mercoledì, Ottobre 20

L'orto di Marte

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Supponiamo che un equipaggio arrivi sul quarto pianeta del sistema solare: dovrà trattenersi tra le rocce arrossate dal sole fino alla prossima congiunzione favorevole per comprendere le prime basilarità di un nuovo mondo (l’espressione calza a pennello!) e poi tornarsene a casa. O restare, ma questo è ancora prematuro.

Per le spedizioni occorrerà concretizzare un sistema che consenta la trasformazione dell’atmosfera rarefatta e ricca di polveri con una più consona a quella della vita dell’uomo. Per adesso si parla di impiantare calotte protettive: sono prematuri altri progetti. Nonostante la rarefazione e le temperature medie superficiali piuttosto basse, la vita non sarà impossibile. Le soluzioni sono studiate da tempo. Aurora è una roadmap dell’Agenzia Spaziale Europea, di cui fanno parte le missioni robotiche avanzate che vanno sotto il nome di MREP (Mars Robotic Exploration Program): programmi che devono caratterizzare ambiente e/o superficie marziana in preparazione alle missioni umane e che rappresentano il punto di arrivo degli attuali percorsi di esplorazione spaziale tramite punti intermedi come l’ambiente cislunare, la Luna o gli asteroidi a seconda della visione delle varie agenzie competenti.

E’ solo questione di trovare i soldi per ralizzare i progetti. Il costo per mettere a punto una missione umana su Marte dovrebbe essere di circa 500 miliardi di dollari! Una cifra così impegnativa impone la raccolta di risorse in tutto il mondo che prima di tutto dovrà accordarsi per impiegarle. Ma poi sorge un altro problema, come è stato fatto presente da diversi autori, uno tra tutti lo scienziato italiano Giovanni Bignami.

 

UNA COLONIA UMANA

Dalla rivoluzione industriale, che si data alla metà del XVIII secolo, i progressi della medicina e l’aumento della qualità della vita nei paesi sviluppati hanno portato a un sostanziale aumento demografico; la peste nera, che colpì nel corso del XIV secolo il mondo allora conosciuto, ridusse presumibilmente la popolazione umana da 450 a 350-375 milioni di abitanti. In altri momenti potremo fare considerazioni scientifiche o sociali o meglio ancora umane. Fatto sta che oggi sul nostro pianeta siamo oltre sette miliardi di abitanti e a fine secolo si potrebbero toccare le due cifre. Un dato che sarà indubbiamente una molla di espansione importante verso l’esterno. Ma non fu solo una motivazione del genere, pur con le dovute proporzioni, che alla fine del XV secolo spinse un marinaio italiano a aprire la strada oltre Gibilterra per cercare nuove terre e nemmeno Dante Alighieri, nella sua immaginazione pensò il suo Ulisse solo come un arido speculatore.

Il gusto per l’avventura è primordiale nella natura umana. Questa voglia di consapevolezza si testimonia addirittura a 800 mila anni fa, quando i nostri progenitori Pongidi lasciarono il Gauteng, quella regione a nord-ovest di Johannesburg che nel 1999 l’Unesco ha classificato Culla dell’umanità. Ma la definizione è più antica: lo scienziato russo Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij, a fine Ottocento in proposito definì la Terra solo un lettino d’infanzia, affermando che «non si può vivere per sempre in una culla». Però, per avere vita in un nuovo terreno, che ancora non si sa quanto sia acido o salato, occorre riportare alcune condizioni essenziali che permettano un ripristino di habitat strutturali compatibili con i bisogni umani, dunque occorre che gli humus marziani debbano essere bonificati e fertilizzati per favorire l’avvio della catena alimentare umana e animale.

Si tratta di un lavoro complesso che pretenderà l’impiego di un personale preparato per affrontare i viaggi spaziali, ma una volta impiantati su Marte, ecco l’opinione di Bignami, gli astronauti dovranno tralasciare la cibernetica per iniziare a svolgere il lavoro agrario di base. Nulla di grave se non fosse che i pionieri non potranno contare troppo né su forza animale, né su azioni meccaniche perché il costo di trasporto per l’una o l’altra entità sarebbe impensabile. Dunque, l’insediamento in un pianeta inizia con un paradosso e sarà molto più audace di quello affrontato dai coloni europei che si trasferirono nelle Americhe. Inoltre il Nuovo Continente era già popolato da indigeni e animali che da da millenni stavano metabolizzando i suoli con la loro presenza.

C’è tuttavia la consolazione che il neomarziano potrebbe essere vicino al modello di Jean-Jacques Rousseau che con il mito del buon selvaggio vedeva un’umanità felice e spensierata immersa nella natura primigenia. Oggi tuttavia la scienza e l’industria stanno elaborando dei piani per favorire la fertilizzazione in condizioni diverse da quelle abituali, con colture idroponiche e aereoponiche (elementi naturali fortemente arricchiti di sostanze nutritive). Sulla Stazione Spaziale da tempo si sperimentano coltivazioni in assenza di gravità –studi assai utili per verificare le opportunità di produrre cibi freschi in viaggio- ma ancora non si hanno dati affidabili sulle loro applicazioni. Vi sono poi anche ricerche che hanno considerato la crescita di vegetazione a gravità controllata. Elementi importanti che guardano un futuro già entrato sottilmente nei traguardi della tecnologia e del business planetario.

Qualunque considerazione etica o filosofica non può che prescindere da queste prospettive. La colonizzazione di nuovi pianeti è un futuro che sta velocemente imponendo la sua strada anche in nome della sostenibilità e voler tralasciare questi aspetti del business può significare dover arretrare la propria storia rispetto a quella di altre culture dove si investe da tempo in tali obiettivi.

 

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