venerdì, Luglio 30

‘Looking for Negroni’, il docu-film sul celebre cocktail Il regista Federico Micali racconta le origini fiorentine di questa celebre bevanda risalenti al lontano 1919 e l’avventurosa storia del suo inventore: il conte Camillo Negroni. Le ricerche di Luca Picchi, noto barman. Protagonista: Claudio Bigagli

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Ha poco più di un secolo di vita, ma regge ancora bene il confronto con ogni genere di bevanda alcolica, di varia provenienza,  su cui si misurano l’abilità e la fama dei veri barman: parliamo del cocktail Negroni. Un’invenzione italiana, una prima anticipazione del Made in Italy, che prese il nome da un nobile fiorentino,  con mix di sangue inglese nelle vene, il conte Camillo Negroni, figlio del conte Enrico e di Ada Savage Landor, nipote del poeta e scrittore Walter Savage Landor, uno dei massimi autori del romanticismo inglese.

Ma Cammillo (che poi scelse per comodità di eliminare una emme) manifestò il suo spirito libero girando il mondo in lungo e largo,  frequentando città e praterie, salotti e caffetterie tra  le più note, in particolare in quella Firenze cosmopolita, celebrata anche al cinema (indimenticabile ‘Camera con vista’) ove avevano scelto di vivere (e morire, come ci ricorda la presenza del Cimitero degli Inglesi) nelle colline d’intorno, illustri studiosi, poeti, letterati d’Oltremanica e d’America.

La leggenda narra che in uno dei più celebri di questi locali che si trovavano nell’aristocratica via de’ Tornabuoni (ora location delle più celebri griffe al mondo) vale a dire il ‘caffè Casoni’, poi ‘Giacosa’ (l’altro era ‘Doney’), il conte avesse chiesto al suo barman preferito, Fosco Scarselli, di apportare una modifica all’’Americano’, cocktail tra i più richiesto al tempo. No, non ne poteva  più il conte di quella bevanda esoprattutto della soda.  E così decise di fare aggiungere al Vermouth e  al Bitter Campari anche del gin, che lui prediligeva. Da allora, quello per lui diventò il ‘solito’   E da allora la nuova bevanda  andrà in giro per il mondo col nome di Negroni.

Ciò accadeva in un  imprecisato giorno tra il 1918 e il ’19. L’Europa era ancora devastata dalle rovine della Prima guerra Mondiale, ovunque c’era voglia di tornare a vivere e godere di ciò che di bello la vita poteva offrire. E il conte, che tanto aveva viaggiato, amava svagarsi e oziare.  Cosa che poteva fare agevolmente sia a villa Gherardesca, conosciuta come La Torraccia (dove ha sede la Scuola di Musica di Fiesole) , che a Villa La Vespa a Scandicci, acquistata dal patrigno, il conte Paul de Turenne, un aristocratico e diplomatico francese, secondo marito della madre.  “ Ma questo poté accadere“ dopo una avventurosa, degna d’un romanzo”,  precisa  Federico Micali, il giovane e brillante regista fiorentino,  autore del film-documentario dal titolo Looking for Negroni’, interpreti nei panni del conte l’attore Claudio Bigagli, che ricorderemo tra i protagonisti del film Mediterraneo, Premio Oscar  1992.

E il barman Luca Picchi. Il film, che vedremo anche sui canali Rai, viene dato in anteprima  mercoledì 23 giugno al cinema La Compagnia,  a Firenze, per iniziativa di Film Commission e Toscana Spettacolo. Un evento da non perdere: primo perché si tratta di una storia avvincente, di un personaggio di cui poco sappiamo, eppoi  perché il regista si è  già fatto apprezzare al grande pubblico per i suoi precedenti  lavori, dedicati ad aspetti e storie singolari e autentiche  della vita e del costume  di Firenze,  come il  suo primo e clamoroso successo con il docufilm dedicato al cinema l’Universale d’Essai. Situato nel popolare quartiere di San Frediano, e frequentato da un pubblico rumoroso e aqgitato,  in quegli Anni ’70 là dentro, tra  fumo e bevande, poteva accadere di tutto, perfino ( è il caso più clamoroso) di veder entrare in Sala e compiere un giro un tizio a bordo una Vespa.

