sabato, Luglio 24

L’opposizione siriana si coalizza per i negoziati? field_506ffb1d3dbe2

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Si è riunita nella spagnola Cordoba, per la prima volta al completo, l’opposizione siriana al regime di Baššār al-Assad. L’obiettivo è raggiungere un’intesa per presentarsi con una rappresentanza unica ai negoziati previsti per il 22 di questo mese, i cosiddetti «Ginevra 2». L’impresa si annuncia tuttavia ardua. Dopo tre anni di scontri che hanno lacerato il Paese mediorientale, il Presidente sembra aver volto la situazione a proprio vantaggio grazie ad alcune vittorie militari. Ma è soprattutto l’eterogeneità della stessa opposizione a rendere dubbio l’esito dell’incontro spagnolo: sono infatti presenti delegati della Coalizione Nazionale, supportata dai Paesi occidentali, così come del Fronte Islamico, alcuni gruppi del quale non riconoscono l’autorità della prima.

La diversità delle vedute pone dunque a repentaglio la possibilità dell’opposizione di presentarsi compatta in Svizzera, mentre al-Assad sembra rispettare l’accordo di giugno sulla rinuncia alle armi chimiche. In settimana, una nave danese ha infatti preso in consegna il primo carico di materiale, al cui smaltimento prenderà probabilmente parte la Germania, come dichiarato oggi dal Ministro per gli Esteri Frank-Walter Steinmeier. Il sito in cui avranno luogo le operazioni sarà probabilmente nell’area di Münster. La candidatura si accompagna a quella analoga da parte di Londra, mentre un’impresa specializzata belga ha già espresso formalmente all’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche la propria volontà di proporsi come appaltatrice, benché al momento non vi siano ancora commenti da parte delle autorità statali.

Un accordo tra Governo e opposizione sembra invece allontanarsi in Bahrain. Il «Dialogo Nazionale» avrebbe dovuto permettere una riconciliazione dopo tre anni di scontri fra la maggioranza sciita, ribellatasi sull’onda della Primavera Araba del 2011, e la classe dirigente sunnita. Rappresentanti di quest’ultima hanno fatto sapere che la decisione di sospendere i negoziati nascerebbe dall’assenza di delegati dell’opposizione all’incontro che avrebbe dovuto aver luogo ieri nella capitale Manama. In realtà, l’opposizione diserta queste riunioni già da settembre, ossia dopo l’arresto di Khalil al-Marzooq, dirigente del gruppo Al Wefaq. La misura fu criticata anche da organizzazioni umanitarie internazionali come Amnesty, che sono oggi riuscite a fare sospendere i rifornimenti di gas lacrimogeno provenienti dalla Corea del Sud. Secondo i dati governativi reperiti dalle organizzazioni, il Bahrain avrebbe ordinato 1,6 milioni di candelotti lacrimogeni, a fronte di una popolazione di 1,3 milioni di persone.

Non va meglio all’opposizione in Egitto, dopo la sentenza di massa avvenuta oggi: 113 sostenitori del Presidente destituito Mohamed Morsi, appartenenti ai Fratelli Musulmani, sono stati condannati con accuse riguardanti attacchi alla polizia, ribellione e possesso di armi. Si è trattato, in realtà, di tre procedimenti separati, benché tutti conseguenti al colpo di stato da parte dei militari avvenuto a luglio dello scorso anno. Va ricordato che, il 25 dicembre, l’attuale Governo ha dichiarato la Fratellanza Musulmana un gruppo terroristico e, già in novembre, aveva dichiarato illegali le manifestazioni non autorizzate dalla polizia.

Mentre l’Egitto patisce le conseguenze di un golpe, la Tunisia cerca di proseguire il proprio percorso verso la democrazia. Oggi, il Primo Ministro Ali Larayedh ha rassegnato le proprie dimissioni, seguendo l’iter previsto da un accordo tra maggioranza e opposizione siglato a dicembre. Larayedh, un islamico moderato, lascia così il posto a un Governo di transizione che traghetti il Paese verso la fine del processo politico avviato nel 2011 con la destituzione del Presidente Zine al-Abidine Ben Ali. Nonostante il passo indietro di Larayedh, la Tunisia rimane in bilico tra il raggiungimento della propria meta ed il rischio di ricadere in una situazione di violenza. È sempre di oggi, infatti, l’approvazione dell’articolo 45 della Costituzione, che recita «Lo Stato apre alla realizzazione della parità di uomini e donne nelle assemblee elette», ma è notizia odierna anche il lancio di gas lacrimogeni a Tataouine da parte della polizia, contro manifestanti che richiedevano migliori condizioni lavorative. La speranza è di poter adottare la nuova carta fondamentale tra cinque giorni, nell’anniversario della rivoluzione del 2011, e di poter andare alle urne entro la fine dell’anno.

Dall’altro capo del mondo arabo, rimane critica la situazione irachena. Ieri sera, Falluja è stata teatro di combattimenti, seguiti alla sua presa da parte dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), collegato ad Al-Qāʿida, mentre nella regione di Aazim sono morti dodici soldati iracheni in seguito ad un attacco di miliziani. Oggi, invece, un’autobomba ha causato la morte di 23 persone ed il ferimento di 30 a Baghdad, in un’esplosione avvenuta presso un centro di reclutamento dell’esercito. Oltre alla permanenza del terrore nella vita quotidiana irachena, l’impossibilità di vedere una soluzione a breve termine sta portando a diverse critiche verso l’Amministrazione statunitense.

