giovedì, Maggio 6

L'oscura Chiara Chiara Rizzo, femme fatale per Claudio Scajola, ed il suo réseau di vicende dinastiche

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Cherchez la femme.  Come in una pochade di Feydeau o in quella classica di Fernand Crommelinck  –Le cocu magnifique- si sta dipanando sotto i nostri occhi, fra la Riviera dei fiori, la Costa Azzurra e Dubai una vicenda che conferma come noi fanatiche dell’emancipazione femminile siamo delle utopiste con poche speranze di redenzione.

Protagonisti due uomini e una donna che si palleggia fra i due. Il classico Isso, Essa e o Malamente, dove, per quest’ultima parte, fra i due, è una bella gara. Entrambi hanno la mascella squadrata e rincagnata; entrambi sono figli lanciati da una carriera paterna che li ha foderati di un bel po’ di quattrini e immesso in loro la convinzione che anche le leggi devono piegarsi alle proprie convenienze.

L’origine ligure di uno dei due probabilmente ne spiega come mai da un lato utilizzi i privilegi concessigli da un suo trascorso ruolo ministeriale, senza mai mettere le mani nella propria tasca, (ma mettendole nelle nostre, con l’uso di scorte e auto di servizio); dall’altro, la segretaria sia esattrice persino dalla concupita, tant’è che la Procura di Reggio Calabria vanta nel suo book d’indagine anche la foto di Essa che ammolla un po’ d’argent alla collaboratrice di Isso/’o Malamente (assegnate voi le parti). E, quando la seduttiva batte cassa, lui non apre signorilmente il portafoglio, suvvia!, ma sottopone il pagamento all’alea di un’eventuale candidatura alle Europee (per fortuna sfumata).

E’ molto divertente parlare per mezze parole, perché ormai di questa tenebrosa vicenda ne sono pieni i giornali, i siti, i tg, con un susseguirsi di fatti che ne fanno una telenovela in piena regola, dunque, essere sibillini è più che altro un gioco.    

Una telenovela, che, però, intreccia molte cose, dai grembiulini, che però sembrarono essersi accorti dell’inaffidabilità del bamboccione – e lo mollarono -, risposato a costei che ha il santo nome di Chiara, ma pare piuttosto concentrata sulla sua venustà e sull’amministrazione dei beni di famiglia. Un punto di avanzamento per lei, poiché il defunto padre del latitante pare che avesse lasciato il controllo del patrimonio a sua moglie, ora agli arresti domiciliari, ex miss Italia di scarsi studi, devota al marito a cui doveva tutto, compreso il titolo di miss Italia e la partecipazione – non vittoriosa – ad un concorso di Miss Universo a Londra.

Ciò proprio per evitare che i due figli, Amedeo (come lui) Gennaro (come il nonno paterno) ed Elio (come il fratello del patriarca) potessero dilapidare il patrimonio implementato da lui, che già nasceva ricco, frutto di fortunati investimenti edilizi (il mitico Parco Fiamma di Reggio Calabria, dal nome della figlia di primo letto, sposata con un famoso e nobile dirigente della BNL), di una fortuna immobiliare su Napoli, Roma e altrove ereditata dalla propria madre, Filomena Salsi, rampolla di un famoso costruttore, e il ricavato della vendita della sua quota della società di navigazione Caronte.

Fu proprio lui, Amedeo senior, laureato in Medicina e dotato di un buon fiuto per gli affari, a stabilire un proprio avamposto a Montecarlo; fu lui a farsi anche un po’ di carcere per essere stato fra i fomentatori della famosa ribellione di Reggio Calabria al grido di ‘Boia chi molla!”, che, agli occhi dei suoi concittadini era quasi un titolo al merito.

Leggendaria la Rolls Royce Silver Shadow con cui circolava nei primi anni del boom economico. Fu anche uno dei primi italiani a ottenere il divorzio, all’entrata in vigore, nel 1970, della Legge Fortuna – Baslini, fatto che gli consentì di regolarizzare sia l’unione con la sua Miss, sia la situazione anagrafica dei suoi due figli nati da questa nuova unione.

Ed ora appare lei, Madame Chiara. Anzi, appare circa 17 anni fa, dopo che l’erede di casa, che mai aveva brillato per profitto scolastico, ma usava i soldi di Papà per fare il play boy, dopo l’annullamento di un primo, nebuloso matrimonio e la fine dell’unione con una famosa Signorina Buonasera, (da cui aveva anche avuto un figlio, sempre trascurato), incontra a Panarea questa messinese moglie di un professionista, da cui aveva già avuto una figlia.

Chiara, appunto. Un approdo sempre gradito alla famiglia, Panarea: i vecchi dell’isola ancora ricordano il veliero con le vele nere Taitù con cui arrivava il patriarca, in un’atmosfera di charme decadente, un pochino dannunziana.

Quasi buffo quanto sia stata nevralgica la città di Messina per padre e figlio: il primo s’inventò la società di traghettamento una volta che, a causa del disservizio dei vecchi ferryboat delle Ferrovie dello Stato, arrivò in ritardo ad un affaire du coeur con una dama messinese: urgeva un collegamento più efficiente e, dunque, il business era lì a portata di mano; il figlio, invece, ha trovato la sua seconda moglie proprio a Messina, una ex miss (così dicono, sarà tradizione di famiglia) che sa manipolare uomini (soprattutto) e cose.

Buffo del tutto che a nessuno sia venuto in mente che, alla vicenda rocambolesca del rampollo ex Caronte, sia parallela la storia di Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina, deputato PD, nipote del potentissimo politico degli anni post bellici e più avanti, Nino Gullotti e socio, sia pure di minoranza, e non si sa fino a quando, della società armatrice dei traghetti, che ha unito le due dinastie armatoriali locali dopo la liquidazione dalla Caronte del padre del latitante – cameriere di Dubai. Oggi anche Genovese è in limine carcerario, visto che la Giunta della Camera, col voto favorevole anche del PD, ha detto sì al suo arresto per una storia di corruzione (ari eccola) su un giro di corsi regionali.

In tutto questa riedizione di saga familiare, ora il timone – usiamo un’espressione navale – ce l’ha lei, l’abile Chiara, che ‘aveva soggiogato’ (è il termine usato dai magistrati) un uomo rude e roccioso come Claudio Scajola, civettando anche con un consulente finanziario che doveva aiutarla a giostrare il patrimonio in maniera da sfuggire alle unghiute aspettative del Fisco.

Dalle sabbie di Dubai, il marito, mancato immigrato in Libano – il Paese dei cedri è di moda – rappresenta la solita boutade della vittima. Ma come, condannato a 5 anni in via definitiva in Cassazione, rivendica che la sua famiglia, che risulta impegnata a mestare nella maniera più spregiudicata per evitargli il carcere per il quale è stato ritenuto colpevole, è perseguitata. Incredibile!

Un vero schiaffo all’onestà dei tanti che non si sono alleati con le ‘ndrine; che non vivono in asili dorati in Avenue Princesse Charlotte a Montecarlo; che non si separano per finta, per farla in barba al fisco; che non si alleano con politici corrotti e maneggioni, già ex ministri e che non hanno mai percorso la via della tracotanza e dell’imbroglio. Una telenovela, dicevamo: e mi sa che siamo solo alle prime puntate.

 

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