domenica, Ottobre 24

Lotta alle droghe, l'ONU cambia strategia? field_506ffb1d3dbe2

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Droghe Onu

San Paolo – In questi giorni la Commissione per le droghe narcotiche delle Nazioni Unite (UN/CND), responsabile per il coordinamento e l’implementazione nella lotta al commercio e al consumo degli stupefacenti, si è riunita per aggiornare le proprie strategie a livello nazionale e internazionale. Normalmente le riunioni della Commissione non sono pubbliche, ma il Drug Policy Consortium, che riunisce numerose ONG ed esperti di settore favorevoli a una riforma delle politiche incentrata su cure mediche e protezione delle vittime del traffico, piuttosto che sulla repressione del consumo, sta offrendo una copertura esaustiva del dibattito tramite un apposito blog. Un utile strumento per ripassare il ‘diplomatichese’, e farsi un’idea delle posizioni dei singoli Stati.

Andando a sbirciare gli interventi dei rappresentanti delle nazioni coinvolte (anche se siamo solo all’inizio dei lavori), appare chiaro come ci sia una netta spaccatura in sede di Commissione, che vede contrapposti Stati che hanno un’affermata tradizione di tolleranza a livello penale, come il Portogallo e l’Uruguay, e altri, come Russia, Est e Sudest asiatico in cui i diritti dei consumatori di droghe sono inesistenti e i cui codici penali prevedono persino la pena di morte per i reati connessi. Proprio la pena di morte ha tenuto banco nel corso delle riunioni, offrendo un buon esempio dell’enorme gap presente a livello culturale sul tema dei diritti umani. Nonostante i rappresentanti delle nazioni europee e latino-americane abbiano fatto numerosi richiami alla necessità di eliminare la pena capitale nella lotta alle droghe, i Governi additati hanno, come sempre, rispedito al mittente il richiamo a una maggiore tolleranza.

Nel mezzo stanno nazioni che puniscono con meno severità i crimini connessi alle droghe, e pur avendo al loro interno un ampio fronte disponibile a ridiscutere mezzi e strumenti, appaiono ancora lontani da un drastico cambio di politiche. Emblematico è il caso degli USA, dove l’autonomia federale ha portato alcuni Stati (Washington e Colorado) a legalizzare la cannabis per uso ricreativo, mettendo in difficoltà il Governo di Barack Obama, che continua ad attenersi ai dettami della war on drugs iniziata negli anni 60 proprio dagli Stati Uniti.

Alcuni segnali, del resto, mostrano come la Casa Bianca non sia insensibile al tema. È assai probabile che, su proposta del Ministro della giustizia Eric H. Holder Jr, si proceda a un abbassamento dei tempi di reclusione per chi ha commesso crimini non violenti legati allo spaccio e alla rimozione delle sentenze minime obbligatorie. Una riforma che aiuterebbe anche a svuotare le affollatissime carceri americane, la cui popolazione è per gran parte rinchiusa per spaccio o consumo di stupefacenti.

Questa frammentazione sugli strumenti tra gli Stati che compongono la Commissione si riflette sulle rispettive legislazioni e rende inattuabile una svolta concertata a livello globale. Si lascia così inevitabilmente ai singoli blocchi regionali, se non alle singole nazioni, la libertà di manovra nell’avvicinarsi al problema, pur nell’ambito della cornice rappresentata dai Trattati Internazionali in materia, che fanno capo alla Convenzione sulle droghe narcotiche datata 1961 e a cui aderiscono quasi tutte le nazioni del globo. Nonostante, come già detto, ci sia un vasto fronte che spinge per una riforma complessiva, a partire dalla Global Commission on Drug Policy, un gruppo transnazionale piuttosto autorevole, di cui fanno parte Kofi Annan, Paul Volcker e Richard Branson, oltre ad ex presidenti di alcuni Stati latino-americani, come l’ex Capo di Stato brasiliano Henrique Cardoso. Già all’ultimo World Economic Forum di Davos avevano fatto sentire la propria voce.

