venerdì, Agosto 6

L’ombra della crisi economica sulla famiglia field_506ffb1d3dbe2

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Uscire dalla crisi economica diventa sempre più difficile con il passare del tempo perché gli effetti coinvolgono l’intera società, rischiando di stravolgere gli equilibri di una cellula fondamentale della comunità come la famiglia. Il periodo di recessione che stiamo vivendo dal 2007 ha, infatti, pesanti ripercussioni sui nuclei familiari, soprattutto per quanto riguarda la “divisione dei compiti” tra i componenti e dal punto di vista occupazionale.

«Uno degli attori che contribuiscono a definire modi e tempi del mutamento sociale è certamente la famiglia; analizzarne la dimensione prettamente occupazionale rappresenta un utile esercizio di ermeneutica delle dinamiche che hanno investito in questi ultimi lustri l’insieme della società italiana. Data la profonda interdipendenza tra sistema economico e traiettorie esistenziali degli individui, il mercato del lavoro costituisce allora un “luogo” privilegiato di osservazione, a maggior ragione in una fase di crisi come quella attuale». È questa la premessa da cui parte il secondo rapporto “Famiglie e lavoro” 2013, curato da Italia Lavoro, la società promossa dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per la promozione, la progettazione, la realizzazione e la gestione di attività ed interventi finalizzati allo sviluppo dell’occupazione sull’intero territorio nazionale. “La crisi” spiega il presidente di Italia Lavoro, Paolo Reboani “non solo impoverisce le famiglie, ma ne cambia gli equilibri e crea tensioni nella cellula fondamentale della società. L’accesso al salario individuale, quale tratto generale dei processi emancipativi delle società post-industriali, e il conseguente fenomeno di individualizzazione che esso produce, sembra riarticolare il peso delle influenze: non è più la famiglia a determinare le sorti dei membri che la compongono, ma sono i membri che la costituiscono, e dunque la loro condizione occupazionale, a fare della famiglia il soggetto capace di mediare e scandire i processi di costruzione di una vita autonoma”.

Negli ultimi dieci anni la famiglia italiana è cambiata molto, tanto che nel rapporto si parla di una vera e propria «tendenza alla frammentazione». «Pur rappresentando la quota maggioritaria la tipologia familiare “coppia con figli”» si legge nel rapporto «negli ultimi otto anni, ha progressivamente visto diminuire il suo peso, passando da un’incidenza percentuale sul totale delle famiglie pari a 42,5% (anno 2004), al 37% (anno 2012). Anche se in realtà, in termini tendenziali, la contrazione del numero totale registrato è di lieve entità, ciò che sembra segnare un vero cambiamento nell’insieme delle strutture familiari, è la forte crescita delle “persone sole” che sono passate da poco meno di 5,7 milioni di unità del 2004, ai circa 8 milioni del 2012, per un incremento di complessivi 40,1 punti percentuali. Oltre a ciò è da rilevare anche la significativa crescita del numero dei monogenitori (circa 2 milioni) pari a +8 %. Si è dunque dinanzi all’insorgenza di una sensibile trasformazione del ciclo di vita individuale che si ripercuote sugli assetti familiari, determinando una ricomposizione dei nuclei».

Quello che cambia, inoltre, è anche il livello di partecipazione dei membri della famiglia al mercato del lavoro. A partire dal 2004, infatti, si sviluppa una lenta ma costante riduzione della partecipazione delle famiglie al mercato del lavoro. La quota di famiglie con almeno una persona in cerca di lavoro nel 2012 è infatti pari al 9,4% del totale (2.392.359 unità), 3,7 punti in più rispetto al 2007. Le difficoltà delle famiglie sono rappresentate da persone, solitamente il capo famiglia, che sono alla costante ricerca di un lavoro (famiglie in estrema difficoltà) o che hanno uno o più membri in condizioni lavorative non stabili, ad esempio con contratti precari, part-time, in cassa integrazione o in mobilità. Questa situazione di insicurezza vissuta principalmente dai genitori crea un clima di insicurezza anche per i figli, scoraggiati dalla situazione che stanno vivendo o che hanno vissuto in famiglia. “Le famiglie” spiega Reboani “sono colpite da fenomeni come lo scoraggiamento giovanile, l’inattività e la tendenza a rimanere nella casa dei genitori ben oltre i tempi fisiologici: su 10 famiglie con un giovane di 20-29 anni, quasi tre hanno un Neet al loro interno e sono oltre 600 mila gli inattivi di questa età che non studiano”.

