martedì, Settembre 28

L’ombra jihadista in Australia Dopo il sequestro della caffetteria Lindt di Sydney, ci si interroga sull’estremismo islamico nel Paese

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Sydney – In Australia si torna a parlare di fondamentalismo islamico, ancora una volta a causa di eventi accaduti non al di fuori, ma all’interno del Paese. L’evento che ha tenuto il mondo col fiato sospeso è rappresentato dal gesto di un singolo estremista islamico che, in un lasso di tempo di circa 16 ore, ha tenuto in ostaggio 17 persone all’interno del Lindt Chocolat Cafe di Martin Place, situato nel Central Business District (CBD), il quartiere centrale della finanza di Sydney.

Da quello che è stato poi definito un vero e proprio assedio sono riuscite a scappare 7 persone, alle quali, per ovvie ragioni, non è stato possibile rivelare alcun dettaglio alla stampa. Il dramma della caffetteria Lindt di Martin Place si è concluso circa 16 ore dopo l’inizio della vicenda, nel momento in cui le forze speciali della Polizia del New South Wales, che circondavano con mezzi e uomini da diverse ore l’edificio, hanno ricevuto l’ordine di intervenire con un blitz. L’irruzione dei corpi speciali è avvenuta intorno alle 2 di mattina ora locale, in seguito allo scoppio di alcuni proiettili all’interno del locale, diverso tempo dopo il fallimento delle trattative con il sequestratore. Andrew Scipione, a capo della Polizia del New South Wales, ha così descritto il susseguirsi degli eventi che hanno portato all’irruzione: «In seguito all’esplosione di alcuni colpi di arma da fuoco all’interno del locale, la Polizia ha deciso di intervenire. La decisione è stata presa in quanto, in quel momento, c’era la ferma convinzione che un’ulteriore attesa avrebbe comportato un numero maggiore di morti». Durante il blitz hanno perso la vita 3 persone: Tori Johnson, il manager 34enne del Lindt Cafe; Katrina Dawson, avvocato 38enne e madre di tre bambini e lo stesso attentatore, Man Haron Monis.

Monis era un rifugiato iraniano di 50 anni, noto da tempo alle autorità e considerato psicologicamente instabile da coloro che lo conoscevano. Conosciuto anche con i nomi di Sheikh Haron  -Monis si era infatti autoproclamato sceicco,  aveva abiurato l’islam sciita e
abbracciato il sunnismo-  e Mohammad Hassan Manteghi, nel 2010 Monis aveva raggiunto una certa notorietà in seguito alla diffusione di 12 diverse lettere indirizzate ad altrettante vedove di soldati australiani morti in Afghanistan, nelle quali criticava l’operato australiano in Medio Oriente ed offendeva la memoria dei soldati uccisi. Simili accuse vennero allora rivolte a Amirah Droudis, compagna di Monis, colpevole di averne supportato le azioni con altre 8 lettere minatorie. Il 50enne iraniano è poi tornato ad avere guai con la giustizia lo scorso anno, in seguito alle accuse che lo vedevano complice nell’assassinio dell’ex moglie Noleen Hayson Pal, madre di due bambini, uccisa proprio da Amirah Droudis. Nel Marzo di quest’anno, infine, veniva accusato di aver violentato una giovane donna nel 2002.

All’interno del Lindt Cafe di Martin Place, l’autoproclamato sceicco ha costretto alcune vittime ad esporre la Black Standard‘ (Shahada bianca su sfondo nero) sulla vetrina, come attestazione del proprio credo islamico. La Shahada è l’attestazione di fede nella religione islamica, la quale recita «Non c’è altro Dio al di fuori di Allah, e Maometto è il suo Profeta». Diversi analisti australiani hanno precisato che l’utilizzo della Shahada, con ogni probabilità, non stava a significare una presa di distanza dalle azioni dello Stato Islamico (IS), ma, piuttosto, la semplice difficoltà di ottenere una bandiera che inneggiasse all’IS. Questo è stato poi dimostrato dalle richieste di Monis, tra cui spiccava proprio quella di ottenere una bandiera dello Stato Islamico, parallelamente al desiderio di trattare direttamente con il Primo Ministro australiano Tony Abbott.

Man Haron Monis non era un rappresentante dell’IS in Australia, così come non esistono dati in grado di confermare che egli facesse parte di una cellula jihadista sul territorio australiano. Il suo ex avvocato, Manny Conditsis, lo descrive come «Un individuo squilibrato, una persona con un’ideologia talmente confusa da offuscare il proprio buon senso». In merito alle diffuse preoccupazioni circa l’esistenza di una rete terroristica guidata o supportata da Monis, lo stesso avvocato ha risposto: «Quanto accaduto non è stato un atto terroristico organizzato con un supporto esterno. Si è trattato di un atto orribile di un solo individuo squilibrato». Un lupo solitario‘, insomma, il tipo di persona cui sia l’IS che al-Nusra si rivolgono  al fine di seminare morte e panico nei Paesi occidentali, pur senza la presenza di una vera e propria rete terroristica.

