L'ombra di George Soros sulle elezioni Usa

Non va tuttavia trascurato che i principali finanziatori di MoveOn.org sono Linda Pritzker, potente membra della famiglia che gestisce la catena di alberghi Hyatt Hotel, e, soprattutto, George Soros, che con i suoi 1,46 milioni di dollari ha permesso all’organizzazione di nascere ed espandersi. Lo stesso Soros ha donato qualcosa come 8 milioni di dollari nel solo 2015 al Public Action Committee (Pac) che sostiene la campagna elettorale di Hillary Clinton. I Pac sono organismi costituiti al preciso scopo di aggirare le regole sui contributi elettorali negli Stati Uniti. Le norme vigenti prevedono infatti un tetto massimo di 2.700 dollari di contributi individuali a sostegno delle campagne elettorali di un singolo candidato, mentre questi comitati indipendenti che a livello formale non hanno alcun legame diretto con i candidati – ma che sono gestiti quasi sempre dai loro amici o stretti collaboratori – offrono la possibilità di effettuare donazioni illimitate. Già nel 2012 Soros aveva donato alla campagna elettorale della Clinton un milione di dollari perché deluso dalla mancata disponibilità di Barack Obama, che aveva sostanziosamente contribuito a far eleggere, ad accettare i suoi consigli sulle principali questioni economiche. Lo dimostra la mail inviata a Neera Tanden, presidente del Center for American Progress, in cui il magnate esprimeva tutta la propria costernazione per aver sostenuto Obama anziché Hillary Clinton nel 2008.

Da speculatore d’assalto – fu lui l’artefice dell’attacco alla lira e alla sterlina nel 1992 – e finanziatore delle Organizzazioni Non Governative (Ong) responsabili delle ‘rivoluzioni colorate’ scoppiate in buona parte dello spazio ex sovietico, Soros e le compagini che gli fanno capo hanno ormai maturato una notevole esperienza nelle tecniche di manipolazione più o meno violenta dell’opinione pubblica. E non a caso, azioni come quella compiuta dai membri di MoveOn.org ricalcano il modus operandi che Ong come la Open Society hanno implementato ad esempio in Ucraina, dove alla ‘rivoluzione arancione’ del 2004 ha fatto seguito quella molto più sanguinosa di ‘Euro-Majdan’. L’obiettivo, in entrambi i casi, era quello di rovesciare Viktor Janukovyč. A cambiare sono state le modalità operative.

Come osserva lo specialista belga Philippe Grasset, i contestatori di MoveOn.org «sembrano dare per scontato che Trump arriverà alla fase finale delle elezioni; quando Sheyman afferma che ‘a Donald Trump e al GOP diamo il benvenuto alle elezioni politiche’, sembra lanciare una dichiarazione di guerra più che una sfida. Il che induce a domandarsi se l’obiettivo di Soros sia quello di far salire il livello della tensione. Di fronte alle attività di disturbo dei membri di MoveOn.org, la macchina organizzativa messa in piedi da Trump sarà infatti costretta a prendere provvedimenti, eventualmente anche contro la volontà di Trump stesso; da qualche settimana hanno cominciato a circolare su internet proposte volte a costituire milizie incaricate di proteggere i raduni pro-Trump da eventuali contestatori. Soros, del resto, ha una certa padronanza nell’arte di sovvertire il sistema, passando dal finanziare ‘rivoluzioni colorate’ generalmente soft all’istigazione di quelle molto più violente, come ‘Euro-Majdan’. Perché non dovrebbe adattare questa formula, già sperimentata con successo a Kiev, alla realtà statunitense?».

Esattamente come accaduto a Kiev nel febbraio del 2014, un ipotetico confronto tra i gruppi di contestatori e le milizie volontarie citate da Grasset potrebbe facilmente degenerare in scontro fisico, con il prevedibile risultato di fornire ad Hillary Clinton gli argomenti per qualificarsi come l’unico candidato moderato, civile ed inclusivo in grado di salvaguardare la tenuta sociale del Paese, messa in pericolo da Donald Trump. La personalizzazione delle proteste e il conseguente sdoganamento della violenza nel confronto politico consente alla Clinton di accreditarsi come la sola alternativa al caos, specialmente alla luce dell’arretramento costante degli altri candidati repubblicani le cui possibilità di rimontare lo svantaggio accumulato finora nei confronti di Trump vanno progressivamente riducendosi.