Ad ogni modo, c’è una particolare attesa che circonda questo round viennese, dato che il blocco progressista non mancherà di mettere in discussione l’eccessivo impegno repressivo e le misure proibizioniste, specialmente ora che l’Ufficio dell’ONU contro la droga e il crimine ha pubblicato uno studio che dimostra (come se già non si sapesse) che sia la domanda di stupefacenti che il numero di consumatori non è variato, a dispetto degli sforzi prodotti.

Questo anche alla luce degli obiettivi che gli Stati membri della CND si prefiggevano a partire dal 2009, cioè ridurre o eliminare l’offerta e la domanda di droghe nel corso di un decennio. Una dichiarazione che suona piuttosto assurda non solo alla luce dei risultati pressochè nulli, ma anche per il fatto che, nel frattempo, i casi di legalizzazioni e depenalizzazioni avvenute nel 2013 rendono piuttosto stridente il richiamo alla soppressione dell’offerta.

Si era già detto degli States, ma gli occhi sono naturalmente fissi sull’Uruguay, che ha recentemente approvato una legge che affida allo Stato, attraverso un’Agenzia apposita, la produzione e il commercio di marijuana. Una mossa che ha inevitabilmente generato critiche e plausi in ugual misura, e che fornirà agli esperti numerose risposte, con il passare del tempo, sull’efficacia della legalizzazione condotta secondo questi schemi. La piccola nazione di José Mujica ha sì adottato una legislazione pionieristica al pari di Washington e Colorado, ma dato che si tratta di uno Stato sudamericano immerso nei flussi di commerci illegali che arrivano da Argentina, Paraguay e Brasile, la pressione risulta decisamente maggiore.

Nonostante le aperture generalizzate, c’è dunque molta cautela sul caso uruguayano in sede ONU. La Commissione ha già osservato come la nuova legge voluta da Montevideo viola il Trattato del 1961, che ne permette l’uso solo per scopi medici e di ricerca, non per quelli creativi.

Parlandone, il Direttore esecutivo dell’ufficio dell’ONU contro le droghe e il crimine, il russo Yuri Fedotov, ha rimarcato che ‘la legalizzazione non è la soluzione al problema delle droghe’. L’Uruguay sembra perciò essere, paradossalmente, un caso fin troppo progressista per potersi ergere a difensore di politiche riformiste. Un fatto di cui gli stessi uruguayani sembrano essere consapevoli. Anch’egli presente a Vienna, il Presidente della Giunta nazionale sulle droghe, Diego Cánepa, ha difeso l’esperimento del suo Paese sulla base della sovranità nazionale, ma ha anche sottolineato con fermezza come l’Uruguay non voglia proporsi come un modello da seguire.

Al di là del caso uruguayano, sembra dunque che il paradigma si stia spostando verso la cura medica e la depenalizzazione, almeno a livello di raccomandazioni, confermando un trend già avviato. I diritti umani sono sempre più al centro del dibattito sulla lotta al traffico di stupefacenti. Lo dimostra la raccomandazione della Commissione Interamericana dei diritti umani, che ha ancora una volta ricordato il terribile impatto che la war on drugs ha causato sulle popolazioni degli Stati produttori.

Questo mutamento di intenti non sarà certamente accettato dagli Stati mediorientali, asiatici e dalla Russia, ma testimonia una rottura della coesione di fondo che animava la comunità internazionale su questa tematica. Spaccatura che, se da un lato impedisce un largo consenso e potrebbe portare a una diminuzione delle azioni coordinate su scala globale, dall’altro permette a chi si incamminerà sul percorso delle riforme, di farlo senza troppi ostacoli. In fondo, la stessa Convenzione del 1961 non impedisce, di per sé, l’attuazione di depenalizzazioni, permettendo di restare nel framework del diritto convenzionale. Quando anche gli USA prenderanno posizione dando coerenza al quadro legislativo federale/statale, la war on drugs potrebbe chiudere i battenti.

 

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