Uno dei dati più preoccupanti che emerge dal rapporto, infatti, riguarda proprio i giovani e il fenomeno dei Neet. La crisi economica ritarda l’emancipazione giovanile: nel 2012 quasi 4,7 milioni di ragazzi di 20-29 anni vivono con i loro genitori, di cui il 14,7% sono disoccupati, il 31,6% sono inattivi che studiano e il 13% sono inattivi che non studiano. I cosiddetti Neet (Not in employment, education and training) i giovani che non lavorano, non studiano e non fanno formazione, un fenomeno che in Italia riguarda ben 1.967.888 famiglie, il 28,9% di quelle con almeno un componente di 15-29 anni. Addirittura il 12,7% di queste famiglie ne ha più di uno.

«È possibile» si legge nel rapporto di Italia Lavoro «stimare un numero di Neet, nel 2012, pari a 2.250.502 individui per il 53,6% femmine ed il 46,4% maschi. L’incidenza percentuale sul totale della popolazione di riferimento di età compresa tra 15 e 29 anni è pari al 22,7%. Tale dato presenta un significato diverso in base al punto di osservazione assunto, sia esso di genere o territoriale. Infatti, quello che potrebbe essere definito come tasso di giovani Neet acquista un peso diverso in alcune zone del Paese, sostanzialmente riproducendo la dicotomia Nord-Mezzogiorno, con valori molto alti nelle regioni meridionali e, di contro, più contenuti in quelle settentrionali».

Impressionante è anche il dato che riguarda i giovani di età compresa tra i 20 e i 29 anni che rimangono a vivere sotto il tetto dei propri genitori. Una condizione imposta anche dalla crisi economica, che non consente di trovare lavoro e quindi di avere le risorse necessarie per pagare un canone di affitto, le bollette e molto altro. In questo parametro non viene riscontrata una forte differenziazione tra Nord e Sud, il fenomeno è diffuso sull’intero territorio nazionale. «Il numero più elevato di figli tra i 20 ed i 29 anni conviventi con i genitori» si legge nel rapporto «si riscontra in Lombardia (circa 670 mila), seguita da Campania (circa 590 mila), Lazio e Sicilia (quasi 460), Puglia (oltre 390), Veneto (354), Piemonte (286), Emilia-Romagna (267) e Toscana (237). Nell’insieme, emerge un quadro familiare push dell’ingresso del mercato dei giovani condizionato dal reddito familiare; anche la scelta di studiare è influenzata positivamente dalla presenza in famiglia di redditi da lavoro. Più problematica, in termini di razionalità economica, la maggior propensione dei figli dei genitori senza redditi da lavoro all’inattività non connessa a percorsi di studio. Si può immaginare un periodo di attesa che, a causa della condizione socio-economica della famiglia, non viene “riempito” dalla frequenza a corsi di istruzione».

Il rapporto “Famiglie e lavoro” di Italia Lavoro mette in luce, quindi, alcuni dati preoccupanti soprattutto per quanto riguarda i giovani, che dovrebbero essere i soggetti in grado di creare nuovi nuclei familiari alla base dello sviluppo della società. La difficoltà nel trovare lavoro è il principale ostacolo a cui si trovano davanti e aumenta costantemente negli ultimi anni il numero di giovani che, scoraggiati dalla ricerca di un’occupazione o per il vissuto della propria famiglia, smettono di cercare lavoro e continuano a vivere con i propri genitori perché non in grado di “lasciare il nido”.

“Per invertire la tendenza” propone il presidente di Italia Lavoro “occorrerebbe un colpo di reni attraverso tutti gli strumenti di politica economica, ma sappiamo che le risorse disponibili non bastano a fronteggiare un’emergenza di questo genere. Una prima risposta potrà tuttavia arrivare dall’attuazione della Garanzia giovani, da gennaio 2014, con l’utilizzo di fondi europei e nazionale per allargare il bacino di utenza dei servizi per il lavoro e potenziare il ruolo della scuola come punto di primo orientamento”.   

 

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