martedì, Aprile 20

Lotta al terrorismo: “Unità per un’azione globale”

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L’esplosione mortale di Wagah, una città del Pakistan al confine con l’India, che ha ucciso più di 60 persone e ha causato più di 100 feriti, ha dimostrato ancora una volta la furia del terrorismo nel subcontinente indiano.
Mentre molti  in Pakistan credevano che i Ranger Pakistani fossero l’obiettivo dell’aggressore suicida, gli esperti in India sospettano che l’attentatore avesse l’India in mente. Chiunque fosse il reale obiettivo, l’attacco nella sua forma più crudele era certamente un avvertimento per entrambe le nazioni.
Vedendo il confine di Wagah come un ‘obiettivo debole’ per i terroristi, l’unico posto in cui India e Pakistan mostrano qualche tipo di interazione cooperativa, il Maggiore Generale Rashid Qureshi, ex portavoce dell’esercito Pakistano e assistente stretto dell’ex Presidente Pervez Musharraf, dice «Penso che questo atto di terrorismo abbia il duplice scopo di piazzare il seme della discordia nelle menti dei pakistani così come in quelle degli indiani, perché dal momento in cui vedi avvenire un tale atto così vicino ai tuoi confini, diventi almeno un po’ apprensivo».
Mentre l’India è già preoccupata riguardo il problema fin da quando il leader di Al Qaeda al-Zawahri, con il rilascio di un video, ha annunciato di voler espandere le proprie attività terroristiche jihadiste, le notizie riguardo l’aumento della presenza dello Stato Islamico IS, o anche Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria ISIS, in Pakistan hanno espanso il problema a molte nazioni del Sud Asia e ai loro vicini.
«Lo sviluppo era visto come un tentativo da parte dei simpatizzanti dell’IS di espandere i confini ideologici dell’organizzazione letale jihadista al Pakistan dopo aver esteso la sua area di influenza al Medio Oriente», sostiene Amir Mir del ‘The News’, Pakistan.
«Così come l’ideologia radicale dell’IS ha trovato risonanza in Pakistan, un numero di gruppi jihadisti ha già annunciato il proprio supporto nei suoi confronti. Un altro gruppo jihadista precedentemente poco conosciuto, Tehreek-e-Khilafat, che era parte del Pakistani Taliban, è stato il primo a promettere lealtà ad Abu Bakar Baghdadi il 12 luglio 2014 mentre giurava di alzare la bandiera dell’IS nel Sud Asia», aggiunge Mir.
L’ascesa dell’ISIS nel subcontinente non è solo un problema per l’India, il Pakistan e altre nazioni sud asiatiche, ma è anche visto come una minaccia per la Cina e per molti altri paesi che Al-Baghdadi vede come nemici della fede islamica.
Sostenendo che «I diritti dei musulmani si sono forzatamente impadroniti di Cina, Palestina, Somalia, Penisola Araba, Caucaso, Sham (il Levante), Egitto, Iraq, Indonesia, Afghanistan, Filippine, Ahvaz, Iran (dai Rafidah, Sciiti), Pakistan, Tunisia, Libia, Algeria e Marocco, ad est e ad ovest», il leader dell’IS Al-Baghdadi fa appello ai sostenitori dell’Islam di imbracciare le armi e «terrorizzare i nemici».
«Wu Sike, inviato speciale cinese in Medio Oriente, ha recentemente osservato che circa 100 cittadini cinesi potrebbero combattere per l’IS; molti dei quali, se non tutti, sono Uiguri dello Xinjiang, regione cinese dominata da musulmani», sostiene Rajeev Sharma, consulente editoriale del quotidiano online ‘Firstpost’, che aggiunge «Niente turba i cinesi quanto il parlare concretamente di terrorismo in Cina, particolarmente il genere di terrorismo jihadista, viste le preoccupazioni di Pechino riguardo lo Xinjiang. Perciò, l’ascesa e la diffusione dell’IS in Pakistan dovrebbe preoccupare più la Cina che l’India».
Non è solo il problema della sicurezza, ma le conseguenze economiche del terrorismo danno senso alle preoccupazioni dell’Asia per i due maggiori poteri economici.
Secondo il documento “La strategia antiterroristica è un buon acquisto in termini economici?”, pubblicato dalla NATO nell’aprile del 2008, «Ogni dollaro speso dai terroristi per i bombardamenti ai trasporti londinesi nel giugno del 2005 ha ottenuto lo stupefacente risarcimento di 1.270.000 dollari, la stima del danno di 2,5 bilioni di dollari deriva da un’operazione che ne costa solo 2.000».
Secondo l’Indice della Pace Globale del 2014, «L’impatto economico del contenimento e dei rapporti con le conseguenze delle violenze del 2013 ammontava significativamente a 9,8 trilioni di dollari all’anno, ovvero l’11,3% del PIL globale».
Mentre la lotta al terrorismo è emersa come la sfida più grande, gli esperti come il dottor Chandra Muzaffar, Presidente del Movimento Internazionale per un Mondo Giusto JUST della Malesia, per il fallimento incolpano i due pesi e le due misure adottate dalle potenze occidentali.
«Molti gruppi armati in Iraq in diversi momenti durante l’occupazione del paese guidata dagli Stati Uniti hanno ricevuto, si sostiene, anche assistenza materiale dai paesi nella regione e dagli Stati Uniti. E’ una cosa nota che gli Stati Uniti sotto Ronald Reagan hanno dato un enorme aiuto finanziario e militare ai cosiddetti gruppi ‘jihadisti’ nella lotta contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Gli Stati Uniti hanno spesso perdonato atti di terrorismo perpetrati dal proprio alleato più vicino, Israele, contro i palestinesi e altri arabi», osserva Muzaffar ed aggiunge «Quello che ciò dimostra è che c’è terrorismo che è perdonato e terrorismo che è condannato dalle potenze occidentali e da altri stati. Se la violenza è al servizio dei loro interessi, è accettabile. Se non lo è, i militanti vengono presi di mira. In altre parole, ci sono ‘terroristi buoni’ e ‘terroristi cattivi’».
«Non c’è nessun terrorismo buono o terrorismo cattivo. Il terrorismo non ha confini o paesi», ha detto il Primo Ministro indiano Narendra Modi durante una sua visita negli Stati Uniti, mentre enfatizzava sulla necessità di prendere seriamente la sfida del terrorismo.
«Dal momento in cui le minacce e gli atti di terrorismo hanno preso una nuova dimensione per gli affari internazionali e per la sicurezza globale, c’è bisogno di nuove capacità operazionali per ottenere un cambiamento», sostiene il professor Stephen Sloan dell’Università dell’Oklahoma.
Sottolineando la necessità di «un’unità per un’azione globale», il professor Sloan spera che «un tale obiettivo possa essere raggiunto se la ‘lunga guerra’ contro il terrorismo sarà realizzata».

 

Traduzione a cura di Sara Merlino

 

 

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