È infatti di ieri la notizia che il libro di memorie scritto dall’ex Segretario alla Difesa Robert Gates, ancora inedito, conterrebbe severi rimproveri al Presidente Barack Obama per quanto riguarda la gestione dei maggiori teatri di guerra in cui l’esercito statunitense è di stanza, vale a dire Afghanistan e, appunto, Iraq. In particolare, emergerebbero problemi di comunicazione tra il Presidente, che è anche Comandante in capo delle Forze Armate, ed il Pentagono, ma anche scarsa convinzione nella strategia adottata per terminare il conflitto afghano.

La Casa Bianca ha minimizzato, in giornata, quanto apparso finora del libro di Gates, ma la sua attenzione sembra rivolta, in realtà, all’Europa. Obama ha infatti telefonato ad Angela Merkel per invitarla a Washington nei prossimi mesi, in modo da poter discutere dell’agenda politica di quest’anno. Tuttavia, l’invito è sembrato piuttosto un gesto di distensione dopo le tensioni seguite alla scoperta delle operazioni della National Security Agency (NSA) in Europa. La Cancelliera tedesca avrebbe già accettato l’invito del Presidente statunitense, ma lo scandalo dell’NSA non perde di rilevanza: la Commissione per le Libertà Civili (Libe) del Parlamento Europeo ha infatti deciso di invitare Edward Snowden in «videoconferenza interattiva» per un’audizione relativa all’inchiesta condotta dalla stessa Libe riguardo alle intercettazioni illecite. Nonostante il voto pressoché unanime della Commissione, i conservatori britannici si sarebbero fermamente opposti.

Nel Regno Unito è però un caso giudiziario a tenere banco: la decisione della Commissione d’inchiesta di considerare «legittimo» l’omicidio di Mark Duggan ha coinvolto l’intera opinione pubblica britannica fino alle più alte cariche. Duggan venne ucciso da un agente della Metropolitan Police nell’agosto del 2011, nonostante fosse disarmato, e la sua morte diede il via ad una delle maggiori sommosse vissute dal Paese, con disordini in diverse città. Il Vice Primo Ministro Nick Clegg ha espresso la propria comprensione per i sentimenti dei famigliari di Duggan dopo la sentenza, ma è soprattutto la condotta dell’inchiesta ad essere stata messa in dubbio da parte dei grandi organi di stampa.

Altrettanto controversa è risultata anche la decisione, dall’altro lato della Manica, di permettere l’estradizione del dissidente kazako Muxtar Äblyazov. La Corte d’Appello di Aix-en-Provence ha infatti imposto che l’ex oligarca, arrestato a Cannes il 31 luglio, sia estradato verso la Russia o l’Ucraina, con preferenza per il primo Paese a causa della maggior entità del danno economico procurato da Äblyazov. Il Kazakhstan non rientra nelle possibili destinazioni perché non esiste un trattato in materia con la Francia. Tuttavia, dati gli stretti rapporti tra Mosca e Astana, non è escluso che sia lo stesso Governo russo a consegnare il dissidente al suo nemico, il Presidente kazako Nursultan Nazarbaev. Amnesty International ha già sollecitato il Governo francese perché non dia seguito alla sentenza.

Il Governo di Vladimir Putin, frattanto, sta ultimando i preparativi per tutelare le Olimpiadi Invernali di Soči da possibili attentati terroristici. Dopo i due attentati di Volgograd, che a dicembre hanno causato 34 morti, quattro auto contenenti cinque cadaveri sono state ritrovate a Stavropol, a 250 km dalla località olimpica: si tratterebbe di una modalità per attirare poliziotti in una zona in cui è stato piazzato precedentemente un esplosivo. Ma anche le «vedove nere», mogli di guerriglieri caucasici uccisi, rientrano tra i timori delle autorità russe, il cui giro di vite sulla sicurezza in previsione delle Olimpiadi sta aumentando in maniera drastica.

In Turchia, invece, il Governo di Recep Tayyip Erdoğan sembra intenzionato a smantellare l’apparato giudiziario che ha posto in grave imbarazzo il suo Governo il mese scorso, attraverso un’operazione anticorruzione che ha portato alle dimissioni di diversi ministri. Dopo la rimozione dei capi della polizia di 16 città, tra cui Ankara, nonché del Vicedirettore della Sicurezza Nazionale, ordinate da un decreto ministeriale, è ora il turno dei giudici. È infatti stato presentato in Parlamento un Disegno di Legge che rafforza la supervisione sul Consiglio Supremo dei Giudici e dei Procuratori, un atto che l’opposizione ha subito visto come un’intimidazione da parte dell’Esecutivo.

Infine, chi cerca maggiori tutele sono gli operai del Sud-Est asiatico, dove i lavoratori vietnamiti impiegati nella costruzione del nuovo complesso di Samsung si sono scontrati violentemente con la polizia. La situazione non è nuova: la ricerca di manodopera nella zona che sia più a buon mercato di quella cinese ha trovato un’inattesa resistenza da parte degli operai locali, che richiedono un trattamento migliore da parte dei loro nuovi padroni: già una settimana fa, in Cambogia, quattro operai tessili sono rimasti uccisi dal fuoco della polizia locale.

 

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