martedì, Agosto 3

L’onda lunga di Charlottesville: la ‘linea del colore’ e il futuro della politica USA Anche se usciti dalle prime pagine, i fatti del mese scorso continuano ad agitare la vita politica statunitense

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Anche se usciti dalle prime pagine, i fatti di Charlottesville del mese scorso continuano ad agitare la vita politica statunitense. Negli scorsi giorni, il Congresso ha adottato una risoluzione bipartisan di condanna del movimento suprematista e delle sue componenti. Oltre a definire gli eventi di Charlottesville un atto di terrorismo interno, la risoluzione invita il Presidente a prendere posizione nei confronti del movimento suprematista e a rafforzare le misure esistenti in tema di incitamento all’odio razziale e di ‘hate speech’. Sullo sfondo rimane l’atteggiamento – da molti ritenuto ambiguo – tenuto da Donald Trump in occasione dei fatti di Charlottesville e giustificato, secondo i suoi critici, delle simpatie godute dal ‘white power’ fra i sostenitori del Presidente. In questo senso, la risoluzione (che è stata adottata all’unanimità da entrambe le Camere) appare, per Trump, un’altra occasione di imbarazzo e l’ennesima puntata di un confronto/scontro con il Legislativo che destinato ormai a costituire uno dei leitmotiven della sua presidenza. In questo caso, poi, la cosa appare tanto più delicata in quanto investe un tema come la c.d. ‘questione razziale’ che – oltre ad avere assunto crescente visibilità negli ultimi anni – tocca molti nervi scoperti della società statunitense.

Non stupisce che, intorno a questo tema, il Congresso sia riuscito a esprimere un fronte tanto compatto. Per la maggior parte dei delegati democratici, l’elettorato di colore è da anni un importante serbatoio di voti; le scorse elezioni presidenziali hanno, però, messo in luce come – al netto degli errori tattici compiuti – questo serbatoio non sia più sicuro quanto in passato e come il voto di colore – seppure ancora in larghissima maggioranza democratico – debba tornare a essere ‘corteggiato’. Sulla sponda opposta, i repubblicani mainstream appaiono, oggi, sempre più in difficoltà nell’affrontare la sfida portata dalla componente ‘populista’ del partito su diverse questioni relative al rapporto fra cittadini e istituzioni, a posizioni sostenute dal movimento suprematista. A ciò si somma la necessità di marcare la propria distanza da un Presidente i cui tratti ‘populisti’ da una parte si conciliano male con la posizione tradizionale del partito, dall’altra concorrono a rafforzare l’immagine del Grand Old Party come il rappresentata pressoché esclusivo di una classe media bianca ‘condannata’ dalla demografia a pesare sempre meno nei futuri equilibri elettorali.

Ancora una volta, quello che appare un compatto ‘fronte anti-Trump’ è quindi, più che altro, il prodotto di un’occasionale convergenza di interessi, in qualche modo innescati dalle trasformazioni profonde sperimentate dal sistema politico statunitense. Negli anni a venire, la ‘linea del colore’ rappresenterà, con ogni probabilità, il principale terreno di confronto fra democratici e repubblicani, gli uni chiamati a difendere la propria ‘rendita di posizione’ (che, peraltro, costituisce il prodotto di un riallineamento politico piuttosto recente, risalendo, al più, agli anni di Kennedy e di Lyndon Johnson), gli altri a cercare di guadagnare spazio in una constituency tradizionalmente considerata ostile. In questo senso, l’attenzione bipartisan data oggi alla ‘questione razziale’ sembra anticipare quella che essa riceverà in futuro da parte di entrambi gli schieramenti. Non appare casuale, ad esempio, che alla Camera dei Rappresentanti la mozione successivamente approvata sia stata presentata dal delegato repubblicano Tom Garrett, del distretto di Charlottesville, e che essa sia stata sostenuta da tutti i rappresentanti dello Stato, la maggioranza dei quali repubblicani.

Il fatto che la Casa Bianca, nonostante le riserve di molti osservatori, abbia annunciato la sua intenzione di siglare la risoluzione (un atto inusuale, come lo è, peraltro, l’invio del documento al Presidente da parte del Congresso), è indicativo della posta in gioco. Egualmente indicativo è l’incontro avuto di recente del Presidente con il Senatore afro-americano Tim Scott, repubblicano, in cui sarebbe stata affrontata la posizione assunta dell’amministrazione sui fatti di Charlottesville e, più in generale, il suo atteggiamento in tema di ‘questione razziale’. Se il suprematismo rappresenta un pericolo politico per il Partito repubblicano esso rappresenta, infatti, anche un pericolo per il Presidente che, nonostante lo schiacciante favore riscosso presso la middle class bianca, ha avuto cura – in tutta la campagna elettorale – di presentare la sua posizione come trasversale rispetto alla ‘linea del colore’. Una volta di più, quindi, Donald Trump e il Partito repubblicano sembrano condividere un interesse che è più profondo delle pur profonde differenze che li separano. Questo anche alla luce dell’appuntamento con le elezioni di midterm che si avvicina e di un’amministrazione che quasi nove mesi dopo l’insediamento sembra fare ancora fatica a trovare una sua identità e linea politica.

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