domenica, Maggio 16

L'ordine regna in Italia false

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Come faccia l’Italia a rimanere a galla, ad aprir bottega ad ogni sorgere del sole resta più misterioso di un segreto dei Maya, popolo estinto (è quello il destino che ci attende?) e, quando mi trovo ad ascoltare tutto e il contrario di tutto, dopo vari rovelli, ne esco persino rassicurata: se, appunto, ogni giorno che Dio manda in terra, l’Italia non implode e in toto non ci troviamo proiettati da una forza immane verso gli spazi interstellari, vorrà dire che è quello il nostro centro di gravità permanente, appunto nell’impermanenza.

L’altro giorno ho affrontato un simile, metaforico doppio salto carpiato (con scappellamento a destra)  che, ad uno stomaco meno forte del mio, avrebbe dato i crampi; ad una psiche più debole, le allucinazioni.
In primis, eccomi accomodata, col mio manteau rosa ciclamino in cashmere di Maria Grazia Severi (giusto per passare inosservata), alla Sala Multimediale del Monte dei Paschi di Siena, ad assistere ad un tassello della presentazione dello studio   -curato per conto dell’Istituto Affari Internazionali /IAI, da Marcello Messori e dal suo team di ricerca alla Luiss School of European Political Economy-   su ‘L’Eurozona alla ricerca di un nuovo equilibrio‘.
Al tavolo dei relatori, la crème de la crème degli economisti in circolazione: Veronica de Romanis, Paolo Guerrieri, Beniamino Quintieri, Fabrizio Saccomanni, oltre al ‘titolare’ della ricerca, Messori, con l’acuta regia del direttore dello IAI, Ettore Greco.
In sala un sacco di gente di spessore, informata dei fatti. Forse un po’ meno lo ero io ma che, stavolta, l’incontro si sia tenuto in lingua italiana, è servito a farmi sentire meno ignorante del solito.

Da quel che ho capito, ne è uscito un messaggio  -gentile, accomodante, invitante, vagamente ricattatorio-   alla Germania di trovare ungentlecountry agreement‘ (non cercate su Wikipedia questa locuzione, l’ho inventata io, all’impronta) e smetterla di fare la Commissaria d’Europa, aderendo anche lei, oltre ai cosiddetti Paesi periferici (sappiamo che l’Italia ne è una delle star…) ai cosiddetti Project Bonds: ha tutto da guadagnarci, e non solo in immagine.
Tanto, ha bisogno anche lei di politiche espansive e, a passare da una posizione di forza ad un indebolimento, ci vuole un attimo.
Non ho ascoltato i pareri degli altri economisti, oltre la de Romanis, perché avevo la neve in tasca   -espressione napoletana che indica i tempi stretti … –   e non ho saputo se il resto del panel era d’accordo o no, a rivolgere l’ ‘invito’ alla Germania a far parte della partita dei Project Bonds, quelli a cui sarebbe affidato il rilancio dell’Eurozona.
Il ‘dovere’ mi chiamava altrove. Specificamente, allo Stadio di Domiziano, in piazza Navona.
Non era in programma una sfida fra gladiatori, bensì la presentazione del libro di Francesco Delzìo, (responsabile delle Relazioni Istituzionali ed Esterne di Autostrada Italiane (Atlantia) e Presidente di un’Associazione assai battagliera, ‘La Scossa’), intitolato ‘Opzione zero‘.
Dopo ‘Zero, Zero, Zero’ dell’esule Roberto Saviano (ingrata patria, non avrai le mie ossa… come se Gomorra non abbia tentacoli ovunque, USA compresi), Francesco ha voluto indicare, con questo titolo apparentemente criptico, come la catalessi italiana, in fondo, abbia avuto come causa prossima e remota la scelta, accomunante politica e burocrazia, di non scegliere.
Per motivi diversi, è vero, però il risultato converge: ‘L’ordine regna in Italia’, mummificata da nullità incrociate. Naturalmente, non c’è bisogno neanche che ve lo dica, Delzìo è un supporter sfegatato della generazione dei quarantenni camicie bianche, rappresentata da quel Giamburrasca del Premier, e ‘chest’è’. Tant’è che, al centro del panel, campeggiava la botticelliana Marianna Madìa, la mia famosa compagna di calendario.

Talvolta, nel corso di queste presentazioni, accade di raccogliere ‘stelle alpine’ di news, fra l’oceano delle chiacchiere, dei ragionamenti, dei minuetti fra gl’interventi.
Son le cose che ti rimangono più impresse.
Nel caso di ‘Opzione zero’, è uscita fuori la notizia, credo sfoderata dallo stesso Autore, che, in un anno, il sito archeologico di Pompei, Patrimonio dell’Umanità, invidiatoci  -come si suol dire-  a livello planetario, incassa meno degli Internazionali di tennis di Roma.
Non ho avuto la faccia tosta (a volte capita persino a me, un po’ di ritegno, come direbbe il mio Grillo Parlante preferito…) di saltare su con la proposta più logica: ‘Perché non facciamo gli Internazionali di tennis a Pompei?’… Tanto, con i soldi che potremmo drenare, riusciremmo a risanare tutti i malanni di muri pencolanti e reperti pericolanti e, in più, avremmo il valore aggiunto del resto dell’anno con l’incasso degli Scavi.
E Marino non ci avrebbe messo i bastoni fra le ruote, se ci fossimo messi di buzzo buono a scippargli gl’Internazionali di tennis, tant’è impegnato a scegliere fior da fiore fra i posti vietatissimi ove parcheggiare la sua ormai mitica Panda rossa.
Se poi si pensa al British Museum che, la sua Mostra su Pompei l’ha trasformata in una miniera d’oro, c’è da farsi venire l’itterizia.
Anche la location dell’incontro, però, aveva il suo perché: affidata dal Comune, nel 2010, l’area del più grande stadio in muratura dell’antica Roma ad un gruppo privato, MKT121, del Gruppo Markonet, quello che era un luogo abbandonato, quantunque adiacente a Piazza Navona, è diventato un gioiello d’accoglienza.
La sala convegni era suggestiva, arredata con gusto; il percorso per raggiungerla, breve ma di full immersion in un luogo storico di pregio. Insomma, bravo, Francesco Tamburella, vincitore di questa sfida…

Non si possono fare solo cataloghi di cattive notizie o di riflessioni amare; dunque, ho incastonato il ‘miracolo’ dello Stadio di Domiziano in un panorama non certo allegro. Ma, come dicevo, è un ‘miracolo’, ovvero avviene molto raramente.
Un’eccezione. La regola è tutt’altra. E rientra in questa ferale regola un’altra notizia, da lasciare sbalorditi.
E’ emersa ieri sera, durante la presentazione, all’Istituto Sturzo, del libro di Mario Avagliano e Marco PalmieriVincere e vinceremo. Gli italiani al fronte. 1940 – 1943’ (Il Mulino).
L’ha riferita il collega Roberto Olla, responsabile di RAI Storia, e dunque la fonte è autorevole: pare che la sezione italiana del Museo di Auschwitz sia stata chiusa, unica nel complesso museale.
Era ridotta all’incuria più totale, e questo non solo per la spending review, che è fenomeno recente. Una vergogna nazionale.
Se poi si sentono le cifre spese per la manutenzione dei loro padiglioni da altri Stati, c’è da arrossire: la Germania  -e va bene, è ricca… poi ci sono i rimorsi… – ha stanziato 60 milioni di euro. La Grecia, con tutto che è ridotta in miseria, non fa mancare il suo contributo di 1,5 milioni di euro.
Ogni ulteriore considerazione è superflua.  

 

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