola di san Ferdinando si è aperta come teatro tramite la figura di Eduardo per disponibilità del Teatro Stabile Nazionale, con sede a Napoli, per consentire a tale istituzione di avere tutti i requisiti per essere ente a livello nazionale. La scuola da cui nacque agirà sia all’interno dello stesso Teatro Nazionale sia come sede in disponibilità dal Comune di Napoli di grande prestigio, perché appunto legato e che sfrutta il Museo Nazionale, struttura storica che consentirà la locazione della scuola stessa, poco distante da Piazza Cavour nel quartiere di Foria nella città partenopea. A oggi la composizione sociale del quartiere è molto cambiata dai tempi di Eduardo e di San Ferdinando, mentre la multiculturalità è rimasta. Tale aspetto era molto sentito dal figlio Luca per ipotizzare qualcosa che recuperasse anche l’interazione tra questi nuclei di Napoletani, mettendo essenzialmente a disposizione la sua struttura teatrale, facendola gestire anche da nuclei esterni, cose rimaste essenzialmente allo studio fino a oggi e mai realizzate del tutto. La scomparsa così repentina di Luca De Filippo ci ha messo a dura prova tutti quanti e lasciati come ‘orfani frastornati’: bisogna ora fare mente locale sull’organizzazione e gestione interna e cercare di capire come uscire dal ‘vuoto’ artistico che si è creato, oltre che tirare le fila prima di stilare i nuovi intenti per procedere.

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