mercoledì, Dicembre 1

L’omicidio di Rashid Rehman Ucciso a Multan il più noto avvocato difensore dei processati per blasfemia

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La sera di mercoledì 7 maggio scorso, Rashid Rehman e i suoi due assistenti sono sul punto di  rincasare dal lavoro e chiudere il suo studio legale, situato nella città vecchia Multan, centro industriale ed agricolo di un milione e mezzo di abitanti nel Punjab meridionale. Sono le 20,30 quando all’improvviso due uomini armati e con il volto coperto irrompono nell’ufficio e cominciano a sparare. Rashid Rehman non ha nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto sta accadendo: le pallottole lo inchiodano sul colpo sulla sua scrivania. I due impiegati, riavutisi dalla sorpresa, riescono a ripararsi e scampano all’esecuzione pur seriamente feriti, prima che i sicari si dileguino nel buio tra le strette vie del centro cittadino.

Un’esecuzione in piena regola, con un commando armato e sicuramente dei mandanti. Rashid Rehman non era infatti un semplice avvocato, bensì il coordinatore per tutta la regione del Punjab della Human Rights Commission of Pakistan, osservatorio permanente a difesa dei diritti umani e civili in una terra martoriata da integralismo religioso e violenza settaria. Nella sua veste di avvocato militante, Rashid Rehman aveva accettato spesso incarichi di lavoro  rischiosi, e primo tra tutti la difesa in sede di processo degli accusati di blasfemia nei confronti del Corano e del Profeta.

La legge anti-blasfemia del Pakistan è attualmente una delle più restrittive esistenti nel mondo musulmano, e le offese più gravi possono essere punite anche con la pena capitale. Una eventualità fino ad oggi non verificatasi, ma che trova, purtroppo, surrogati frequenti nel diffuso clima di integralismo religioso del Paese. Negli ultimi anni sono stati infatti almeno venti i casi – o almeno quelli noti- nei quali persone accusate di blasfemia in sede giudiziaria sono state poi uccise in attentati di stampo fondamentalista.

La legge è finita nel mirino delle critiche internazionali nel novembre 2010 per il caso di Asia Bibi, una donna della comunità cristiana di Lahore, accusata di blasfemia per un litigio con altre donne del luogo, che l’accusarono di empietà per il semplice fatto di aver bevuto acqua dallo stesso secchio di un pozzo (una interpretazione fantasiosa, oltre che integralista, del Corano, nega perfino che i non musulmani possano abbeverarsi alle stesse fonti dei credenti). Nonostante il fatto che l’accusatrice della donna avesse pregiudiziali nei confronti dell’accusata per una disputa su un terreno, Asia Bibi è stata condannata a morte per impiccagione. Le reazioni internazionali alla condanna sono state molto dure, spingendo esponenti politici e perfino religiosi del Paese a chiedere un annullamento o una commutazione della pena.

La condanna suscitò critiche virulente nei confronti della stessa legislazione anche all’interno del Pakistan. Tra i più strenui sostenitori di Asia Bibi, che si dichiararono favorevoli anche all’eliminazione della legge, vi furono il Governatore del Punjab, Salmaan Taseer, ed il Ministro cattolico per gli Affari delle Minoranze Shahbaz Bhatti, unico membro del Governo di confessione non musulmana. La reazione degli integralisti fu violentissima: dopo mesi di minacce e condanne a morte da parte delle autorità religiose più integraliste, nel 2011 sia Taseer che Bhatti vennero assassinati in due agguati armati. Numerosi Imam vietarono alla popolazione di partecipare alle esequie del Governatore e perfino di inviare condoglianze alle famiglie. Una minaccia comunque ignorata da migliaia di cittadini che parteciparono al corteo funebre. Salmaan Taseer non è stato però lasciato in pace nemmeno da morto: sette mesi dopo, uno dei suoi figli è stato rapito ed è scomparso nel nulla.

L’inizio dell’anno è iniziato sotto i peggiori auspici… Il 5 gennaio scorso Muhammad Asghar, cittadino britannico, è stato condannato alla pena capitale da un tribunale di Rawalpindi per avere scritto una lettera nella quale si è dichiarato “un profeta”. L’uomo è affetto probabilmente da problemi psichici, che però sono stati completamente ignorati in sede di processo. Il 4 aprile scorso, una doppia condanna a morte è stata pronunciata contro i coniugi Shafqat Emmanuel e Shagufta Kausar, accusati di blasfemia dall’imam della moschea locale al quale gli stessi coniugi avevano scritto una lettera chiedendo che condannasse le minacce degli integralisti nei loro confronti.

Come già accennato, è fin da ora improbabile che si giunga all’esecuzione delle condanne capitali, dato che i tribunali civili pakistani non ne eseguono da oltre cinque anni, ponendo il Paese in una posizione pre-abolizionista de facto. Il problema, come già accennato, sta nel fatto che le accuse di blasfemi fanno delle persone interessate un bersaglio dell’odio settario e delle relative aggressioni. Una circostanza che peraltro non si limita ai diretti interessati, ma coinvolge anche le persone che intendono difenderle sia legalmente che nella società civile.

Rashid Rehman era divenuto il legale di Junaid Hafez, docente praticante presso la Bahauddin Zakariya University , finito in tribunale per una denuncia per blasfemia presentata da un gruppo di studenti integralisti. La sua decisione di difendere il docente universitario gli era costata già minacce alla sua vita, pronunciate perfino dagli avvocati degli accusatori del Professore. Poche settimane prima dell’attentato, Rashid aveva rilasciato una intervista ad una emittente locale, affermando che per svolgere il proprio lavoro era “pronto a morire”.

L’aspetto più frustrante di tutta la vicenda, afferma il collega di Rashid, Mohair Khan, sta nel totale disinteresse di polizia e funzionari pubblici nei confronti di questa miriade di segni premonitori. Numerose volte Rashid e gli avvocati del suo studio avevano denunciato alle autorità le minacce ricevute, ma al momento dell’agguato, nessun pubblico ufficiale ne presidiava né il luogo di lavoro né l’abitazione.

Un quadro di omertà, minacce e violenze che ancora una volta getta un’ombra cupa sul futuro del Paese asiatico, ma non deve indurre il lettore in inganno. Il Pakistan è un luogo nel quale la voce della violenza ha sopraffatto quella della maggioranza dei suoi cittadini, i quali al contrario vengono spinti sempre più lontano dalle sirene del fondamentalismo proprio dalla violenza con cui questo viene imposto: il 21 marzo scorso, il quotidiano bilingue (pakistano ed inglese)  ‘The Nation’ ha pubblicato i risultati del sondaggio lanciato dalla testata tra i propri lettori sulla validità o meno della legge anti-blasfemia. Il 68% delle risposte ha risposto che la normativa dovrebbe  essere semplicemente eliminata.

 

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