L’Universale è un  unicum,  ma le persone non fiorentine lo hanno visto e compreso, trovando punti in comune con le loro città. Purtroppo quel locale è chiuso e, come dice Tornatore, quando chiude un cinema “ è “un occhio della città che si spenge”. Altri suoi lavori di documentarista Genova senza risposte dedicato ai fatti del G8, Amaranto 99  ispirato al libro  di Carlo Pallavicino sulla storia del calciatore Carlo Lucarelli (“Tenetevi il miliardo” ) e il corto l’’Ultima zingarata’, che racconta la surreale messa in scena di un nuovo funerale per il Perozzi di  Amici miei, con la partecipazione di Mario Monicelli e Gastone Moschin.

 

Ebbene, cos’è che ti ha spinto ha scegliere una storia così singolare?

“E’ una storia fiorentina e internazionale, nata da Luca Picchi, il barman che per molti anni ha fatto ricerche su ricerche per ricostruire la genealogia di questo cocktail di cui si avevano  vaghe notizie, senza prove. Ecco, lui le prove le ha trovate riuscendo a datare l’origine di questa bevanda  divenuta celebre al mondo, arrivando a scoprire  anche particolari sconosciuti della vita e delle avventure del suo ideatore:   il conte Camillo Negroni”.

E’ certo dunque che quel cocktail nacque a Firenze.

“Sì, accadde verso la fine del 1919, in una delle tante serate passate al Caffè Casoni di Firenze, quando il conte Camillo Negroni chiese al suo amico barman di aggiungere del gin alla miscela di Vermouth e Bitter Campari, che era solito bere, suscitando la curiosità dei presenti che da allora cominciarono anche loro ad ordinare l’”Americano” alla maniera del conte Negroni .Un “Americano” rivisto e corretto, ovviamente. La leggenda del famoso cocktail nasce in quel momento . Ma la sua storia miscela sapientemente gli ingredienti di vicende che viaggiano  attraverso due secoli e due continenti: dalle praterie dell’Aberta alla Milano di fine ‘800, dalla New York della Golden Age a L’Habana dei Cantineros. Una storia rimasta per tanto tempo nascosta, fino a quando Luca Picchi non decise di iniziare ad indagare con costanza e passione fino a  farne emergere tutti i fantastici particolari”.

Dunque, essendo nato nel 1868, il cocktail fu inventato dal Conte quando aveva ’51 anni. Prima parlavi di scoperte  anche riguardo alla sua vita. Quali?

“La sua è stata davvero una vita da romanzo. Il ‘Negroni’ è arrivato dopo che il conte aveva lasciato Firenze sconvolto dalla morte per parto  della giovane moglie, restandone lontano per ben 30 anni, durante i quali ha attraversato, soprattutto in Americana,  diverse esperienze, tra cui quella di cow boy, poi di star nel mondo newyorchese, conosciuto e apprezzato. Rientrato dopo un così lungo periodo poté riposarsi  e vivere una vita più serena, per quanto abbastanza breve, essendo morto nel ’34 a 66 anni”.

A questo punto non ci resta che  vedere il docu-film,  prodotto da Art Film Kairos e da Rai Cinema, ripercorrere quegli anni alla ricerca, appunto, dell’origine del  Negroni e sulle tracce dello stesso Conte. Che cosa dire? Se alcuni dei suoi antenati  si erano distinti come governatori cardinali e  gonfalonieri che facevano parte della nobiltà pontificia, lui, il conte Camillo,  deve la sua fama al celeberrimo cocktail,  diffuso in tutto  il mondo.  E chissà che non avesse ereditato lo spirito di quel lontano antenato – tale Giovanni Battista Negroni, conte di Monte Rubaglio –  che tra il Sei e il Settecento – si era dedicato all’alchimia e alle scienze occulte, miscelando  sostanze varie per ottenere effetti magici. Non è accaduto  così anche a lui? Una bella storia, dunque, che alleggerisce i pensieri  offuscati dalla pandemia,  al cui ricordo, lo stesso Micali ha  dedicato un altro documentario dal titolo ‘Firenze sotto vetro’.

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