venerdì, Settembre 17

L'orto di Marte

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Marte potrebbe essere sempre più vicina. Ora le fantasie di visionari e romanzieri dei tempi appena passati, sono elementi di un futuro molto prossimo, tanto più dopo l’annuncio di oggi della Nasa che ruscelli di acqua salata che compaiono periodicamente scorrono su Marte. Probabilmente a metà secolo un primo uomo (o magari donna!) poserà consistentemente i piedi sui terreni magmatici e carichi di ossido di ferro del pianeta che prende il nome del dio della guerra: al momento non è un problema tecnologico quello che impedisce la missione umana ma un’argomentazione squisitamente economica.

 

IL PIANETA ROSSO

Dagli anni Sessanta il Pianeta Rosso è stato visitato da decine di sonde automatiche per raccogliere dati e rispondere a domande importanti sul corpo celeste nostro vicino. Nella scorsa decade l’Agenzia Spaziale Europea -il 2 giugno 2003- ha lanciato Mars Express, una sonda partita con un Sojuz dalla base di Bajkonur. Il sistema è stato progettato per studiare la geologia del pianeta e il natale seguente la piattaforma europea è entrata regolarmente nell’orbita marziana; se la sua vettura non ha avuto molta fortuna, il radar Marsis (un’ideazione dal compianto Giovanni Picardi) montato sul veicolo orbitale, a novembre del 2005 ha trasmesso dati che hanno mostrato una forte presenza di acqua sotto la crosta di Chryse Planitia, la regione esplorata dal potente raggio europeo. I rover della Nasa hanno riportato miglior sorte, distribuendo delle preziose informazioni rilevate rispettivamente da Spirit, Opportunity e Curiosity. Prossimamente ci sarà una missione congiunta europea e russa, con un veicolo semovente, ExoMars pieno di tecnologia italiana. Speriamo bene.

 

TANTA ATTENZIONE PER MARTE

Da cosa viene tanta attenzione per questo pianeta? L’astronomo piemontese Giovanni Schiaparelli, alla fine dell’Ottocento descrisse con estrema cura alcune depressioni di Marte, attraverso una serie di osservazioni effettuate con un telescopio ottico. Per un po’ ci si lasciò allettare dall’idea che quei bastioni evanescenti scrutati dalle lenti dell’epoca fossero edificazioni non naturali. Si era in piena fase evoluzionista e qualche decennio prima Charles Darwin aveva lanciato la sua teoria rivoluzionaria sull’origine delle specie da un antenato comune: l’idea che degli ominidi potessero vivere a pochi passi da noi sembrava addirittura plausibile. In Francia Camille Flammarion – più scrittore di fantascienza che scienziato – sposava entusiasticamente l’ipotesi di un pianeta Marte abitato e quando Schiaparelli nel 1878 pubblicò una sua memoria all’Accademia dei Lincei, le conclusioni aprirono grandi discussioni nel mondo scientifico ma qualche anno dopo proprio il Flammarion – forse – generò un equivoco perché in lingua inglese le zone litologiche rilevate dall’astronomo italiano furono definite «canals» invece che «channels», (che sarebbe come confondere Suez con la Manica) e queste ambiguità crearono ingiustificate illazioni riprese poi anche da altri cattedratici europei. E così i Canali di Marte – strutture evidentemente geologiche – divennero un elemento di estrema fantasia popolare ma a volte anche pseudoscientifica.

Le missioni spaziali –grazie anche al prezioso contributo di importanti scienziati italiani- hanno identificato l’esistenza di acqua (2%) allo stato liquido sulla superficie di Marte; dunque, piuttosto che la bizzarra segnalazione di costruzioni realizzate da intelligenze avanzate, è proprio la presenza idrica e una sorta di atmosfera che sovrasta Marte ad aver spinto l’uomo della Terra a un’indagine più approfondita e finalizzata per una possibile colonizzazione. Ma non solo questo.

Le dimensioni del pianeta –compatibili con quelle della Terra- e la distanza relativamente modesta da noi spingono le grandi agenzie mondiali a progettare il salto sull’altro mondo.

Era già un’idea fissa di Wernher von Braun, l’ingegnere tedesco autore del Saturn che portò gli americani sulla Luna. Ma occorre snocciolare dei dati, a costo di essere pedanti perché trattandosi di distanze “che non finiscono mai” è meglio essere franchi.

Il pianeta Marte dista oltre 225 milioni di km. dalla Terra, ma la strada tra i due mondi varia a seconda del periodo dell’anno e persiste una ciclicità nella minimizzazione della distanza. Così è necessario fare i conti per limitare la durata del tragitto, oppure se ne sceglie uno in cui, potendo sfruttare l’effetto “fionda”, si può ridurre la quantità del propellente necessario, anche a costo di allungare potenzialmente la durata del trasferimento sia per sonde robotizzate, orbiter o missioni umane. Tipicamente le missioni marziane finora lanciate hanno una durata di crociera Terra–Marte che si aggira tra i sei e gli otto mesi. Per arrivare fino al suolo marziano, per la nave spaziale abitata da esseri umani, è fondamentale che sia in linea con le finestre di minima energia, che per una spedizione verso Marte si ripetono ad intervalli approssimati di 26 mesi, cioè 780 giorni, corrispondenti al periodo sinodico di Marte rispetto alla Terra. Aggiungiamo pure che il valore minimo non si mantiene costante, ma segue un ulteriore ciclo di circa 16 anni. Così, tra andata e ritorno possono passare quasi tre anni: in questo arco cronologico gli astronauti devono respirare, devono bere e nutrirsi, possono ammalarsi o dover compiere qualunque altra azione della vita sociale.

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