domenica, Ottobre 24

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Principale fronte nella lotta tra le autorità egiziane e la minaccia terroristica, il Sinai continua a essere al centro delle operazioni di Esercito e forze dell’ordine contro la rete jihadista che continua a organizzarsi per cercare di destabilizzare ulteriormente il Paese. Area di difficile controllabilità e in perenne conflitto con le istituzioni egiziane, la penisola del Sinai è negli ultimi mesi divenuta un campo di battaglia: gruppi islamisti con varie agende e piani stanno sfruttando il radicato malcontento degli abitanti dei due governatorati del Sinai per ottenere rifugio nei villaggi e confondersi con la cittadinanza, organizzandosi per stabilire un controllo sul territorio e sferrare sanguinosi attacchi nei confronti delle forze dell’ordine.

Negli scorsi giorni, le forze armate egiziane hanno effettuato una serie di operazioni per cercare di “bonificare” dalla presenza jihadista alcune aree nel nord della Penisola. Dieci edifici del centro di Sheikh Zuweyid, villaggio beduino a pochi chilometri dal confine con la Striscia di Gaza, sono stati rasi al suolo e almeno quattro sospetti sono stati arrestati. Il 2 febbraio scorso, le forze armate egiziane hanno lanciato una serie di attacchi aerei nella Penisola del Sinai, uccidendo almeno 13 militanti. L’azione è seguita alla caduta di un elicottero militare nel 25 gennaio scorso in cui hanno perso la vita 5 soldati: membri dell’organizzazione salafita Ansar Bayt al-Maqdis, gruppo jihadista più attivo nella regione, hanno rivendicato l’attacco.

Non è chiara né ben identificabile la struttura di ABaM, gruppo che sta guidando la maggior parte delle azioni terroristiche nella regione del Sinai e anche in parte dell’Egitto e che è stato in passato attivo contro Israele. Secondo alcuni osservatori, i leader del gruppo hanno rivelato nel corso dell’ultimo anno una forte propensione a rivendicare ogni azioni che viene compiuta nella Penisola – inglobando anche cellule terroristiche che agivano in maniera autonoma. Fondato e composto in larga parte da militanti egiziani, il gruppo terrorista ha dichiarato guerra all’Esercito, promettendo che “il sangue degli innocenti martiri egiziani” non sarà scorso invano.

Per cercare di dare una risposta forte all’esplosione delle violenze seguita all’estromissione di Morsi, a luglio scorso l’Esercito egiziano avviò l’Operazione “Desert Storm”: in accordo con la polizia locale, vennero inviati nel Sinai soldati, carri ed elicotteri per sferrare un colpo duro contro l’insorgenza jihadista. Una nuova operazione militare ha inoltre avuto luogo nello scorso settembre: 20mila uomini sono stati mobilitati per colpire nove roccaforti dei miliziani jihadisti. I colpi inferti all’insorgenza con le operazioni su larga scala non sono però bastati a impedire la risposta delle varie cellule armate, che hanno continuato a colpire le autorità tramite imboscate e attentati suicidi. Centinaia le vittime a partire dalla scorsa estate, con una cadenza quasi quotidiana. Negli scorsi 5 mesi, sono stati calcolati 500 attacchi contro l’autorità nella Penisola.

«La violenza jihadista nella scarsamente popolata Penisola del Sinai ha per molti anni dato vita a ciò che molti criticano come un approccio di sicurezza inadeguato da parte dell’esercito egiziano, oltre che a decenni di negligenza nei confronti della popolazione principalmente beduina da parte del governo del Cairo» ha scritto sul ‘Financial Times’ il reporter Borzou Daragahi. «Gli esperti sostengono che la strategia e le tattiche contro i gruppi stiano favorendo le sue operazioni per il reclutamento. Il governo confonde ABM con la Fratellanza, nonostante le scarse prove e la ripetuta condanna delle violenze da parte di quest’ultima. Le forze di sicurezza hanno lanciato violente campagne contro la Fratellanza, descritta come un gruppo terrorista, invece che concentrare i propri sforzi sul gruppo jihadista che continua a crescere a livello transnazionale».

Le politiche attuate dall’Esercito e dal Governo egiziano nella regione del Sinai sono state oggetto di severe critiche nel corso degli anni. Una storia di negligenza nei confronti della popolazione locale e di uso del pugno di ferro da parte delle forze armate hanno causato la progressiva crescita del malcontento nella regione. Una serie di errori nella gestione delle strategie militari per combattere i gruppi radicali hanno spinto i critici a sostenere che la battaglia contro i gruppi islamisti abbiano finito per favorire gli stessi militanti jihadisti. Nei villaggi abbandonati del Sinai settentrionale, gli abitanti si trovano frequentemente schiacciati all’interno di un conflitto combattuto sulla loro pelle.

Sul ‘New York Times’ del 5 febbraio, i due giornalisti Eric Schmitt e David Kirkpatrick hanno cercato di definire quali prospettive si aprano per il conflitto tra autorità egiziane e organizzazioni jihadiste. Schmitt e Kirkpatrick hanno avanzato l’ipotesi che dietro la recente escalation nel conflitto tra autorità egiziane e organizzazioni jihadiste si nasconda una confluenza in terra egiziana di militanti provenienti da altri fronti di battaglia, tra cui Siria e Iraq. «Gruppi terroristici internazionali come al-Qaeda e ISIS hanno iniziato a chiamare i musulmani da dentro e fuori l’Egitto a prendere le armi contro il Governo» scrivono i giornalisti del NYT. «Ora un crescente numero di jihadisti egiziani dotati di esperienza stanno rispondendo a quella chiamata, spesso sotto il vessillo di gruppi militanti radicati nel Sinai come Ansar Bayt al-Maqdis, stando a Stati Uniti e a ufficiali egiziani coinvolti in operazioni controterroristiche. Almeno due egiziani che sono tornati dal combattimento in Siria si sono già uccisi come bombardatori suicidi, stando alle biografie rilasciate dal gruppo stesso».

Il ritorno in patria di jihadisti addestrati e formati all’estero rischia di trasformare l’Egitto in un campo di battaglia internazionale. La grave polarizzazione ed estremizzazione del conflitto in corso nel Paese sta rendendo l’Egitto territorio fertile per la guerra santa. Qualora l’eventualità descritta dai due inviati del NYT si concretizzasse, un nuovo flusso di ideologia jihadista ed expertise tecnica rischierebbe di destabilizzare definitivamente lo Stato, aprendo una nuova fase per il Nordafrica.

 

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