Di fatto l’Australia è oggi un obiettivo dell’estremismo islamico a causa del rinnovato impegno nel Medio Oriente, e per le molte missioni unilaterali e bilaterali nell’Arco di Instabilità del sud-est asiatico.
Il Paese mantiene la propria allerta per il terrorismo ad un livello ufficialmente definito alto‘, in base al quale la principale agenzia di intelligence australiana, la ASIO (Australian Security Intelligence Organisation), definisce ‘probabileun attacco terroristico.
La Australian National Security del Governo australiano fornisce l’elenco delle 20 maggiori organizzazioni terroristiche riconosciute dall’Australia. Queste sono, in ordine alfabetico: Abu Sayyaf Group, Al-Murabitun, Al-Qa’ida (AQ), Al-Qa’ida in the Arabian Peninsula (AQAP), Al-Qa’ida in the Islamic Maghreb (AQIM), Al-Shabaab, Ansar al-Islam, Boko Haram, Hamas’s Izz al-Din al-Qassam Brigades, Hizballah’s External Security Organisation (ESO), Islamic Movement of Uzbekistan, Islamic State (IS), Jabhat al-Nusra, Jaish-e-Mohammed (JeM), Jamiat ul-Ansar, Jemaah Islamiyah (JI), Kurdistan Workers Party (PKK), Lashkar-e Jhangvi (LeJ), Lashkar-e-Tayyiba e Palestinian Islamic Jihad. Evidente l’assoluta preponderanza delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica tra quelle elencate.

Sono mesi che le autorità australiane -l’Australia partecipa, dal 3 ottobre, alle azioni della coalizione internazionale contro l’Isis in Iraq- seguono con preoccupazione le notizie di una partecipazione di cittadini australiani ai combattimenti a fianco dell’Isis, considerati una minaccia diretta per la  sicurezza del Paese.
A settembre, per la prima volta dalla sua introduzione nel 2003, il sistema di allarme terrorismo è stato  innalzato da medio ad alto. Pochi giorni più tardi è stato sventato un piano terroristico messo a punto da alcuni estremisti islamici che intendevano riprendere in video la decapitazione di civili australiani.
Già ad agosto le autorità avevano annunciato l’adozione di misure  volte a rafforzare la sicurezza del territorio nazionale di fronte  alla crescente minaccia dei terroristi cresciuti in casa e che  potrebbero rientrare dopo aver combattuto con l’Isis.
Pochi giorni più tardi, un terrorista australiano, Khaled Sharrouf, pubblicava una fotografia che mostrava un bambino, identificato come il figlio di 7 anni, che teneva tra le mani la testadi un soldato siriano decapitato.
A fine agosto, speciali unità  antiterrorismo sono diventate operative negli aeroporti del Paese con  il compito di prevenire la partenza di aspiranti combattenti.
Il Direttore dell’agenzia di intelligence australiana, David Irvine,  ha parlato di 15 militanti australiani morti in combattimento in Iraq e Siria. Oltre un centinaio di persone in Australia «sostiene attivamente» i gruppi militanti reclutando nuovi combattenti e  procacciando fondi.
Il 10 settembre la Polizia ha fatto irruzione nel centro islamico di Brisbane: due persone sono state formalmente accusate di  reati terroristici.
Il 14 settembre il Premier Tony Abbott ha annunciato il dispiegamento di 600 militari nel quadro dello sforzo  multilaterale per combattere contro lo Stato Islamico.
Il 18 settembre la Polizia ha effettuato la più imponente operazione  antiterrorismo condotta fino a quel momento. L’obiettivo era quello di  fermare i partecipanti ad un piano che prevedeva tra le altre cose di  filmare la decapitazione di civili. Arrestati 15 jihadisti dello Stato Islamico.
Il 24 settembre un giovane sospetto terrorista di 18  anni considerato responsabile di aver formulato minacce a carico del Premier Abbott è stato ucciso dalla Polizia dopo aver ucciso due agenti.
Per quanto l’Australia sia nota per le sue efficaci ma controverse politiche migratorie (dalla White Australia Policy alla Pacific Solution, per arrivare all’attuale PNG Solution, nome fin troppo circostanziato dato che la politica migratoria include Papua Nuova Guinea, Nauru e Cambogia), il Paese concede lo status di rifugiato a migliaia di persone ogni anno.
Secondo i dati del Dipartimento dell’Immigrazione del Governo australiano, tra le 20 principali nazionalità dei richiedenti asilo cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato, sono presenti quelle di Iran, Iraq, Egitto, Afghanistan, Turchia, Siria, Eritrea, Libano e Libia, classifica che non tiene conto di coloro che vengono temporaneamente considerati apolidi.
Il fatto che l’attentatore Man Haron Monis fosse un cittadino iraniano cui venne riconosciuto, nel 1996, lo status di rifugiato dall’Australia -il Governo di Teheran ha condannato duramente l’azione di Monis -, così come alcuni dei falliti attentati dei mesi scorsi nelle principali città australiane fossero in parte organizzati da rifugiati, o da figli di rifugiati provenienti da Paesi con una forte componente estremista islamica, ha inevitabilmente contribuito a scatenare un acceso dibattito nel Paese.
Nonostante l’hashtag #illridewithyou (verrò con te), lanciato dai residenti di Sidney in solidarietà con i  musulmani australiani, nel timore di fiammate di intolleranza religiosa causate dalla vicenda degli ostaggi, abbia avuto uno straordinario utilizzo nella giornata di ieri, da oggi l’attenzione si sposterà inevitabilmente sulla prevenzione di possibili situazioni analoghe in futuro, indubbiamente attraverso la concessione di ulteriori poteri ai servizi di intelligence ed alla Polizia, come già accaduto nell’Ottobre scorso.
Un altro importante quesito che il terrorismo islamico solleva in Australia, infine, è rappresentato dal grado di apertura che il Paese vorrà avere da adesso in avanti nei confronti dei richiedenti asilo provenienti dal Medio Oriente.
Sembra che anche il Paese con la più alta qualità di vita al mondo, alla fine, dovrà affrontare lo stesso dilemma che attanaglia gli Stati Uniti da diversi anni: libertà o sicurezza?

 

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