martedì, Settembre 28

Lotta al terrorismo, nuovi passi avanti field_506ffb1d3dbe2

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Torna a scaldarsi il confine tunisino-algerino, sede di traffici di armi, merci di contrabbando e di ideologia jihadista che stanno destabilizzando il Maghreb e, su scala più ampia, l’intero Medio Oriente. Le Forze dell’ordine tunisine, sull’onda del maggior impegno garantito dal Primo Ministro tunisino Mehdi Jomaa e dal suo Governo, hanno messo a segno un nuovo colpo nella propria azione di contrasto all’estremismo salafita, rivelando un alto grado di determinazione nella battaglia contro le forze criminali che controllano le ampie zone desertiche ai margini dei vari Stati della regione.

Nella mattinata di lunedì 17 marzo, tre uomini armati sono stati uccisi nel corso di uno scontro a fuoco con le autorità tunisine a Jendouba, nel Nord-ovest del Paese, lungo l’instabile confine con l’Algeria. L’azione delle forze anti-terrorismo è iniziata all’alba, in seguito a un raid su un presunto covo jihadista ai margini del centro abitato. Sei ufficiali delle forze di sicurezza sarebbero rimasti feriti nel corso dell’azione.  Secondo quanto riportato dal portale d’informazione ‘Magharebia’, il portavoce del Ministro degli Interni Mohamed Ali Aroui ha affermato che i tre militanti uccisi erano responsabili di un’azione terrorista dello scorso febbraio in cui quattro persone rimasero uccise. La scorsa settimana, anche in Algeria le Forze di sicurezza hanno colpito duramente una cellula terrorista nella regione della Cabilia. Secondo l’agenzia di stampa pubblica algerina, una delle vittime sarebbe stato un membro importante di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), Cherif Boualem. Il quarantenne Boualem avrebbe intrapreso il proprio percorso nel jihadismo ai tempi della guerra civile algerina negli anni Novanta.

Nonostante gli alti rischi ancora corsi dalle autorità algerine e i timori per una crescita del fenomeno jihadista nel Paese, negli ultimi mesi continuano ad arrivare segnali positivi nell’ambito della lotta all’estremismo nel Paese. Il 4 febbraio scorso, la polizia tunisina ha condotto un attacco contro una base islamista alle porte di Tunisi, nel distretto di Raoued. L’azione ha portato all’uccisione di 7 militanti asserragliati in un deposito di armi: tra di loro era presente Kamel Ghadghadi, ritenuto un esponente di spicco di Ansar al-Sharia. «Ghadghadi è tra le vittime» ha reso noto in seguito all’azione il Ministro dell’Interno Lotfi Ben Jeddou, confermato al suo posto anche in seguito all’arrivo di Jomaa. «Questo è il miglior regalo per tutti i tunisini a un anno di distanza dall’uccisione di Belaid».

Sviluppatosi negli ultimi anni principalmente attorno all’organizzazione salafita Ansar al-Sharia in Tunisia e alle predicazioni incendiarie del suo emiro Seifullah Ben Hassine, alias Abou Iyadh, il fenomeno estremista continua a crescere a Tunisi. Gli omicidi di due esponenti della sinistra laica nel corso del 2013, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, hanno portato l’intera Tunisia nel caos, contribuendo al naufragio delle due esperienze di Governo del partito islamista Ennahda. Qualora Mehdi Jomaa non riuscisse e contenere la minaccia proveniente dagli ambienti jihadisti, è concreto il rischio di un nuovo deterioramento della situazione politica interna.

Nel tentativo di porre un limite alla proliferazione di ideologia jihadista nel Paese, le autorità tunisine hanno nelle scorse settimane cercato di porre sotto controllo la crescita del numero di moschee in cui esercitano imam clandestini. Secondo quanto afferma sempre il Portavoce del Ministero degli Interni, il Signor Aroui, sono oltre mille le moschee in cui, in seguito alla Rivoluzione tunisina, la regolare predicazione viene effettuata da elementi vicini al fondamentalismo. «Gli imam appuntati dal Ministero degli Affari Religiosi sono stati allontanati, con l’accusa di essere rappresentanti dei regnanti del vecchio regime. […] Chiamano anche alla jihad in Siria e cercano di spargere idee estremiste provenienti da fuori all’interno della società tunisina».

Intervistato da ‘Magharebia’, l’ex ufficiale militare ed esperto di sicurezza tunisino Mohamed Salah el-Hadri si è espresso in merito ai progressi compiuti dalle Forze di sicurezza tunisine nel controllo della minaccia terrorista in Tunisia: «In aggiunta al lavoro sul territorio compiuto tramite bombardamenti remoti e poi operazioni di setaccio, ci sono operazioni di intelligence che vanno potenziate e rese più efficaci, di modo che il nostro Esercito possa ottenere informazioni accurate su questi terroristi per fare pressione, mettere sotto assedio e quindi arrestarli sia in città che in terreni bradi. Gli errori passati sono stati aggiustati sviluppando l’attività di intelligence, indebolitasi in seguito alla rivoluzione. Dobbiamo anche cooperare con il mondo esterno per combattere il terrorismo: è necessario cooperare con le nazioni vicine, come Algeria e Libia, oltre che Paesi che hanno esperienza nell’affrontare il terrorismo, come Stati Uniti, Francia e Germania».

Nonostante i progressi compiuti dal nuovo esecutivo tunisino, i rischi legati al potenziamento di una minaccia terroristica nel Nordafrica possono essere quindi affrontati solo tramite il sostegno reciproco tra i vari Stati coinvolti. In tale chiave, crea allarme la debolezza delle istituzioni del vicino libico, dove milizie locali operano a stretto contatto con gruppi jihadisti, condividendo armi, basi logistiche e offrendosi riparo a vicenda.

«La Tunisia ha comunque l’abilità per affrontare le sfide» conclude el-Hadri «E sono ottimista riguardo le possibilità di sradicare definitivamente il terrorismo. Ci saranno ulteriori perdite, come ce ne devono essere in qualsiasi guerra al terrorismo. Ma alla fine prevarremo. C’è una relazione tra gli sviluppi politici e nella sicurezza nel senso comprensivo del mondo. Più è instabile la situazione politica, più è forte il terrorismo. La situazione può migliorare solo ora che le diverse parti hanno raggiunto un accordo sul nuovo governo».

 

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